Rassegna stampa

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Libro Aperto gennaio-marzo 2021
CRISTIANO CARACCI: Altesti il Raguseo, Gaspari Editore, pp. 145, € 16,50
Pag. 224
di Giovanni Lugaresi
In “Altesti il Raguseo” di Cristiano Caracci (sottotitolo: Intrecci diplomatici, amori e avventure per mare) ritroviamo quella scorrevole vena narrativa, quella proprietà della lingua e quell’uso appropriato, disinvolto diremmo, nell’accezione positiva dell’attributo, della medesima, con rimandi, “incisi” che non ledono lo scorrere, la continuità della narrazione.
Andrea Altesti (1766-1851) è personaggio vero, della cui presenza in varie parti del Mediterraneo, d’Europa e di Russia si trova documentazione, personaggio affascinate, testimone e protagonista a un tempo di vende epocali, che l’autore sa ritrarre in tutta la sua straordinaria dimensione umana e intellettuale. Uomo accorto, di vaste esperienze vissute e messe a frutto in una lunga (per quei tempi) esistenza.
In una narrazione su base storica, come del resto in altri romanzi, Caracci ha saputo rivelare, fra l’altro, conoscenze non comuni, non frequenti, che vanno oltre la storia e la letteratura, tra fine Settecento e metà Ottocento. Dalla repubblica marinara di Ragusa ormai al tramonto, attraverso l’impero ottomano, la corte di Caterina di Russia la grande, le (brevi) illusioni napoleoniche, e quindi l’avvento dell’Austria-Ungheria, ecco eventi, storia, pubbliche e private, centri cittadini e campagne interminabili, ambienti naturali e palazzi urbani, usi e costumi, caratteri di una vasta schiera di personaggi, tipi: della nobiltà, della borghesia, del popolo.
Costantinopoli, Mosca, San Pietroburgo, Odessa, Parigi, Vienna, Venezia, Trieste, Padova, Battaglia, Udine, San Giorgio di Nogaro, ultimo buen retiro di Altesti, sono realtà di vita assai diverse, ma nelle quali il protagonista sa adattarsi con un realismo (disinvoltura, diremmo) straordinario, rivelando un carattere e accettazione non supina, non rassegnata, della cattiva sorte, avendo sempre presente il desiderio-volontà di riscatto, come avverrà.
Colpito pure negli affetti familiari, con, fra l’altro, morti premature della moglie e di una figlia, l’uomo non demorde; procede, vigile, operoso, intraprendente.
Sarà (si pensi!) uno dei fondatori a Trieste delle Assicurazioni Generali, primo azionista (nientemeno!) e consigliere di amministrazione.
Nel dipanarsi degli eventi politici, economici, culturali, di un periodo di notevoli trasformazioni, l’uomo sa destreggiarsi, fra spionaggi diplomatici atti, operazioni prudenti e manifestazioni di coraggio, dunque, con grande abilità, arrivando a concludere l’umana esistenza nella dolcezza della accogliente e amatissima pianura friulana, descritta dal Caracci, con toni piani, quasi (a momenti) sussurrati, per non distrarre il lettore da un incanto come questo, che ci piace citare:
“… La notte lo stridio della civetta prende il posto dell’usignolo, mentre continua a scorrere l’acqua della fontana luccicando ai raggi della luna che, procedendo, muove ombre tra gli alberi”.
Mentre in precedenza aveva avvertito: “… Ancora oggi, come allora, scrivo all’alba, già alla luce del giorno, e la bellezza della natura, il tempo sospeso, i colori della primavera, come sempre mi quietano e confortano mentre, come un tempo, ascolto i primi rumori, leggeri ma nitidi nel silenzio e nell’enigma dell’ora”…
Caracci è buon frequentatore, per così dire, degli ambienti che descrive, conosciuti non soltanto attraverso la lettura di testi di geografia e storia, ma, appare palese, di persona, e per taluni manifesta un che di affetto tenero e profondo. A parte il “suo” Friuli, l’incantevole (fu già) Costantinopoli.
Ecco: “… Ogni strada ha i suoi fantasmi a Istanbul, in tutte le ore; ma se proprio non si vuole attendere che ti conoscano loro, appuntamenti immancabili sono nella misteriosa cisterna di Costantinopoli, sull’ultimo terrazzo della torre genovese di Galata, o nella piccola moschea di Sinan della Fabbrica dei cannoni: richiami della grandezza bizantina, dell’audacia del commercio medievale e della semplice, caritatevole, mistica spiritualità musulmana; magari a guardare da lontano il quartiere di Pera, magari con gli occhi di Andrea Altesti se fosse realmente tornato a Istanbul dopo cinquantaquattro anni, facilmente possono apparire fantasmi del passato”…
E a questo punto, non resta da esprimere se non l’impressione che l’autore, oltre ad avere a che fare coi quotidiani codici giuridici, non evada spesso, con mente e con cuore, là, sul Corno d’Oro, come il “suo” Altesti e altri personaggi di libri precedenti.

 

Annuario 2020
l’anno della pandemia
Ad Undecimum – gennaio 2021
Pag. 19

Altesti il Raguseo
Cristiano Caracci – Gaspari editore
L’avvocato udinese Cristiano Caracci nel suo romanzo storico “Altesti il Raguseo” ci fa conoscere la figura di Andrea Altesti (Ragusa 1766 – San Giorgio di Nogaro 1851), personaggio straordinario e viaggiatore cosmopolita, che si trasferisce giovanissimo a Istanbul, poi alla Corte di Caterina di Russia, invischiato in vicende di spionaggio e che infine rientrerà in Italia all’inizio dell’Ottocento. Fissa la residenza prima a Venezia poi a Trieste dove fonda le Assicurazioni Generali diventandone il primo azionista e consigliere di amministrazione, alternando lunghi soggiorni nella grande proprietà della Bassa friulana a San Giorgio di Nogaro acquistata nel 1804 da Antonio Cassis Faraone. Prima della morte sopraggiunta nella villa Vucetich Frangipane di San Giorgio donerà i suoi libri alla costituenda biblioteca civica di Udine (la Joppi). Il lettore viene così condotto a scoprire un periodo di grandi trasformazioni, tra intrecci diplomatici, esilii e guerre in cui il protagonista diventa maestro nel muoversi tra i burrascosi cambiamenti storici e sociali. È un volume molto interessante per San Giorgio di Nogaro perché può aiutare a ricostruire parte della storia del nostro paese.

Il Gazzettino 14/01/2021
Storia di Altesti “serenissimo” ad Istanbul
di NICOLETTA CANAZZA
La penna dell’avvocato-scrittore Cristiano Caracci continua a ridisegnare le antiche mappe della Serenissima illuminando luoghi e personaggi su cui è scesa la polvere della Storia. Stavolta si è messo sulle tracce di Andrea Altesti, viaggiatore cosmopolita, diplomatico e mecenate. Nato nella Ragusa di Dalmazia, si trasferì giovanissimo a Istanbul, fu poi alla Corte di Caterina di Russia dopo visse tra splendori e disgrazie finendo invischiato in lotte di potere e vicende di spionaggio, quindi rientrò in Italia a inizio Ottocento. Nella Bassa friulana, a San Giorgio di Nogaro, acquistò una villa e lì visse a lungo riallacciando relazioni e coltivando passioni prima di trasferirsi a Trieste dove, tra le tante imprese, fondò le Assicurazioni Generali. Un’avventura umana e politica che Caracci ha ricostruito nel romanzo “Altesti il raguseo. Intrecci diplomatici, amori e avventure per mare” (Gaspari editore, 16.50 euro) dopo un lavoro di minuziosa ricerca attraverso carte d’epoca. Come filo conduttore della storia ha scelto una scatola di malachite dal coperchio intagliato - nata probabilmente come tabacchiera o portasigari da viaggio - e oggi destinata a contenere una più umile cancelleria sulla sua scrivania d’avvocato.
STORIA RIEVOCATA
Con lo stile prezioso e cesellato di sempre, Caracci tesse fili narrativi alle tracce che Altesti ha lasciato tra Venezia e Trieste. Una per tutte: la targa di marmo apposta all’entrata della biblioteca di Udine. Lo storico, lo scrittore e l’avvocato, convivono e si rubano lo spazio in pagina mentre seguono il “veneziano” Altesti nei suoi inizi di carriera in Adriatico, quindi nella decadenza della Repubblica di Ragusa, tra gli intrighi della corte di Russia, i piaceri della campagna veneta, a Padova e perfino alle terme di Battaglia Terme dove incontra un commerciante greco e triestino fondamentale per la sua impresa.
La ricerca delle fonti e dei documenti dell’epoca è minuziosa, ma questo è soprattutto un romanzo da cui traspare l’amore per la storia di Ragusa, il suo passato, l’architettura, la pittura e gli straordinari luoghi naturali. E mentre il Caracci storico approfondisce la storia della millenaria Repubblica della Serenissima, il Caracci avvocato indaga tra le istituzioni giuridiche di allora, alquanto progredite per il tempo. «Quando mi sono imbattuto in un raguseo, vissuto tra il ‘700 e l’800, e abitante a lungo tra San Giorgio di Nogaro e Trieste, sono stato naturalmente preso dall’argomento», spiega. Il resto è romanzo.
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Il Ponte rosso gennaio 2020
Pag. 40
VITA AMORI AVVENTURE DI UN RAGUSEO
di Fulvio Senardi
Alternando con mano sapiente tempi e luoghi – l’ambiente consueto e caro, il Mediterraneo, un contesto del tutto nuovo, la Russia della grande Caterina, e poi Ragusa e Istanbul città d’oro magari contemplata al tramonto dalla torre di Galata – il nuovo romanzo di Cristiano Caracci, Altesti il ragueseo - Intrecci diplomatici, amori e avventure per mare, rispetta i crismi di un filone narrativo che, da Manzoni a Scurati, sposa la storia e l’invenzione.
Romanzo storico dunque, o se vogliamo, romanzo d’avventura. In realtà, e gliene siamo grati, il libro tradisce il messaggio contenuto nel titolo (anzi, nel sottotitolo). Gli amori e le avventurose vicende, con il gioco di svolte inaspettate e di colpi di scena che loro compete (caratteristiche ormai, ai nostri tempi, del genere poliziesco, il sostituto moderno dei romanzi d’appendice), è sovrastato e messo in ombra, come sempre nei libri di Caracci, da ingredienti più fini e sottili: la contemplazione malinconica del paesaggio, la coscienza dolce-amara del tempo che passa portando con sé l’esistenza dell’uomo e appannando emozioni e passioni, come per una velatura che nasconde senza cancellare, un senso complessivo della vita pacatamente ottimista e appena sfrangiato da un’ombra di mestizia. Romanzo insomma di riflessione, piuttosto che di acrobatici guizzi della fantasia e che suggerisce una specifica modalità di fruizione: non quella del divoratore di pagine ma piuttosto dell’intimo colloquio, dell’approccio meditato, della degustazione fatta a piccoli sorsi, come del vino appunto che si suole dire “di meditazione”.
Studiatamente il racconto prende inizio dalla fine, mostrandoci il protagonista anziano che si abbandona al flusso dei ricordi. Eco, immagino voluta, di un grande archetipo della tradizione narrativa del nord-est veneto e marinaro; così Carlino Altoviti, subito all’inizio del suo romanzo: «sono vecchio oramai più che ottuagenario […]»; ed ora invece Altesti, nelle primissime pagine: «Ormai sono vecchio, ma ricordo ogni cosa di quei giorni senza neppure l’aiuto di quel foglietto lacero sempre conservato quasi fosse un amuleto, come un biglietto di ritorno, un’illusione di gioventù testimoniata da un pezzo di carta nell’incredulità della fine». Di questo incipit aleggerà, nel prosieguo, l’ombra discreta: il lettore lo avvertirà come una vibrazione appena percettibile, una costante nota malinconica, un tempo d’attesa. È come se le vicende, nel cui specifico non entreremo, si svolgessero su uno scenario silenzioso e immobile, o meglio, fortemente rallentato, sul filo di quel tenero addio alla vita che è la vita stessa nel suo svolgimento. Non una “fuga”, per dire con metafora musicale, ma piuttosto un “notturno”, evocatore di sogni e di fantasmi e, perfino, di perturbanti immagini di sé: «Ho guardato il viso, finalmente in pieno sole, di quell’uomo antico: già avevo riconosciuto la somiglianza e subito mi sono allontanato impaurito», racconta Altesti che ha voluto scovare nelle pieghe del passato le tracce di un amore perduto, un amore che accende il rimpianto, si fa monito o (forse) rimprovero. Illusioni, sogni e aspirazioni, e travagli e disincanti che la macina del tempo trasforma in farina sottile che sfugge tra le dita ma che persiste, prima di svanire, come cristalli di neve. La vita vera parrebbe depotenziata, da una mano d’artista che sfiora contorni e superfici senza indulgere in rovelli introspettivi. Una trama d’arazzo che trasmette un senso di caducità e insieme di istanti goduti intensamente, siano pure rapidi e fuggenti. È qui il decisivo plus-valore della narrativa di Caracci, la cifra inconfondibile di una sensibilità e di una maniera di scrittura che celebrano le segrete potenze della letteratura. C’è ovviamente in tutto ciò un rischio concreto, quello di adagiarsi in una maniera, di trovare, fedeli a se stessi, una via troppo facile, di istituire insomma una retorica. Un pericolo dunque; ma certo Caracci saprà evitarlo.
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Messaggero Veneto 28/12/2020
Caracci toglie dall’oblio Altesti, il diplomatico spia di Ragusa
di GIANPAOLO CARBONETTO
All’entrata della biblioteca Joppi di Udine è collocata una targa in marmo che lo ricorda. Eppure il nome – Andrea Francesco Altesti – ha sempre detto pochissimo, se non addirittura nulla ai distratti, pur se curiosi, frequentatori di uno dei posti deputati alla conoscenza. Ora a togliere dall’oblio questo personaggio ci ha pensato Cristiano Caracci con il suo Altesti il Raguseo”, sottotitolato “Intrecci diplomatici, amori e avventure per mare”, edito da Gaspari.
Caracci ci ha abituato alle sue scorribande letterarie nella storia dell’Adriatico e delle terre che da questo sono bagnate, ma questa volta è riuscito a regalarci un altro esempio del fatto che spesso la realtà si spinge bel più in là della fantasia e che un attento e non mistificante mix di storia e di invenzione riesce a donarci il piacere della lettura sia come momento di svago, sia come fonte di apprendimento di realtà che altrimenti probabilmente non sarebbero mai state avvicinate, ma che riescono a rendere più chiaro il passato e anche in nostro presente.
Altesti nasce nel 1766 nell’allora Repubblica indipendente di Ragusa e la sua vita è stata quella di un personaggio straordinario, viaggiatore cosmopolita, trasferitosi giovanissimo a Istanbul seguendo il padre e poi alla Corte di Caterina di Russia. Coinvolto in vicende di spionaggio, rientrò in Italia all’inizio dell’Ottocento, andando prima a Venezia e poi a Trieste dove ha fondato le Assicurazioni Generali. Lì ha vissuto scappando spesso, però, per lunghi soggiorni in una villa di San Giorgio di Nogaro dove è morto nel 1851 dopo aver regalato i suoi libri alla biblioteca che scava nascendo a Udine.
Seguendo Altesti con rigore storico dov’è possibile, e con plausibile invenzione dove la narrazione esige il riempimento di alcune cesure nelle notizie tramandate dai documenti, Cristiano Caracci approfitta, come sempre nei suoi libri, per donarci grandi affreschi di realtà che, pur essendo lasciate in secondo piano, o addirittura trascurate, nella storia che viene studiata a scuola, sono importanti per comprendere come il mondo si è trasformato in quello di oggi e lo fa attraversando un periodo di grandi trasformazioni, tra intrecci diplomatici, esili e guerre in cui il protagonista spicca sempre per abilità e capacità di percepire gli avvenimenti in cui è immerso.
La particolarità delle opere di Caracci è proprio questa: sa dare alla storia quella partecipazione umana che quasi sempre resta, invece, esclusa dai libri che si limitano a enumerare e citare dati, date, luoghi e fatti con l’illusione di dare, così, un’informazione asettica e super partes, ma che è, invece, carente proprio in una delle sue parti più importanti, quella delle motivazioni dei singoli protagonisti, motivazioni individuali senza le quali perderebbero spessore e forza anche le spinte politiche ed economiche delle varie nazioni.
Il tutto, va ripetuto in una rigorosa e facilmente comprensibile separazione tra le solide isole di realtà storica e i ponti di fantasia che queste isole uniscono a rendere più umano, oltre che più comprensibile il percorso di personaggi che è giusto togliere dalle nebbie dell’oblio.
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Radio Spazio 103 La voce del Friuli – 18/12/2020
“Libri alla radio” di Anna Piuzzi, intervista a Cristiano Caracci sul libro “Altesti il raguseo”
Link dell’intervista (si trova in data 18 Dicembre 2020 - Cristiano Caracci)

 

Rai Radio Uno FVG – 31/10/2020

 “Sconfinamenti” di Massimo Gobessi, intervista a Cristiano Caracci “Andrea Altesti il raguseo”

 

Rai Radio Uno FVG – 22/10/2020
 “Lo Spirito del Tempo” di Pietro Spirito, regia di Maria Pedone, intervista a Cristiano Caracci sul libro “Altesti il raguseo”

 

Messaggero Veneto 17/09/2020
Da Ragusa al Friuli la storia di Altesti il diplomatico “spione” rivive in un romanzo
Cristiano Caracci ricostruisce le vicende del politico Un lavoro di minuziosa ricerca attraverso le carte dell’epoca
di PAOLO MAURENSIG
Andrea Altesti, viaggiatore cosmopolita, nato nella Ragusa di Dalmazia, trasferitosi giovanissimo a Istanbul, poi alla Corte di Caterina di Russia, invischiato in vicende di spionaggio, rientrò in Italia all’inizio dell’Ottocento. A Trieste fondò le Assicurazioni Generali e visse a lungo nella Bassa friulana. A rievocarlo, è un romanzo di Cristiano Caracci (Gaspari editore, 16.50 euro). Lo scrittore Paolo Maurensig lo ha intervistato per il Messaggero Veneto.
In un periodo in cui i geni spuntano come funghi, così come i capolavori letterari, vorrei convenire con lo stile dei gentiluomini inglesi di un tempo che elogiavano smaccatamente i lavori men che mediocri per riservare un laconico “niente male” a quelli che apprezzavano veramente.
Niente male, quindi, l’ultimo romanzo “Altesti il Raguseo”, un lavoro di minuziosa ricerca attraverso le carte dell’epoca che ci fa scoprire un personaggio dimenticato, quando non sconosciuto del tutto, benché all’entrata della biblioteca di Udine gli sia dedicata una targa di marmo, sotto la quale sono transitate decine di migliaia di persone che, tutt’al più, si saranno chieste: – Altesti, chi era costui?
Da come lo descrivi, Altesti si delinea come un personaggio enigmatico, che ben potrebbe essere paragonato al conte di Saint Germain. Quello che mi piace della tua scrittura è il rigore, che mi riporta alla mente la magica formula dell’arte della scrittura la quale pretende il rigore del poeta unito alla fantasia dello scienziato (ovvero dello storico). In te convivono due anime: quella dello storico e quella del poeta. Quale delle due pensi di privilegiare?
«A me pare naturale scoprire la bellezza e la poesia nella storia quotidiana e specialmente sono colpito dall’incanto della natura e degli animali, “Amori miei”, diresti tu. E capita nelle mie scritture di richiamare brevi citazioni di romanzieri e poeti a motivo della coscienza della difficoltà nella comunicazione lirica; quindi mi faccio “aiutare”, per esempio e per questa volta, da Andric a rappresentare gli anni di Altesti in Adriatico, da Vojnovic per evocare la decadenza della Repubblica di Ragusa, come ricorro, seppure raramente, a poeti classici o titoli suggestivi di pittori amati per comunicare pienamente un’emozione; insomma ritrovo lirica, bellezza e grandiosità nelle cose semplici della storia soprattutto quotidiana e cerco di esprimerle su carta».
È questo che fa del tuo libro un romanzo e non semplicemente un testo di storia. Scorrendo la bibliografia si può capire che la ricerca delle fonti, come quella dei documenti dell’epoca, ti abbiano impegnato parecchio. E tra l’altro viene da chiedersi quali siano state le circostanze che ti hanno indotto a iniziare il tuo lavoro di ricerca.
«Ho sempre amato Ragusa, il suo passato, l’architettura, la pittura e la straordinarietà dei luoghi naturali. Poi ho voluto approfondire la storia di quella millenaria Repubblica e sono specialmente interessato alle istituzioni giuridiche medievali assai progredite: e quando mi sono imbattuto in un raguseo, vissuto tra il ‘700 e l’800, e abitante a lungo tra San Giorgio di Nogaro e Trieste, sono stato naturalmente preso dall’argomento (non a caso tu citi il conte di Saint Germain) e chi mi ha suggerito il nome di Altesti certo non ha faticato a convincermi, insieme ai documenti da me ritrovati».
E così, dopo il tuo primo romanzo "La luce di Ragusa", eccoti nuovamente nel tuo elemento. Stavolta, però, con un romanzo d'azione che ancora una volta ci fa capire come la realtà non abbia nulla da invidiare alla fantasia.
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Libro Aperto gennaio-marzo 2020
CRISTIANO CARACCI: Il capitano della torre di Galata, Santi Quaranta, pp. 141, € 13,00
di Giovanni Lugaresi
C'è un filo che si dipana lungo le 141 pagine di questo nuovo romanzo di Cristiano Caracci (Il capitano della Torre di Galata), quello della melanconia, dolce melanconia, fra ricordi e presente, memoria dunque, osservazioni e considerazioni, con colori, profumi, sfumature, riflessi della natura, suggestioni - memoria alla quale non sono estranei i sentimenti del cuore.
La Torre di Galata di Istanbul-Costantinopoli-Bisanzio, robusta costruzione medioevale dovuta ai genovesi, con i suoi piccioni in picchiata, l'animazione dei suoi frequentatori, è l'inizio e la fine della vicenda esistenziale del protagonista, il giannizzero destinato alla cittadina greca di Astros (Morea), dove convivono, in una tranquilla, se non sonnolenta, quotidianità, la comunità autoctona e quella dei dominatori ottomani.
Caracci, avvocato civilista friulano, scrittore "non di professione" dunque, non è nuovo a narrazioni ambientate in quella area geografica, e storica, che affonda le radici nella grecità, e poi in Roma e nella Serenissima - Ragusa, 'la guerra di Chioggia costituiscono i suoi "precedenti" narrativi, appunto, nei quali emergono in tutta la loro interezza conoscenze precise, particolareggiate, di storia, ambienti, costumi. Segno di esperienze culturali che danno la misura, o almeno ci fanno pensare, a un autore viaggiatore (non turista!) di lungo corso.
Viaggiatore in tutti i sensi: nell'oggi, nel passato, quindi nello spazio e nel tempo.
Giannizzero, si è detto prima. Cioè appartenente a quella fanteria dell'esercito privato del Sultano, che da un sultano (ci si perdoni il bisticcio), nei primi decenni del diciannovesimo secolo (epoca in cui si svolge il romanzo) venne esautorata e assorbita in altro corpo militare per così dire, nonché, in una parte, considerata non più affidabile, annientata violentemente.
Il "capitano Solimano" di Caracci è dunque uno di questi giannizzeri, che riesce a sopravvivere all'uccisione di tanti (si parlò di 30mila!) giovani soldati scelti del Sultano, accingendosi a trascorrere una vecchiaia d'ospizio all’insegna del ricordo — ma la fine sarà un'altra, sommessamente, delicatamente, narrata, che si evince fra le righe.
Privo di ambizioni, fuori da qualsiasi tipo di intrigo, contrariamente a quello che potrebbe far presupporre il ruolo, Solimano ambisce una esistenza pacifica e pare averla trovata in quella Astros nella quale greci e turchi convivono, come si diceva, nel reciproco rispetto e a volte collaborando negli affari, nella consuetudine dell'osteria, e financo, talvolta, nelle feste tradizionali.
L'estro narrativo di Caracci si propone peraltro in un crescendo di eventi con personaggi che spuntano da parti geografiche diverse, perfino da Odessa, come i fratelli della società segreta greca che fomentano la ribellione al dominatore turco, con attentati, omicidi e, infine, con una ribellione guerresca vera e propria, destinata al fallimento.
E qui la capacità narrativa di Caracci si manifesta nella sua pienezza di alto spessore: le paure, le angosce, le premonizioni, le speranze, le disillusioni, la presa d'atto della cruda realtà
da parte del protagonista, immerso nelle atrocità commesse da una parte e dall'altra, coinvolgono il lettore al punto da renderlo partecipe di quegli eventi sanguinosi e dolorosi, dove non c'è più pietà e la violenza richiama violenza, l'odio, odio.
Ma a nostra opinione, dove meglio si manifesta la capacità descrittiva dell'autore, con quella prosa alta, con quella felicità di scrittura già dimostrata nelle prove narrative precedenti, è nelle pagine di viaggio, per terra o via mare. Eccone un esempio, a sigillo di questa nostra osservazione, nel quale a rievocare non è il protagonista Solimano, bensì uno dei fratelli della società segreta ellenica.
“...Neanche si vedeva l'ingresso dello stretto quando due grandi barche a remi agganciarono la nostra nave per trainarci in quel pertugio tra le colline neppure illuminato dal sole; non ero mai stato a Istanbul e la navigazione sul Bosforo fu una meravigliosa sorpresa e tantomeno mi sentii nemico di quella città e del suo popolo.
"Non erano previste soste a Istanbul, ormai da greco avrei dovuto dire Costantinopoli, e quindi la nave si affacciò nella bellezza e nella luce del Mar Egeo per qualche giorno di navigazione fino a Corinto dove eravamo attesi.
"Una mattina all'alba ci sorprese la luce rosa d'Oriente che spegneva le ultime stelle; la nave seguiva la lenta navigazione della sera prima ma sulla prua non era più l'infinito marino e all'orizzonte apparve netta una linea di costa bianca di sabbia e dietro il verde di un'immensa pineta, sopra l'azzurro intenso del cielo e la luce potente del primo sole; la bellezza impareggiabile della natura stupiva nel silenzio dell'ora; con il procedere della nave quel verde compatto si sgranava in tamerici sulla riva poi in alberi di tutte le specie, olivi aranci palme, alle spalle dominavano eucalipti enormi, montagne di foglie di cui pareva quasi di cogliere il brusio nella brezza leggera.
"Il veliero attraccò in un piccolo porto ben riparato, nascosto tra le pieghe della costa del Peloponneso".
Una scena quasi magica, che, per essere così descritta, deve avere visto l'autore coinvolto direttamente in una esperienza simile.

 

Adria Danubia – dicembre 2019
Pag. 17-20

L’Adriatico di Cristiano Caracci
di ADRIANO PAPO
Cristiano Caracci, udinese, è un avvocato civilista, peraltro appassionato di storia del diritto mediterraneo. Caracci è però anche sensibile al fascino delle lettere, attratto soprattutto dalla gloriosa storia di Ragusa, la piccola repubblica marinara adriatica, cui ha dedicato diverse opere, tra cui spicca il suggestivo romanzo La luce di Ragusa (pubblicato da Santi Quaranta nel 2005, e ripubblicato in una seconda edizione), in cui fondono atmosfere e personaggi della città adriatica, attraverso le varie generazioni che si sono avvicendate nel corso dei secoli in mezzo ai numerosi drammi che la città adriatica ha dovuto affrontare, quali la peste, il terremoto e, per ultimi, i bombardamenti inflitti dalle truppe jugoslave. A Ragusa Caracci ha dedicato pure Né turchi né ebrei ma nobili ragusei (Edizioni della Laguna, Mariano Del Friuli, 2004), breve storia della singolare città–stato dell’Adriatico orientale, nonché Il tramonto di Ragusa (Santi Quaranta, 2015), romanzo incentrato sul tragico declino della gloriosa ‘quinta repubblica marinara italiana’.
Caracci è inoltre autore di Levante veneto (SBC Edizioni, Ravenna, 2011), che ripercorre la storia dell’inquieto Mediterraneo orientale fino alle guerre russo–turche e quindi alla campagna dei Dardanelli, nonché di Due racconti ottomani (SBC Edizioni, Ravenna, 2009), ambientati nel XV secolo, allorché l’invasione ottomana dell’Occidente interessò pure alcune colonie e territori delle repubbliche marinare di Genova e Venezia. Si tratta quindi d’una serie di romanzi storici per lo più dedicati a Ragusa o in genere all’Adriatico orientale, al Levante, all’Impero Ottomano.
Cristiano Caracci ha pubblicato anche scritti di storia del diritto italiano e articoli per riviste scientifiche, come la nostra «Studia historica adriatica ac danubiana». Ha conseguito vari premi in concorsi letterari nazionali: tra questi, il premio Amerino col racconto Fuochi; il Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo 2018).
Nel 2014, sempre per Santi Quaranta, è uscito L’Adriatico insanguinato, sottotitolo: Genova, Aquileia, i Carraresi, l’Ungheria contro Venezia, un romanzo storico e variamente articolato, in cui l’Autore muove i personaggi di fantasia all’interno d’un evento effettivamente avvenuto, la cosiddetta guerra di Chioggia del 1378–79, nel corso della quale Genova, alleata tra gli altri col Patriarcato di Aquileia, coi Carraresi di Padova e con l’Ungheria contro Venezia, alleata a sua volta con Napoli e Milano, era riuscita a conquistare la cittadina veneta. La guerra rappresentò un punto di svolta per la Serenissima, minacciata come mai lo era stata prima soprattutto dalla sua grande rivale genovese: da quel momento in poi, pur uscendo vittoriosa dal confronto con la rivale, avrebbe — secondo alcuni — imboccato la lenta strada verso il lento ma inesorabile declino. Per il Patriarcato di Aquileia questa guerra rappresenta invece l’anteprima dello scontro con Venezia che nel 1420 determinerà la sua fine.
La supremazia nell’Adriatico e il possesso della Dalmazia furono una costante della politica estera dei sovrani ungheresi e in particolare di quella di Luigi I d’Angiò detto il Grande, durante il cui regno (1342–82) l’esercito magiaro fu ripetutamente mobilitato nel conflitto contro Venezia per il possesso della costa dalmata. Il conflitto ungaro–veneto scoppiò nell’estate del 1346. Concluso un armistizio di otto anni, esso riprese nel giugno del 1356, dopo le due campagne per la conquista del regno napoletano: Luigi, alleatosi col patriarca d’Aquileia, Niccolò di Lussemburgo (il fratellastro dell’imperatore Carlo IV), con i conti di Gorizia, col vescovo di Ceneda, con alcuni signori friulani e veneti, con le città imperiali di Feltre e Belluno e col signore di Padova, Francesco I da Carrara, portò questa volta il conflitto in Italia, occupando il territorio tra il Brenta e il Piave e assediando la fortezza di Treviso. Il re magiaro, nella quasi impossibilità di sconfiggere Venezia sul mare, aveva intuito che avrebbe potuto farcela soltanto attaccandola dalla terraferma. La guerra fu in parte condotta pure in Istria, dove gli alleati di Luigi I, il conte di Pisino e i signori di Stein e Postumia, attaccarono i possessi veneti. Non pare però che il patriarca abbia partecipato direttamente a questa guerra. Conclusa una tregua di cinque mesi con la Serenissima (11 novembre 1356), Luigi passò quindi in Dalmazia, dove, l’anno seguente, occupò Spalato, Traù, Zara e Sebenico, e, nel 1358, Nona e le isole di Brazza e di Lesina. Il 18 febbraio 1358 fu conclusa a Zara la pace con Venezia: la Serenissima riconobbe la sovranità del re d’Ungheria su tutte le città e le isole della Dalmazia e la libertà di commercio delle medesime città; lo stesso doge rinunciò al titolo di dux Croaciae et Dalmatiae; in compenso, Luigi si ritirò dai territori italiani.
Sette anni dopo la pace di Zara, la Serenissima occupò alcuni porti della costa orientale dell’Adriatico creando nuovi pretesti di guerra con l’Ungheria. Il nuovo conflitto s’inserì in quello ch’era scoppiato tra Padova e Venezia per alcune questioni di confine. In seguito all’insistenza del signore di Padova Francesco I da Carrara, il re Luigi accolse l’invito a unirsi con lui in un’alleanza antiveneziana, che alfine incluse anche i duchi d’Austria, Alberto III e Leopoldo III, e il patriarca d’Aquileia Marquardo di Randeck (1365–81). Il patriarca pose però delle dure condizioni prima di associarsi in lega col Carrarese e col re magiaro:
a) il pagamento in suo favore di 24.000 fiorini d’oro da parte degli altri alleati;
b) lo stanziamento in Friuli di truppe ungheresi sufficienti a proteggere il patriarca stesso dalle ritorsioni veneziane.
Tuttavia, anche in questo caso non possediamo documenti che attestino l’effettiva entrata in guerra del patriarca, ma è verosimile che ciò sia effettivamente avvenuto. Dopo qualche infruttuoso tentativo di pace coi veneziani, il re Luigi mandò un esercito in Italia, che attraversò indisturbato il Friuli nel novembre del 1372 e sconfisse i veneziani sul Piave il 9 dicembre. Il conflitto fu però sfavorevole a Padova, che non poté continuare la guerra per mancanza di fondi e di armati e per i notevoli danni subiti dall’attraversamento del suo territorio da parte sia degli eserciti alleati che di quello nemico. Pesanti e frequenti rovesci militari dell’esercito ungaro–padovano verificatisi dal 1° luglio al 30 agosto 1373 aggravarono la già precaria situazione del Carrarese; ma anche l’esercito ungherese si sfaldò e i suoi soldati a ondate successive tornarono a casa. Il 21 settembre 1373 fu siglata la pace, e il 27 settembre Francesco Novello, il figlio e successore di Francesco I da Carrara, dovette inginocchiarsi e umiliarsi davanti al doge veneziano.
Il 21 giugno 1376 il patriarca Marquardo rinnovò a Visegrád, in Ungheria, il trattato d’alleanza col re Luigi: il trattato contemplava il reciproco aiuto, in Friuli e fuori del Friuli, contro ogni nemico che non fosse stato il papa o l’imperatore. Nella lega sarebbero dovuti confluire anche la Repubblica di Genova e il signore di Padova, Francesco I da Carrara. Il patriarca s’era nuovamente rivolto al re d’Ungheria, consigliato in tal senso dallo stesso papa Gregorio XI nonché dall’imperatore Carlo IV, per meglio difendersi dai veneziani, che vessavano le città di confine (Portogruaro, Marano, Muggia) ostacolandone tra l’altro i traffici commerciali. Dopo l’occupazione veneziana di Trieste, infatti, Muggia si trovava isolata e non poteva vendere il sale e il vino che produceva; Venezia, inoltre, tendeva a espandersi in Istria nei territori ch’erano possessi del Patriarcato stesso. Il re d’Ungheria sarebbe dunque dovuto intervenire in difesa del Patriarcato. Il patto prevedeva inoltre la restituzione al Patriarcato di tutte le città che gli erano appartenute. All’inizio del 1378, anche Genova sottoscrisse l’alleanza col re d’Ungheria, col patriarca, col Carrarese e con Verona, apertamente in funzione antiveneziana ma anche contro Giovanna I di Napoli e Bernabò Visconti, signore di Milano, il quale, il 14 novembre 1377, s’era unito in lega con Venezia in previsione d’una guerra da condurre contro la repubblica ligure. Il 24 giugno 1378, un grosso esercito ungherese scese in Friuli e nel Veneto, passò il Piave e puntò su Castelfranco, saccheggiando e incendiando tutto ciò che trovava lungo il percorso. Solo Treviso e Mestre resistettero agli assalti del Carrarese e dei suoi alleati. Anche il Patriarcato entrò in guerra contro Venezia, che dal mese di marzo non gli corrispondeva più il tributo dovutogli per le terre istriane; l’8 luglio anche i signori di Ceneda strinsero alleanza col patriarca; la lega fu ratificata il 2 settembre dal Parlamento friulano, che, d’intesa con il patriarca, i prelati, i nobili e le comunità della Patria impose una tassa straordinaria per il pagamento dei soldati, la “pro honore et statu domini regis Hungarie”, con cui il patriarca era alleato. Il 24 settembre il patriarca, pretese da Cividale “pro parte serenissimi domini nostri regis Ungarie” un contingente di truppe, che avrebbe voluto trovare a Sacile pronto in armi e a sua completa disposizione. Le enormi spese di guerra avrebbero costretto il patriarca Marquardo ad alienare molte delle sue rendite, mentre i veneziani, bruciando e depredando i borghi e i castelli dell’Istria, contribuivano a incrementare la crisi economica e finanziaria del Patriarcato.
Nel 1378–79 due grandi schieramenti si contrapposero quindi in Italia e nell’Adriatico: da una parte il Regno d’Ungheria, i ducati austriaci (che aderirono alla lega il 15 maggio 1379), Genova, Padova, Verona e Aquileia; dall’altra Venezia, Napoli e Milano. L’intervento in guerra di Genova principiò con una sconfitta da parte veneziana a Porto d’Anzio (30 maggio 1378); la flotta veneziana, capitanata da Vettor Pisani, occupò quindi Cattaro e devastò Sebenico (24 ottobre), Traù e Arbe (10 novembre), che costrinse a sottomettersi al suo dominio. Ben presto però la flotta genovese, sotto il comando di Luciano Doria, raggiunse quella veneziana a Pola e, in azione congiunta con gli alleati magiari, sconfisse il nemico il 7 maggio del 1379, pur perdendo nello scontro il suo ammiraglio. I mercanti udinesi sollecitarono quindi il Parlamento della Patria a prendere decisa posizione in favore dell’intervento (16 maggio 1379), recriminando per l’impossibilità di condurre liberamente i loro traffici di sale, farina e olio sia per mare che per terra. Tre mesi dopo, i genovesi insieme coi padovani (ma erano presenti anche truppe patriarchine comandate da Giacomazzo di Porcia), dopo aver bruciato Umago, Grado e Caorle, occupavano Malamocco e Chioggia (16 agosto 1379), stringendo Venezia in una morsa mortale. Anche Trieste era in gran fermento, mentre Venezia all’inizio del 1380 perdeva le sue posizioni in Istria: prima Capodistria (ma per poco), poi Trieste si diedero al patriarca, grazie soprattutto all’intervento finanziario e militare di Cividale e Udine.
Venezia, in evidente difficoltà, accerchiata dal nemico, chiese la pace: le condizioni del re Luigi furono però durissime: la restituzione da parte di Venezia di tutti i territori che aveva sottratto agli alleati e il pagamento d’ingenti spese di guerra. Nel frattempo, però, era giunto l’avviso che stava scendendo in Italia con 10.000 uomini Carlo di Durazzo il Piccolo per conto dello stesso re d’Ungheria. Carlo incontrò gli ambasciatori veneziani prima a Sacile, poi nel suo campo di Treviso. Le richieste del re d’Ungheria ai veneziani erano secche: il vassallaggio di Venezia, la corresponsione d’un tributo di 100.000 ducati, un cospicuo contributo di guerra (500.000 ducati), la cessione di Mestre, Treviso, Castelfranco e Conegliano, libertà nel commercio del sale e, soprattutto, la città di Trieste (“omnino volebat Civitatem Tergesti”), forse — sospettavano i veneziani — per passarla poi al duca d’Austria Leopoldo III. Le trattative si trascinarono fino a novembre, anche perché sia i genovesi che i padovani erano particolarmente contrari alla pace.
Mentre si svolgevano i negoziati di pace, Venezia aveva riarmato la flotta, con la quale riuscì a bloccare i genovesi a Chioggia (1° dicembre 1379), chiudendoli in una trappola fatale. Mentre perdurava il blocco di Chioggia, il Carrarese tornò ad assediare Treviso con truppe italiane e magiare; l’assedio durò dal 24 febbraio al 6 giugno 1380. Nemmeno la nuova flotta genovese giunta in Adriatico riuscì però a rompere il blocco: il 24 giugno 1380 i genovesi, chiusi nel mare antistante la città di Chioggia, si arresero ai veneziani.
La guerra si concluse definitivamente con la pace di Torino del 24 agosto 1381, che, voluta e mediata dal conte di Savoia, Amedeo VI, grossomodo ricalcava nei suoi dettami quella di Zara del 1358: Luigi I d’Angiò s’impegnava a restituire alla repubblica veneta i territori da lui occupati in Italia, in cambio del riconoscimento della sovranità ungherese su tutta la Dalmazia, ormai di fatto quasi interamente sotto il dominio magiaro. Alle città dalmate fu però lasciata libertà di commercio con Venezia (escluso quello del sale) per un fatturato massimo annuo di 35.000 ducati e previo pagamento da parte della Serenissima all’Ungheria d’un tributo di 7000 ducati l’anno. Venezia dovette cedere al duca Leopoldo d’Austria Treviso coi castelli del Cenedese, a Francesco da Carrara Noale, Castelfranco e Asolo, ch’egli aveva occupato durante la guerra. La Serenissima rinunciò definitivamente ai suoi diritti su Trieste e sui castelli di Moccò e Mocolano. Luigi I d’Ungheria riuscì dunque a realizzare i progetti dei suoi predecessori sottraendo a Venezia la Dalmazia, ma non conseguì l’altro importante scopo che s’era prefisso: quello di sostituire Venezia con Zara come centro dei traffici col Levante.
Ma questa è, si sa, la macrostoria, nella quale diventano poi protagonisti i piccoli personaggi del romanzo di Cristiano Caracci, come Battista di Billerio o lo speziale veneziano Daniele di Dorsoduro o il mercante Giovanni de Campo. Sono loro a raccontare per il tramite dell’Autore che cosa accadde negli anni 1379–80 quando Chioggia fu riconquistata da Venezia e allora divenne strategicamente importante Marano quale base genovese.
La narrazione è un misto di realtà e invenzione, in quanto affianca ai dati storici tre manoscritti (La Cronica di Tite furlano, Noi di Porto Lignano, Cronica di Giovanni de Campo, veneziano) usciti dalla penna dell’Autore, a testimonianza della sua profonda conoscenza dello spirito del tempo.
Tite da Billerio, allora feudo dei Prampero, una delle voci narranti del libro, era stato arruolato d’autorità e spedito con altri del suo paese fino a Marano, per rinforzare “Quel povero, piccolo esercito impaurito preteso dal Parlamento e dal Patriarca”. Siamo nel 1379 e aspettando la guerra Tite aveva intanto imparato a nuotare, a vogare, a pescare. E un giorno, mentre in barca si stava spingendo con gli amici verso Grado, ci fu una sorta di apparizione sul mare. La racconta con parole eleganti e raffinate: “Transitava davanti a noi la grande, ricchissima trireme rossa che accompagnava all’isola il Patriarca Marquardo, un abile barone tedesco, vescovo di Augusta, arrivato in Friuli nel 1365, uomo d’arme e diplomatico, che per necessità partecipò all’alleanza contro Venezia, ritto sul castello di poppa, la preziosa tiara sul capo, fasciato nella veste nera oro e porpora, accanto alla sua insegna grifagna che pareva volare nella brezza e nella luce tremula...”.
Si può anche apprezzare una suggestiva scena della Udine di fine Trecento che descrive ciò che accade in Mercato Vecchio mentre arrivano le truppe degli alleati ungheresi. In questo mondo di piccoli personaggi appaiono magari di sfuggita anche i grandi, come il patriarca Marquardo. Marquardo morí nel gennaio del 1381 mentre ancora si combatteva, ma — rivela Caracci attraverso la cronaca di Tite — “Quando giunse la notizia nessuno ne pianse il ricordo, anzi nessuno dimenticava quell’alleanza con Re, signori, soldati sconosciuti che aveva incendiato il nostro mare, rapito la gioventù, affamato ognuno”. “Grandi erano state le sofferenze patite fino ad allora e altre non sarebbero mancate”.
Allo stesso modo nessuno pianse né si stupì quando una mattina, a Marano, fu trovato per strada il console di Genova, trafitto da nove coltellate. Insomma, l’alleanza coi genovesi era sentita come innaturale perché, afferma Tite, “qui a Marano siamo schiavi degli stranieri, bestie da lavoro”. Ma se questo avviene in Friuli, spiega il veneziano Giovanni de Campo, a Costantinopoli veneziani e levantini facevano insieme grossi affari.
Invero l’alleanza patriarchina con Genova non fu accolta con piacere dai maranesi, i quali davano ospitalità nelle loro case ai prigionieri veneziani. A Marano — racconta Battista — “nessuno era più disposto a tollerare simili alleati”. I poveri pescatori maranesi erano addirittura diventati rematori coatti nei legni genovesi: “La fatica dei maranesi, rapiti dai loro stessi alleati, avrebbe poi raccontato Marino, fu tremenda pure per pescatori esperti del mare; e vogando incatenati a cento remi, coordinando la battuta di tanti legni a un’andatura arrancata nel timore di incrociare navi nemiche, furono condotti esausti nel canale principale di Chioggia, raggiunto senza che fosse consentita neppure una sosta”.
Cristiano Caracci è particolarmente abile nella descrizione di ambienti e scorci di lagune e di mari, che ci coinvolgono come si legge, a esempio, nella Cronica di Tite furlano:
“Partii di prima mattina, in compagnia del minuscolo e vivace cane Spezia, inquilino della piazza, che tutti accudivano; amava navigare, seduto attento a prua; la nostra solitudine fu subito totale; scomparsi i rumori pure discreti del paese, i gabbiani rimanevano padroni del silenzio fino a sera, quando impazzivano le rondini; quasi non contava il rumore liquido dei remi simile a quello di un'onda leggera, venuta da lontano; sull'acqua, quasi immobile, nuotavano uccelli mai visti prima, solitari o in gruppi di famiglie, piccoli e adulti e beccavano chinando il collo in quell'immensità liquida o risalivano a terra con andatura buffa ma disinvolta...”.
Descrizioni come questa non sono rare e fanno sì che il lettore si immedesimi nelle vicende narrate, di tempi ed eventi lontani, di ambienti che, anche dal punto di vista naturalistico, sono cambiati.
Questi ambienti costituiscono lo sfondo nel quale si sviluppa una narrazione che segue ritmi lenti, ai quali si alternano ritmi più veloci, a seconda dei momenti delle vicende narrate, come assalti e scontri cruenti fra soldati degli opposti eserciti.
Non manca l’amore, spontaneo, forte, pudico come quello verso la giovane maranese Maria:
“[…] all’ “ite” di una domenica per la prima volta, con un brivido l’avevo sfiorata porgendole la mano bagnata nell’acquasantiera; sorrise anche la madre di lei e Maria specialmente”.
A queste atmosfere ovattate si contrappongono le brutali scene legate alla guerra e alle sue conseguenze: dure imposizioni fiscali, violenze gratuite, uccisioni, confisca dei generi alimentari, fame:
“Un giovane di Billerio […] — scrive Caracci — raccontò le nuove del castello e del borgo affamato da collette, tasse e gabelle non più richieste col garbo del vecchio gastaldo, ma pretese senza limiti porta per porta, da soldati armati e violenti che depredavano di grani legumi salami e formaggio le case e i fienili; le stalle erano state svuotate per prime e, ormai, si dovevano nascondere le poche galline e perfino i gatti […]”.
Terrificanti sono poi le scene dell’assedio di Chioggia, di cui vale la pena citare qualche passo emblematico:
“Una notte, nell’assoluto silenzio, misteriosi fantasmi veneziani, nessuno sapeva il loro numero, violarono le mura di Chioggia chissà con quale insidia e presero a trafiggere quanti incontravano, sicuri che gli amici erano ordinati nelle case; nel buio senza luna, nelle tenebre delle calli e delle stradine, nell’attesa delle piazze deserte, il panico si diffuse tra i soldati di tutte le bandiere; a ogni passo c’era da temere per la vita e spesso si inciampava nel corpo massacrato del compagno mentre quei fantasmi comparivano inesorabili, di sorpresa per poi rituffarsi nell’oscurità”.
“Della fame, anzitutto, balbettava Marino; di come presto, quell’inverno, i gatti non contendessero più le prede agli uomini che li avevano tutti divorati; di come, fattisi esperti felini, gli assediati inseguissero i topi più grassi e lenti con appostamenti, trappole, sassaiole per catturare quelle bestie schifose, ultimi pasti rivoltanti ed era considerata una fortuna che i ratti fossero milioni”.
“[…] da quell’enorme tugurio, quasi strisciando, uscirono gli ultimi difensori della vecchia Chioggia; i topi li precedevano precipitandosi fuori con quelle zampe frenetiche e ripugnanti, saltellando sui corpi di quei miseri cristiani che già ricevevano le prime cure dei fratelli. Tutti liberati, bruciarono l’edificio”.
“[…] non si trascurava di discutere degli odori; anzi, il maggiore beneficio per i compagni di turno all’affaccio era respirare quell’aria polverosa della strada pure insozzata dai molti cavalli che transitavano davanti; al naso affacciato ogni odore era di rosa e scendendo dallo sgabello, concludendo il turno, si ripiombava in un fetore neppure da dirsi, anche se ne fossi capace. […] Da quegli odori di fuori venivano altre indicazioni su cui discutere lungo: il profumo dei forni, delle carni e dei pesci abbrustoliti in piazza”.
“Di zoccoli padovani non se ne videro più, ma scarpetti di velluto nero con una spessa suola di corda e calzettoni di lana grezza; e si suppose, allora, che i furlani avessero sostituito i padovani, mentre i cavalieri ungari si riconoscevano facilmente dalla ricchezza degli stivali di pelle e, naturalmente, dalla lingua incomprensibile”.
Nel romanzo di Caracci c’è anche un capitolo dedicato a Porto Lignano, la penisola allora insalubre, posta davanti a Marano, dove c’era un avamposto veneziano “tra pochi uomini miserrimi, con donne e pargoli, ricoverati in casoni di paglia”. In queste pagine appaiono anche le donne, con ruoli forse minori, ma decisivi, in quanto capaci di donare a chi la merita “una vita felice, di mare e di vento”.
In conclusione, da questa narrazione non soltanto si seguono protagonisti usciti dalla fantasia dell’autore e collocati in ambiti e tempi ben delineati, ma si compie anche un’opera di rivisitazione storica.
Anche nell’ultimo romanzo di Cristiano Caracci, Il capitano della Torre di Galata (Santi Quaranta, 2018), la macrostoria si fonde con la piccola storia; il romanzo è emblema d’una vita pacifica e serena. Siamo in Morea, dove gli ottomani dominatori, musulmani, convivono in armonia coi greci cristiano-ortodossi: essi frequentano ad Astros la rustica Osteria Lagoudera, dove l’amicizia e la tolleranza sono di casa e si fanno grandi bevute. Il nazionalismo greco, però, romperà la pace quotidiana di quei luoghi bellissimi, aizzato da una famiglia magnatizia ellenica proveniente da Odessa, allora Russia, nel 1822. Da quel momento avvengono insoliti omicidi che rompono la solidarietà tra le diverse nazionalità. Vendette, massacri, atrocità gratuite involgeranno i greci contro i turchi, sino alla più feroce disumanità, ma alla fine nel romanzo predominerà il dolce rimpianto del felice tempo passato.
AP
Presentazione dei libri di Cristiano Caracci, L’Adriatico insanguinato, Santi Quaranta, Treviso 2014, e Il capitano della Torre di Galata, Santi Quaranta, Treviso 2018. Aurisina, Casa della Pietra “Igo Gruden”, 27 aprile 2019.

 

Il Gazzettino 26/11/2019
Il fascino di Ragusa perla dell’Adriatico
di Nicoletta Canazza
IL LIBRO
Cristiano Caracci è avvocato e scrittore. Non si direbbe, ma dal suo studio legale, a Udine, si “vede” l'Adriatico, il Mediterraneo orientale e perfino il Mar Nero. Succede quando impugna la sua penna e la immerge nel Levante Veneto, preferibilmente nei tempi prima e intorno alla caduta di Costantinopoli. Affascinato dalla storia di Dubrovnik (Ragusa), la piccola-grande repubblica marinara adriatica, Caracci si muove sulla linea degli splendori veneziani facendo rivivere le antiche rotte che portavano le navi, e i mercanti, della Serenissima fin oltre la Morea. La storia è la sua bussola. «Ad Astros, dove ho ambientato il mio romanzo più recente, è nato il maggiore commerciante operante a Trieste tra il 700 e l'800», dice. Tutti i suoi personaggi hanno radici profonde nella storia, ma toccano corde sempre attuali.
Per la casa editrice Santi Quaranta ha pubblicato La luce di Ragusa (2005), L'Adriatico insanguinato (2014), Il tramonto di Ragusa (2015) e l'ultimo romanzo Il capitano della torre di Galata. Ed è con quest'ultimo libro che è entrato nella terna finalista del premio Latisana per il Nord-Est 2019 dopo essere stato nella long list del premio Comisso. Un libro coraggioso, è stato definito dagli addetti ai lavori. Perché seguendo le vicende del giannizzero Solimano negli anni della lotta tra l'Impero Ottomano e i greci, a inizio 800, Caracci mostra la necessità della tolleranza come antidoto ai nazionalismi esasperati, fonte di confronti bellici spesso inutili. Guardare indietro dà sempre strumenti per leggere il presente e i suoi rischi.
LOTTA AL NAZIONALISMO
«La molteplicità culturale dei mercanti medievali permetteva di comprendersi parlando la lingua Sabir - sottolinea Caracci - e nella Repubblica Serenissima, plurilingue, convivevano pacificamente confessioni religiose diverse». È un mondo scomparso, che rivive con una scrittura limpida e ariosa, così simile a quella luce dell'Adriatico che riempie i suoi libri, ed è difficile ignorare il messaggio che sostiene le vicende di cui tiene i fili. Nel suo capitano, ad esempio, mostra la bellezza di una vita semplice e la facilità con cui la guerra rompe la pace quotidiana, in questo caso tra gli ottomani dominatori, musulmani, e i greci cristiano-ortodossi con cui vivevano in armonia. Basterà l'arrivo di una famiglia di imprenditori spregiudicati e sarà la fine della solidarietà tra etnie diverse e l'inizio di vendette e atrocità. «Senza la memoria - afferma Caracci- manca ogni comprensione del presente e del diverso. La storia del diritto è uno dei più fecondi strumenti di indagine della realtà».
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Comunicati Stampa FVG 4/10/2019
Premio letterario “Latisana Per Il Nord-Est”, il 5 ottobre al Teatro Odeon la cerimonia di consegna con Andrea Scanzi e Moni Ovadia
di Giovanni Candussio
LATISANA – Si avvia alla conclusione la 26° edizione del Premio Letterario Internazionale “Latisana per il Nord-Est”, rassegna divenuta nel corso degli anni uno degli appuntamenti culturali più importanti del Friuli Venezia Giulia e non solo, richiamando scrittori e pubblico anche da oltre i confini regionali e nazionali. Dopo la meravigliosa anteprima 2019 con l’evento “Leonardo”, di e con Vittorio Sgarbi, andato in scena a inizio settembre al Teatro Odeon, le presentazioni di libri, i laboratori e gli incontri con le scuole e lo spettacolo con Massimo Polidoro, sempre a tema Leonardo sabato 5 ottobre, con inizio alle 18.00 al Teatro Odeon di Latisana, andrà in scena la cerimonia ufficiale di consegna del Premio. A impreziosire l’importante appuntamento ci sarà anche la presenza, in veste di presentatore, del giornalista, scrittore, attore e volto televisivo Andrea Scanzi (nella foto), che sarà affiancato dallo scrittore, attore e intellettuale Moni Ovadia, a cui saranno affidate alcune letture dei libri finalisti del concorso. L’evento, che vedrà in apertura un intervento musicale a cura della Scuola di Musica di Latisana, è a ingresso libero fino ad esaurimento posti.
“Esprimo viva soddisfazione per l’edizione di quest’anno – ha commentato l’assessore alla Cultura del Comune di Latisana, Daniela Lizzi – il Premio è una rassegna che è cresciuto molto in questi anni, assumendo quasi le dimensioni di un festival. I risultati fin qui conseguiti sono stati lusinghieri e incoraggianti, tanto da spingerci a continuare nel voler rendere il Premio ancora più grande”.
A contendersi la 26° edizione del Premio Letterario “Latisana per il Nord-Est” saranno pertanto, per la sezione narrativa: Guido Barbujani con “Tutto il resto è provvisorio” (Bompiani), Romolo Bugaro con “Non c’è stata nessuna battaglia” (Marsilio), Cristiano Caracci con “Il capitano della Torre di Galata” (Santi Quaranta). Finalisti per la sezione Leonardo sono invece: Pierluigi Di Piazza con “Non girarti dall’altra parte” (Nuovadimensione), Silvino Gonzato con “Lievito madre” (Neri Pozza) e Mario Turello con “Ars combinatoria” (La Nuova Base). Due invece saranno le giurie chiamate a eleggere i vincitori dell’edizione 2019; la giuria tecnica sarà presieduta da Cristina Benussi, professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Trieste, delegata del Rettore per la Ricerca (settore SSH) e il Rapporto con il territorio e le iniziative culturali d’Ateneo, è stata visiting professor in diverse università europee e statunitensi. È membro dei comitati scientifici di alcune delle più importanti riviste internazionali del suo settore disciplinare. La seconda giuria è invece quella del territorio, costituita grazie alla collaborazione con i sistemi bibliotecari della regione, dove ciascun centro sistema ha segnalato un lettore al fine della costituzione del gruppo giudicante.
Il Premio Letterario “Latisana per il Nord-Est” è stato istituito nel 1994 dall’Amministrazione. La sua finalità è quella di far conoscere il panorama letterario del Triveneto e di promuovere ed alimentare il dialogo culturale e la conoscenza reciproca; inoltre ha l’obiettivo di valorizzare la narrativa di quest’area di confine con le sue peculiarità e specificità, legate anche agli influssi dei Paesi limitrofi.
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Il Gazzettino 4/09/2019
Al premio Nord – Est non ci sono solo libri
A Latisana prima della cerimonia finale del concorso di letteratura e saggistica anche lo spettacolo di Vittorio Sgarbi su Leonardo da Vinci e il concerto di Morgan
di Alessia Pilotto
LA MANIFESTAZIONE
Il Premio letterario “Latisana per il Nord-Est” si amplia quest’anno nel progetto “Latisana (si) racconta”, che, al cuore dell’iniziativa, la scrittura, aggiunge il filone artistico, con diversi eventi dedicati a Leonardo da Vinci e quello storico del territorio. Presentata ieri, la 26° edizione del riconoscimento (riservato agli scrittori nati o residenti nel Nordest o che abbiano ambientato le proprie opere in queste aree geografiche o abbiamo trattato tematiche a esse inerenti),avrà il suo clou nella cerimonia di consegna il 5 ottobre al teatro Odeon, nel corso di una serata presentata dal giornalista Andrea Scanzi, con le letture di Moni Ovadia e gli interventi musicali della Scuola Comunale di Musica.
I FINALISTI
Per la sezione narrativa, sono: Guido Barbujani con “Tutto il resto è provvisorio” (Bompiani); Romolo Bugaro con “Non c’è stata nessuna battaglia” (Marsilio), e Cristiano Caracci con “Il capitano della torre di Galata” (Santi Quaranta); per la sezione Leonardo (saggistica), a contendersi il premio saranno Pierluigi Di Piazza con “Non girarti dall’altra parte” (Ediciclo), Silvino Gonzato con “Lievito madre” (Neri Pozza) e Mario Turello con “Ars combinatoria” (La Nuova Base).
A scegliere i vincitori sarà una giuria tecnica presieduta da Cristina Benussi, docente dell’Università di Trieste. A vincere invece il Premio Territorio sarà Emanuela Canepa con “L’animale femmina” (scelta dalla giuria dei lettori segnalati dai sistemi bibliotecari regionali).
INCONTRI D’AVVICINAMENTO
Illustrati ieri dal sindaco Daniele Galizio, dall’assessore alla cultura Daniela Lizzi, da quello al turismo Angelo Valvason e dal presidente della pro loco Piero De Marchi, già il 5 settembre, la sala consiliare del Municipio ospiterà la conferenza “Un paese, un fiume. Storia di Latisana dal Medioevo a Novecento”, progetto in collaborazione con l’Università di Udine e Forum editore che sfocerà in una pubblicazione (prevista per settembre 2020) sulla storia della cittadina e dei territori limitrofi. Sabato 7 settembre, invece, al teatro Odeon Vittorio Sgarbi presenterà il suo “Leonardo”, spettacolo in cui vengono scandagliati i diversi aspetti del genio toscano. Sempre a Leonardo sarà dedicato anche un laboratorio per la scuola e la conferenza “Sin(es)teticamente Leonardo. La scienza alle radici del genio” (all’Odeon, 25 settembre); a chiudere le iniziative sul grande inventore sarà il 27 settembre al teatro Pasolini di Cervignano, lo spettacolo “Vita segreta di un genio ribelle”, di e con Massimo Polidoro. Il premio letterario si intersecherà anche con la manifestazione enogastronomica Settembre Latisanese (6-8 settembre) che proporrà concerti come quello di Morgan (il 6) e della Strings Rock Band (tra rock e classica, l’8 settembre), show cooking, mostre e incontri a tema green, e il gran finale, domenica, con i fuochi artificiali. Alla presentazione, hanno partecipato anche il presidente del consiglio regionale, Pier Mauro Zanin, e il consigliere regionale Mauro Di Bert che hanno sottolineato la formula vincente dell’iniziativa.
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Il Messaggero Veneto 4/09/2019
Canepa, la prima vincitrice al Latisana del Nord-Est
E sabato lo show di Sgarbi
di Paola Mauro
Il premio letterario Latisana per il Nord Est ha già il suo primo vincitore, per la sezione territorio. E i suoi sei finalisti, ancora in gara per le sezioni narrativa e Leonardo, per le quali bisognerà attendere la serata del 5 ottobre condotta dal giornalista Andrea Scanzi con letture di Moni Ovadia.
“L’animale femmina” (Einaudi) di Emanuela Canepa ha convinto e conquistato la giuria del territorio composta dai rappresentanti dei sistemi bibliotecari regionali che ha decretato il suo romanzo, una storia profonda e ricca di riflessioni sul tema della misoginia analizzato da entrambi i punti di vista, maschile e femminile, vincitore della sezione territorio.
In finale a contendersi la ventiseiesima edizione del Latisana per il Nord Est per la narrativa ci sono Guido Barbujani con “Tutto il resto è provvisorio” (Bompiani), Romolo Bugaro con “ Non c’è stata nessuna battaglia” (Marsilio) e Cristiano Caracci con “Il capitano della torre di Galata” (Santi Quaranta), mentre per la reintrodotta sezione di saggistica ci sono Pierluigi Di Piazza con “Non girarti dall’altra parte” (Ediciclo), Silvino Gonzato con “Lievito madre” (Neri Pozza) e Mario Turello con “Ars combinatoria” (La Nuova Base).
Una rosa di nomi che – ha commentato Cristina Benussi, presidente della giuria del premio – include i diversi aspetti della letteratura e molte delle tematiche rappresentative della realtà del Nord Est; opere che pongono l’accento sull’ambientazione storica, sui sentimenti, sulle scelte esistenziali, sulla condizione femminile analizzata come valore aggiunto e capacità di sopravvivenza, su una terra in crisi e sull’emigrazione. Contaminazioni letterarie quelle del premio Latisana per il Nord Est – le cui anticipazioni sono state illustrate ieri mattina nel corso di una conferenza stampa a Udine, nella sede della Regione – che anche per questa edizione interessano un altro grande evento della Bassa, il Settembre Latisanese che torna alla formula vincente del passato (e alla vecchia denominazione abbandonando la sigla Doc) con un grande evento d’apertura, il concerto (gratuito) di Morgan venerdì 6 settembre alle 21.30 e un sabato sera all’insegna della cultura con lo spettacolo “Leonardo” di e con Vittorio Sgarbi (7 settembre alle 21 al teatro Odeon).
Come illustrato dal sindaco di Latisana, Daniele Galizio, dagli assessori Angelo Valvason e Daniela Lizzi e dal presidente della Pro Loco, Piero De Marchi, l’evento settembrino si conferma dell’enogastronomia, della cultura e della musica, in una tre giorni, da venerdì a domenica, ricca di appuntamenti che coinvolgeranno tutto il centro storico di Latisana: un’edizione di qualità – hanno sottolineato amministratori e pro – ricca di eventi di spessore (anche la presentazione della bozza di un libro storico realizzato dall’Università di Udine) e di novità come gli show cooking protagonisti delle tre serate in collaborazione con l’associazione cuochi di Udine e le elaborazioni culinarie a base del pesce pescato nei 140 ettari di Laguna.
“La cultura ci fa riflettere”, ha commentato il presidente del consiglio regionale Piero Mauro Zanin, “le stesse opere in finale per premio – ha aggiunto – invitano a un recupero di una serie di valori umani che stiamo perdendo”. Plaudendo poi alla programmazione del Settembre Latisanese il presidente Zanin ha colto l’occasione per ringraziare il mondo del volontariato il cui lavoro permette la realizzazione di eventi che costruiscono comunità. “Settembre Latisanese e premio letterario, due eventi che sono la vetrina della qualità di un territorio”, ha commentato il consigliere Mauro Di Bert (Progetto Fvg).

 

Il Friuli.it 3/09/2019
Torna il premio letterario Latisana per il Nord-Est
Un mese di eventi in programma. Il 5 ottobre, al teatro Odeon, la premiazione, condotta da Andrea Scanzi e con le letture di Moni Ovadia
Il 26° Premio Letterario Internazionale “Latisana per il Nord-Est” quest’anno vede rilevanti novità, a cominciare dal suo inserimento nel progetto Latisana (si) racconta, un ricco “contenitore” culturale che racchiude al proprio interno più filoni, letterario, artistico, storico: “letterario” poiché è questa da sempre l’essenza del Premio, “artistico” perché abbiamo voluto celebrare il genio toscano Leonardo da Vinci in occasione del 500° della sua morte, “storico” dal momento che è in atto uno studio sulla storia di Latisana, in collaborazione con l’Università di Udine, che sfocerà in un volume di prossima pubblicazione.
Latisana quindi “racconta” il Nord-Est attraverso le opere del Premio, “racconta” il talento di un gigante della storia dell’arte (e non solo) e “racconta” anche la propria storia. Il cartellone è denso di appuntamenti per tutti i gusti, con un occhio di riguardo per i giovani e con alcuni “sconfinamenti”, infatti due attività sono riservate alle scuole di Latisana e Ronchis e una serata si svolgerà al teatro Pasolini di Cervignano del Friuli.
Il progetto – reso possibile grazie al sostegno economico di Regione, Fondazione Friuli, Banca TER, Coop Alleanza 3.0 e a diverse altre collaborazioni – è anche frutto di partenariati con i Comuni di Cervignano del Friuli e Ronchis, l’Istituto Comprensivo “Cecilia Deganutti” e l’ISIS “Enrico Mattei” di Latisana. Non da ultima la collaborazione con la Pro Latisana e con l’Assessorato al Turismo, infatti da alcuni anni gli eventi “Aspettando il Premio Letterario” prendono il via durante il Settembre Latisanese per concludersi con la cerimonia di premiazione del primo sabato di ottobre.
PROGRAMMA
GIOVEDÌ 5 SETTEMBRE 2019, ORE 18.30. Sala Consiliare del Municipio, piazza Indipendenza n. 74, Latisana. Conferenza: “Un paese, un fiume. Storia di Latisana dal Medioevo al Novecento”. Un progetto per la storia della città con l’intervento di Andrea Zannini, Paolo Ferrari, Bruno Figliuolo, Viviana Grego, Cristina Zanetti; intervento musicale a cura della Scuola Comunale di Musica.
Durante l’incontro sarà presentato al pubblico un progetto che vede la collaborazione tra il Comune di Latisana, l’Università di Udine, Forum Editore e che sfocerà in una pubblicazione a più mani sulla storia della nostra città dal Medioevo all’età contemporanea. E’ infatti in corso un lavoro di ricerca storico-archivistica da parte di docenti e collaboratori dell’Università di Udine, che verrà illustrato da alcuni dei suoi protagonisti. Andrea Zannini è professore ordinario di Storia moderna e Direttore del Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale dell'Università di Udine. Ha pubblicato numerosi saggi e monografie di storia veneziana e veneta, e di storia del Friuli.
Paolo Ferrari è professore associato di Storia contemporanea presso l’Università di Udine. Bruno Figliuolo è professore ordinario di Storia medievale dell'Università di Udine. Fa parte della direzione di varie riviste e collane ed è membro di diverse istituzioni culturali e accademiche. È autore di numerosi saggi e monografie relative in specie al mondo mediterraneo e alla cultura umanistica. Viviana Grego è laureata in Scienze e tecniche del turismo culturale presso l'Università di Udine con una tesi in Storia contemporanea dal titolo I bombardamenti in Friuli nella Seconda guerra mondiale. Storia e memoria. Laureanda magistrale in Studi storici dal Medioevo all'età contemporanea presso l'Università di Trieste. Cristina Zanetti è laureata in Lettere presso l'Università di Udine con una tesi in Storia contemporanea relativa alla questione femminile durante il Ventennio fascista. Laureanda magistrale in Studi storici dal Medioevo all'età contemporanea presso l'Università di Trieste.
SABATO 7 SETTEMBRE 2019, ORE 21. Teatro Odeon, via Vendramin n. 72, Latisana. Spettacolo Leonardo, di e con Vittorio Sgarbi. Musiche composte, ed eseguite dal vivo: Valentino Corvino (violino, viola, oud, elettronica); scenografia e video: Tommaso Arosio; messa in scena ed allestimento: Doppiosenso; prevendita biglietti su Ticketone.it (info Azalea.it - Platea numerata € 15,00 + d.p. € 2,00, Galleria numerata € 10,00 + d.p. € 1,50).
In occasione del 500° della morte di Leonardo (1452-1519) Vittorio Sgarbi ha voluto scandagliare il grande genio toscano affrontando diversi suoi aspetti. Leonardo ingegnere, pittore, scienziato, talento universale del Rinascimento ha lasciato un corpus infinito di opere da studiare, ammirare e su cui tornare a riflettere ed emozionarsi. Lo spettacolo rappresenta un viaggio con tempi e modalità sorprendenti, grazie al lavoro minuzioso delle trame composte e curate da Doppiosenso. Il progetto, di Valentino Corvino e Tommaso Arosio, è dedicato allo studio delle relazioni profonde esistenti tra suono e immagine, dove linguaggi, tecnologie e immaginari vengono rielaborati e messi alla prova nello sviluppo di opere sceniche, performance e installazioni.
VENERDÌ 13 SETTEMBRE 2019, ORE 18. Caffè Garibaldi 14, piazza Garibaldi 14, Latisana (in caso di maltempo Sala conferenze del Centro Polifunzionale, via Goldoni 22, Latisana); presentazione del libro Locanda Tagliamento, Bottega Errante Edizioni, con l’intervento degli autori Fabiana Dallavalle, Luca Alfonso d’Agostino, Paolo Forte; moderatore Mauro Daltin; letture Massimo Somaglino.
Un canto collettivo, corale, sul più importante fiume del Friuli Venezia Giulia, l’unico dell’intero arco alpino e uno dei pochi in Europa a preservare una morfologia a canali intrecciati. Dieci storie narrate al tavolo di una ideale locanda sulla riva del fiume. Un fisarmonicista, un fotografo, un esperto di vini, due giornaliste, due camminatori narratori, un attore, due scrittori: ognuno con la propria sensibilità, con il proprio vissuto e con la propria immaginazione racconta l’anima del fiume. Dentro questo libro si alternano le donne e gli uomini che abitano le sue sponde, i ragazzini che costruiscono la capanna più grande del mondo, i Turchi che tentano di guadare il fiume e invadere l’Occidente, i passaggi a piedi più emozionanti, gli incontri meravigliosi che solo lungo l’acqua bianca e verde del Tagliamento possono accadere.
24-26 SETTEMBRE 2019. Biblioteca comunale di Ronchis, piazzetta Glemonassi 2, Ronchis; laboratorio Sulle tracce di Leonardo. Incontro di narrazione con esplorazione di macchine/automata; a cura dell’Associazione Culturale 0432; attività riservata ai bambini della Scuola Primaria di Ronchis.
La figura di Leonardo è legata a molti campi del sapere e della ricerca, tra cui particolarmente affascinante è quello delle macchine e della meccanica. Se i suoi progetti più celebri riguardano macchine volanti e macchine ad uso bellico, meno noto è che si dedicò anche alla costruzione di veri e propri automi, come nel caso di un cavaliere in armatura e di un leone meccanico che era in grado di camminare. Il laboratorio si comporrà di una parte narrativa, in cui verrà presentata la figura di Leonardo e le sue opere, e di una parte pratica, manipolativa, durante la quale i bambini osserveranno alcuni semplici automata e, attraverso domande guida e compiti sfidanti, potranno riflettere sul funzionamento di alcuni meccanismi e sui più comuni schemi costruttivi.
MERCOLEDÌ 25 SETTEMBRE 2019, ORE 10. Teatro Odeon, via Vendramin n. 72, Latisana. Conferenza Sin(es)teticamente Leonardo. La scienza alle radici del genio di Silvia Pittarello. Incontro rivolto ai ragazzi dell’ISIS Mattei di Latisana, aperto anche al pubblico.
Alla base del genio di molti creativi ci sono delle condizioni neurologiche ricorrenti, una di queste è la sinestesia. Si ipotizza che anche Leonardo fosse sinestetico, così come sembra fosse affetto da dislessia e da disturbo di deficit di attenzione/iperattività. Durante l’incontro si sonderanno questi tratti della sua personalità con approccio scientifico, ricercandone le tracce tra le pieghe delle sue opere, per capire se e come la sua genialità possa legarsi concretamente a certi disturbi neurologici, oggi considerati talvolta freno piuttosto che risorsa. Silvia Pittarello è comunicatrice scientifica, giornalista del “Mattino” di Padova, copy, storyteller multimediale; ha una formazione filosofica, un Master in Comunicazione delle Scienze e un passato nella comunicazione tradizionale e web.
VENERDÌ 27 SETTEMBRE 2019, ORE 20.45. Teatro Pasolini, piazza Indipendenza 34, Cervignano del Friuli. Spettacolo Io, Leonardo da Vinci. Vita segreta di un genio ribelle di e con Massimo Polidoro; scrittura e interpretazione: Massimo Polidoro. Una produzione: Elastica; musiche originali: Marco Forni, immagine grafica e animazioni: Massimo Pastore e Lele Marcojanni, voce off: Massimiliano Briarava.
Massimo Polidoro, scrittore, divulgatore, conferenziere ed esperto di fama internazionale nel campo delle pseudoscienze e della psicologia dell’insolito, porta in scena Leonardo da Vinci raccontandone tutta la sua umanità. “Si vedrà come un figlio illegittimo, privo di istruzione formale, mancino, omossessuale, pacifista e vegetariano, crebbe scoprendo di poter contare solo su sé stesso e sul proprio innegabile talento” spiega Polidoro. È il ritratto di un uomo che, grazie al suo spirito curioso, al desiderio smisurato di sapere e all’ambizione di affermarsi, riesce a superare i propri umanissimi limiti e ad affrontare difficoltà, rifiuti ed esperienze sconfortanti che avrebbero potuto schiacciare un animo meno determinato del suo. “La storia che ne emerge è una meravigliosa avventura di riscatto e trionfo sulle avversità” conclude Polidoro. Una lezione attualissima, divertente e spesso toccante, che ci mostra come tutti possiamo aspirare all’eccellenza, proprio come Leonardo.
SABATO 5 OTTOBRE 2019, ORE 18. Teatro Odeon, via Vendramin n. 72, Latisana, cerimonia di consegna del 26° Premio Letterario Internazionale “Latisana per il Nord-Est”; presenta Andrea Scanzi; letture Moni Ovadia; intervento musicale a cura della Scuola Comunale di Musica. Durante la serata verranno presentati i finalisti e proclamati i vincitori del Premio.
FINALISTI SEZIONE NARRATIVA
Tutto il resto è provvisorio di Guido Barbujani (Bompiani)
Non c'è stata nessuna battaglia di Romolo Bugaro (Marsilio)
Il capitano della Torre di Galata di Cristiano Caracci (Santi Quaranta)
FINALISTI SEZIONE LEONARDO
Non girarti dall'altra parte di Pierluigi Di Piazza (Ediciclo)
Lievito madre di Silvino Gonzato (Neri Pozza)
Ars combinatoria di Mario Turello (La Nuova Base)
VINCITORE DEL PREMIO TERRITORIO
L'animale femmina di Emanuela Canepa (Einaudi)
Seguirà brindisi
LE GIURIE
GIURIA TECNICA
Cristina Benussi (presidente) professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea all'Università di Trieste, delegata del Rettore per la Ricerca (settore SSH) e il Rapporto con il territorio e le iniziative culturali d'Ateneo, è stata visiting professor in diverse università europee e statunitensi. È membro dei comitati scientifici di alcune delle più importanti riviste internazionali del suo settore disciplinare.
Angelo Floramo dottore in Storia medievale con laurea in Filologia Latina Medievale conseguita presso l’Università degli Studi di Trieste. Docente di ruolo di Lingua e Letteratura Italiana e Storia nelle scuole di secondo grado, attualmente in servizio presso l’Istituto Marchetti di Gemona del Friuli. Ha all’attivo numerose collaborazioni scientifiche e pubblicazioni. È consulente scientifico della Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli.
Daniela Lizzi Assessore alla Cultura del Comune di Latisana. Alessandro Marzo Magno, giornalista con laurea in Storia veneta conseguita all’Università di Venezia, è stato per quasi dieci anni responsabile degli esteri del settimanale “Diario”. Ora scrive libri di divulgazione storica. Ha insegnato per un paio d’anni all’Università Statale di Milano curando un laboratorio sulla storia del cibo. Scrive nelle pagine culturali di diversi periodici e spesso partecipa a programmi tv e radio.
Antonella Sbuelz è autrice di numerosi romanzi e raccolte poetiche, per i quali ha ricevuto una trentina di premi, tra i più significativi in ambito nazionale. È stata tradotta in inglese, francese e croato. Le sue opere sono oggetto di studio presso università europee e americane. All'insegnamento in un liceo affianca numerose collaborazioni culturali, ricerca microstorica e conduzione di corsi di scrittura.
Pietro Spirito vive a lavora a Trieste. Scrittore, saggista, documentarista, autore di testi per il teatro, è giornalista alle pagine culturali del quotidiano "Il Piccolo" di Trieste. Collabora con la Rai a programmi radiofonici e televisivi e con la redazione italiana del National Geographic.
Luigi Zannini è programmista regista RAI. Da sempre si occupa di programmi radiofonici dedicati alla letteratura ed editoria. Alla sede RAI per il Friuli Venezia Giulia conduce le rubriche radiofoniche settimanali “Libri a Nordest” e quella dedicata alla Storia “Tracce”. È autore di documentari legati al mare e alla storia del territorio.
GIURIA DEL TERRITORIO
Grazie alla collaborazione con i sistemi bibliotecari della regione, ciascun centro sistema ha segnalato un lettore al fine della costituzione della Giuria territoriale.
Carmela Apuzza (Sistema Giuliano)
Anna Rita Belluzzo (Sistema Tagliamento Sile)
Cinzia Benussi (Sistema BiblioGO!)
Renzo Brollo (Sistema del Gemonese, Canal del Ferro e Val Canale 2.0)
Lorena Carbonari (Biblioteca Latisana)
Francesco Del Mestre (Sistema del Medio Friuli)
Giovanni Fabbian (Sistema delle Valli e delle Dolomiti Friulane)
Arianna Maturi (Sistema InBiblio)
Maria Beatrice Polli (Sistema della Carnia 2.0)
Brunella Vecchiet (Sistema dell’Hinterland udinese e del Friuli)
Moreno Vergolini (Sistema del Cividalese)
STORIA DEL PREMIO
Il Premio Letterario “Latisana per il Nord-Est” è stato istituito nel 1994 dall’Amministrazione Comunale su proposta dei padri fondatori Daniela Di Giusto (all’epoca Assessore alla Cultura), Lauretta Iuretig, Giuseppe Sciuto; inizialmente si chiamava “Latisana per il Friuli”, mentre dall’edizione 2000 ha assunto l’attuale denominazione. La sua finalità è quella di far conoscere il panorama letterario del Triveneto e di promuovere ed alimentare il dialogo culturale e la conoscenza reciproca; inoltre ha l’obiettivo di valorizzare la narrativa di quest’area di confine con le sue peculiarità e specificità, legate anche agli influssi dei Paesi limitrofi. È proprio la posizione di confine che ha indotto l’Amministrazione Comunale ad allargare il Premio prima alla Slovenia (nel 2012) e poi ad Austria e Croazia (nel 2013) al fine di implementare ed ampliare la reciproca conoscenza tra i popoli e il dialogo interculturale, conferendo così al Premio un respiro mitteleuropeo, infatti, dalla presente edizione, ha assunto la denominazione “Premio Letterario Internazionale”. Il triennio 2014-2015-2016 ha visto l’inserimento nel bando della Sezione Saggistica per approfondire le tematiche più sentite nel nostro territorio; la saggistica (di divulgazione) è stata ripresa nel 2019 con la Sezione Leonardo. Nel 2015 è stata istituita una Giuria popolare per dare voce ai veri destinatari dei libri. Nel corso degli anni successivi la giuria popolare è stata progressivamente ampliata in modo da rappresentare il gusto dei lettori della nostra regione, infatti dal 2018 ha assunto il titolo di Giuria del territorio. Tra il 2017 e il 2018 si è dato particolare rilievo al panorama letterario giovanile con le sezioni Giovani Autori e Opera Prima.
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Udine Today 3/09/2019
26esimo Premio Letterario Internazionale Latisana per il Nord-est 2019 Eventi a Udine
„A Latisana un mese di eventi con il 26esimo Premio Letterario Internazionale "Latisana per il Nord-Est"“
di Cristina Boschetto
Latisana è pronta a ospitare anche quest'anno il suo Premio Letterario Internazionale con grandi ospiti e grandi novità, tra le quali l'inserimento nel progetto di "Latisana (si) racconta", ossia un ricco contenitore culturale che racchiude storia, arte e letteratura. Il filone letterario è l'essenza del premio, mentre il filone artistico è stato ideato per celebrare il genio di Leonardo Da Vinci in occasione dei 500 anni dalla sua morte. Poi, il filone storico, dato da uno studio in atto sulla storia della città di Latisana, in collaborazione con l'Università degli Studi di Udine, che terminerà nella pubblicazione di un volume che sarà presentato alla prossima edizione del premio.
Il Premio Letterario
Anche per questa edizione, saranno diversi gli appuntamenti in programma, per tutti i gusti e con un occhio di riguardo per i giovani. Il premio, inoltre, è reso possibile grazie al sostegno economico della Regione Friuli Venezia Giulia, di Fondazione Friuli, Banca TER, Coop Alleanza 3.0 e diverse altre realtà, come la Pro Latisana. Per la regione, come ricorda Mauro Di Bert, consigliere regionale, "l'iniziativa di Latisana è un esempio concreto e chiaro di una formula vincente", mentre Piero Mauro Zanin, presidente del consiglio regionale, dichiara come "l'associazionismo nella nostra regione fa fare un salto avanti rispetto alle altre regioni d'Italia, e per questo la regione investe sul futuro e sulla comunità". Inoltre, il presidente sottolinea come ci sia un bisogno di "recupero di quei valori umani che si stanno perdendo, e che la cultura può aiutare in questo recupero attraverso la sua capacità di farci riflettere". L'iniziativa, istituita già nel 1994 dall'amministrazione comunale di Latisana, vuole far conoscere il panorama del Triveneto e intende promuovere e alimentare il dialogo culturale e la conoscenza reciproca. Inoltre, ha l'obiettivo di valorizzare la narrativa di quest'area di confine, e proprio per questo, negli anni, si è allargato anche alla vicina Slovenia, all'Austria e alla Croazia.
I finalisti 2019
Nei finalisti della sezione narrativa troviamo: "Tutto il resto è provvisorio" di Guido Barbujani (Bompiani), "Non c'è stata nessuna battaglia" di Romolo Bugaro (Marsilio) e "Il capitano della Torre di Galata" di Cristiano Caracci (Santi Quaranta). Per quanto riguarda la sezione Leonardo, invece, i finalisti sono: "Non girarti dall'altra parte" di Pierluigi di Piazza (Ediciclo), "Lievito madre" di Silvano Gonzato (Neri Pozza) e "Ars combinatoria" di Mario Turello (La Nuova Base). Infine, il vincitore del Premio Territorio è Emanuela Canepa con "L'animale femmina" (Einaudi).
Gli eventi principali
Si inizia giovedì 5 settembre alle 18.30 con la conferenza "Un paese, un fiume. Storia di Latisana dal Medioevo al Novecento". L'incontro si terrà alla sala consiliare del municipio, in piazza Indipendenza, 74 Latisana. Interverranno Andrea Zannini, Paolo Ferrari, Bruno Figliuolo, Viviana Grego e Cristina Zanetti. Intervento musicale a cura della Scuola Comunale di Musica.
Sabato 7 settembre, invece, alle 21.00 al Teatro Odeon (via Vendramin, 72) ci sarà lo spettacolo "Leonardo" di e con Vittorio Sgarbi (biglietti su Ticketone.it - informazioni su www.azalea.it). Lo spettacolo è stato ideato in occasione dei 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci.
Venerdì 13 settembre, alle 18.00 al Caffè Garibaldi di Latisana (piazza Garibaldi, 14), la presentazione del libro "Locanda Tagliamento" di Bottega Errante Edizioni, con l'intervento degli autori Fabiana Dallavalle, Luca Alfonso d'Agostino e Paolo Forte.
Dal 24 al 26 settembre, ancora, alla biblioteca comunale di Ronchis (piazzetta Glemonassi, 2) ci sarà il "Laboratorio sulle tracce di Leonardo", un incontro di narrazione con esplorazione di macchine.
Inoltre, mercoledì 25 settembre alle 10.00 (teatro Odeon) la conferenza "Sin(es)teticamente Leonardo. La scienza alle radici del genio" di Silvia Pittarello.
Venerdì 27 settembre alle 20.45 ci si sposta al teatro Pasolini di Cervignano (piazza Indipendenza, 34) con lo spettacolo "Io, Leonardo da Vinci. Vita segreta di un genio ribelle" di e con Massimo Polidoro.
Infine, sabato 5 ottobre alle 18.00 (teatro Odeon) la cerimonia di consegna del 26esimo Premio Letterario Internazionale "Latisana per il Nord-Est". Presenta Andrea Scanzi con letture di Moni Ovadia, mentre l'intervento musicale sarà a cura della Scuola Comunale di Musica. Durante la serata verranno presentati i finalisti e proclamati i vincitori del Premio.

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Il Ponte rosso luglio 2019
Pag. 18-19
IL DRAMMA DI UN MILITARE PACIFICO
di Fulvio Senardi
Giunto alla sua quarta prova, Cristiano Caracci si conferma uno dei migliori narratori del nord-est. Schivo di carattere quanto gentile nel tratto, professionalmente impegnato nel Foro di Udine - lunghe giornate passate tra le toghe piuttosto che in compagnia dei libri - Caracci, a conoscerlo, fa l’impressione del gentiluomo d’altri tempi. Ho nitida memoria del primo incontro, in occasione della presentazione de La luce di Ragusa, nel lontano 2005, con lo scrittore al mio fianco, felice ma quasi stupito per lo splendido libro che gli era uscito dalle mani e per la calda accoglienza che gli tributava il pubblico. Poi un lungo silenzio, interrotto dall’uscita de L’Adriatico insanguinato nel 2014. I salotti letterari della Regione (per metafora: le pagine dei libri dei quotidiani, gli innumerevoli festival con al culmine Pordenonelegge, l’attività di promozione culturale degli assessorati comunali - peggio che mai a Trieste, che ha visto il suo ultimo vero assessore alla cultura nella persona di Roberto Damiani) non conoscono il suo nome o quasi. A plateale conferma dell’adagio che vuole nemici merito e notorietà. Fornisce ora un’ottima occasione per riparlare dell’uomo e dell’opera Il capitano della Torre di Galata, uscito nel 2018 per le raffinate edizioni di Santi Quaranta. Si noti il prezzo (Euro 13,00): complimenti all’editore che offre un prodotto di qualità al costo di un tascabile, e consiglio ai lettori, occasionali o forti che siano: rinuncino a una pizza e passino qualche ora nell’emozionante compagnia di Solimano, il capitano della Torre di Galata. Alla base delle vicende c’è un solido zoccolo documentario: siamo nella Grecia sottoposta alla Sublime Porta nei primi anni Venti dell’Ottocento, agli inizi della riscossa patriottica che, nel lungo secolo del risveglio dei popoli oppressi, vide l’Egeo tingersi di rosso come nessun’altra parte d’Europa. Il racconto si conclude però a Istanbul, con il sanguinoso episodio del massacro dei Giannizzeri, voluto da Mahmud II nel 1826 per eliminare un corpo armato che ormai, come i pretoriani al tempo dell’Impero di Roma, si era arrogato il ruolo di faiseur de roi. L’erudizione però è del tutto espunta dal racconto, senza che esso scivoli tuttavia nell’aleatorio della pura allegoria. Il lettore curioso potrà così divertirsi a individuare il referente storico degli episodi raccontati, segnare a dito sulla carta la cittadina di Astros, il centro topografico delle vicende, o la piazzaforte di Tripoli, nell’Arcadia peloponnesiaca, consapevole però che ciò che sta a cuore a Caracci non è narrativizzare la storia, ma, manzonianamente potremmo dire, ridare a quella storia, tracciata in filigrana, forza di parole e calore di emozioni. Evitando il piano del giudizio se non mediatamente e in prospettiva assai generica, ma senza rinunciare a riaffermare, pur lontano da ogni rigidità moralistica, una propria certezza di valori. C’è dunque Solimano, un ufficiale dei Giannizzeri che non sogna la gloria della guerra al servizio della Sublime Porta, ma vagheggia invece una sede in una provincia tranquilla, dove poter condurre una vita oscura e serena, come insegnato dai filosofi antichi. Né sete di conquista né volontà di proselitismo islamico animano un uomo di formazione militare ma che ha appeso la scimitarra al chiodo e riconosce Dio (Allah, Jahvé o θεός che sia) nella bellezza del creato, deus sive natura, e nei legami d’affetto, il buono che c’è in noi. Troverà il suo piccolo eden in un minuscolo borgo del Peloponneso, nel quale, dopo un secolo di dominazione ottomana, si era andato creando tra turchi e greci un clima disteso di reciproca tolleranza, sul filo di una quotidianità di rapporti maturata nello spirito di solidarietà dei piccoli luoghi e sul ritmo alterno, sentito ormai naturale, delle ricorrenze dell’una e dell’altra fede, la festa di San Costantino e il Ramadan, il Kurban e il Natale. Luogo bellissimo peraltro, affacciato sul mare, ricchissimo di vegetazione e con qualche resto di civiltà antiche, che Caracci descrive con il trasporto del viaggiatore incline a cedere al fascino delle terre che scopre e, insieme, con l’abilità del paesaggista cui bastano due colpi di pennello per evocare un ambiente. Nella quieta atmosfera del sud, tra genti di cuore generoso e pronte alla condivisione del poco che posseggono, perfino il giogo ottomano si era ormai stemperato in un bonario paternalismo: gli ufficiali della mezzaluna - magari davanti a un bicchiere, nel luogo deputato della convivialità, l’osteria Lagoudera - erano i primi a sorridere di certi editti, pretenziosi nella forma quanto irragionevoli nel contenuto, che Istanbul diramava alle periferie dell’impero. Eppure divampando come il fuoco sul fieno secco, la passione nazionale e l’intolleranza religiosa si diffondono, in un breve corso d’anni, con la forza di un incendio incontrollabile, separando irrimediabilmente ciò che con un lento processo stava fondendosi in unità. Alle feste succedono le stragi, il fuoco degli incendi rivaleggia con il rosso del tramonto, e la morte non risparmia nessuno, donne, vecchi, bambini. È storia di ieri, di oggi, forse anche di domani. Caracci la racconta con stile sobrio, cedendo la parola a un malinconico Solimano, ufficiale turco innamorato della pace. Ed è storia che noi, in quest’angolo d’Italia proteso verso il mondo balcanico (o meglio, parte di esso) conosciamo assai bene, e coltiviamo anzi come una spina d’astio che avvelena il nostro senso del presente nutrendolo di veleni antichi. Splendido simbolo di un dialogo diventato impossibile è l’incapacità di assistere con la spensieratezza di un tempo, sulle coste d’Egeo ormai intrise d’odio, alle rappresentazioni della marionetta Karagöz che, in passato aveva sempre amato sdoppiarsi, come a significare una cuginanza possibile anzi ovvia, nel greco Karagiozis, con gran delizia dei fanciulli delle due comunità, accorsi a godersi lo spettacolo seduti fianco a fianco sulle panche di legno del teatrino improvvisato. Rientrato a Istanbul ma disorientato come un esule in patria, Solimano, ritrova, sulla torre di Galata che è andata acquistando il valore di un simbolo della giovinezza perduta e irritrovabile, dei suoi sogni e delle sue fantasie (una torre che riporta verso l’alto e il libero volo degli uccelli chi era precipitato negli abissi del pessimismo), quell’amico che forse potrà aiutarlo a sorridere ancora nel mesto crepuscolo della vecchiaia. Dietro le spalle, vivida nel ricordo ma perduta nelle pieghe della Storia, la visione di un momento breve di pace e armonia: “secoli di convivenza erano trascorsi indifferenti per la reciproca comprensione; ciascuno si perse in quell’odio smisurato che nulla lasciava alla pietà di Dio”. Se è vero, come voleva Melville, che la letteratura è la grande arte di dire la verità, qui Caracci la raggiunge sui due piani di una riflessione che guarda alla società, ma costruendone la suggestiva metafora in un calibratissimo (e mai freddamente didascalico) spazio narrativo, mentre avanza, nel tempo stesso (con qualche, ipotizziamo, implicazione autobiografia), una legittima domanda sul senso della vita, “teatro delle ombre” che può talvolta sembrare povero di significato, ma solo se ci sfugge la ricchezza dei suoi singoli attimi: la pienezza è nell’istante, in ogni istante, come ben sapevano gli antichi (carpe diem). Tra malinconico ripiegamento e pieno - ma non tronfio - piacere della vita, ondeggia il sentire di Solimano, cui, con perfetto equilibrio di emozioni e di stile Caracci ha dato vita come per un piccolo apologo sui nostri sussulti del cuore, sulla nostra presenza nel mondo, sul valore di un armonioso contesto relazionale e affettivo, ciò che più assomiglia alla felicità.
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Città Nuova 15/06/2019
In libreria
Autore: Oreste Paliotti
Fonte: Città Nuova
I nostri consigli per la lettura di questa settimana
Narrativa – Cristiano Caracci, “Il capitano della Torre di Galata”, Santi Quaranta, euro 13,00 – Caracci delinea, in questo nuovo romanzo raffinato e immaginoso, la ribellione dei greci contro gli ottomani in terra di Morea. Nella cornice di una storia colma di episodi violenti, fa emergere l’umanità, la dolce vita e il desiderio di pace del capitano Solimano.
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Convenzionali 20/05/2019
“Il capitano della Torre di Galata”: intervista a Cristiano Caracci
di Gabriele Ottaviani
Cristiano Caracci ha scritto Il capitano della Torre di Galata: Convenzionali lo intervista con gioia per voi.
Da quale esigenza nasce questo libro?
Quella di parlare di una vita semplice, amichevole e solidale, diversa dalla nostra.
Da dove nasce la sua passione per la storia?
Sono stato sempre interessato alle vicende del passato e alle società antiche.
La lettura, soprattutto di pagine di Croce, poi le visite a zone archeologiche, gli stessi studi universitari, mi hanno poi convinto di come la storia del diritto sia uno dei più fecondi strumenti di indagine della realtà.
Che valore hanno nella società odierna la memoria e la testimonianza?
Un valore assoluto perché senza la memoria manca ogni comprensione del presente e del diverso e viene meno ogni spiraglio sul futuro.
Riguardo la testimonianza diretta, penso, per esempio, all’importanza della Cronaca di Giorgio Sfranze che, raccontando la sua vita, rappresenta oggi un prezioso documento della cultura e dello spirito bizantino.
Anche la narrativa storica può essere testimonianza e memoria traverso racconti verosimili.
Insomma, mi pare che la memoria e la testimonianza svolgano oggi sempre la medesima funzione ma, nella società odierna in cui il passato è quasi un disvalore, tantopiù necessari sono gli strumenti della comprensione attraverso il ricordo e l’analisi.
Cosa la affascina dell’oriente mediterraneo, in primo luogo di Istanbul?
Sporgersi dal terrazzo della Torre di Galata è un’emozione molto forte: a non dire della bellezza naturale, è come affacciarsi sulla storia dall’alto di un simbolo del medioevo europeo e guardare, in uno, Roma, Bisanzio, Istanbul.
Il Levante Veneto, vorrei considerare anche Ravenna, è un luogo di magia sia per la straordinaria bellezza della costa e delle isole, sia il patrimonio artistico che vi si trova; alle spalle della costa dalmata si riconoscono i trascorsi ottomani di cui, fortunatamente, rimangono ancora segni e monumenti.
La Morea contiene importantissima archeologia classica e bizantina, continua fonte di ricordi ed emozioni.
Immagino il Mediterraneo orientale, comprendente il Mar Nero, come il luogo della civiltà dei commerci che io percepisco contrapposta a quella delle guerre nazionali e di potenza; è, considero, il mare del Sabir, la lingua franca che aiutava tutti a comprendersi, per mille anni tentativo di sconfiggere Babele fino a quando le potenze nazionali hanno voluto abrogarla.
Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul: in cosa è uguale e in cosa è diversa questa città secondo lei?
Il Sultano Solimano che noi chiamiamo “il Magnifico”, ambiva, invece, a essere ricordato come “il Legislatore” in continuità ideale con l’Imperatore Giustiniano il quale, mille anni prima, aveva riordinato il diritto romano, cioè il diritto.
Le Repubbliche di Venezia, Ragusa, Genova hanno conservato nella Città il centro dei loro affari, si chiamasse Costantinopoli o Istanbul.
Le diversità, ahimè, sono sotto gli occhi di tutti e non dipendono, mi pare, dalle diverse religioni.
Qual è l’antidoto per superare il conflitto, la paura del diverso, le difficoltà di integrazione di diverse culture nel mondo contemporaneo?
Appunto un antidoto è lo studio della storia e, naturalmente, la pratica della tolleranza, pure se la tolleranza stessa è un valore soltanto residuale, perché tollerare non è rispettare.
Che messaggio vuole trasmettere ai suoi lettori?
Non sono contrario al profitto e al successo sempreché non vengano elevati, come mi pare siano oggi, a valori assoluti di per sé, ma si abbia coscienza di ciò che è bene, è bello, è strumento ed è fine.
Che sensazione le dà essere nella longlist del Comisso?
È molto lusinghiero.
Perché scrive?
Io scrivo soltanto di cose che mi meravigliano, siano esse una vicenda storica, una pagina di diritto, uno spettacolo naturale, un’opera d’arte o altro.
Che consiglio darebbe a chi volesse mettere nero su bianco la storia che desidera raccontare?
Attendere, appunto, di meravigliarsi o almeno sorprendersi e non farsi sfuggire l’occasione quando ciò avviene.
Il libro e il film del cuore, e perché.
Suppongo che l’Odissea sia in prededuzione e quindi posso almeno aggiungere Medio Evo del diritto, un vecchio libro di Francesco Calasso che, molti anni or sono, mi ha introdotto alla conoscenza di argomenti che poi mi hanno sempre interessato.
Riguardo il film, direi Mediterraneo perché ambientato in quel luogo straordinario che è l’isola di Castel Rosso, per l’atmosfera buzzatiana che si respira e la dedica “a chi vuole fuggire”.
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Il Piccolo 27/04/2019
L'Adriatico di Cristiano Caracci
TRIESTE Oggi. alle 10, alla Casa della Pietra «Igo Gruden» di Aurisina, presentazione dei libri di Cristiano Caracci: L'Adriatico insanguinato (Santi Quaranta, 2014) e Il capitano della Torre di Galata (Santi Quaranta, 2018). Intervengono Adriano Papo e Cristiano Caracci, a cura del Centro Studi Adria—Danubia e l'Associazione Culturale Italoungherese «Pier Paolo Vergerio» di Duino Aurisina. In entrambi i libri la macrostoria si fonde con la piccola storia: l'autore muove i personaggi di fantasia all'interno di grandi eventi effettivamente avvenuti. Il primo libro è infatti ambientato all'epoca della cosiddetta guerra di Chioggia del 1378—79, nel corso della quale Genova, alleata contro Venezia col Patriarcato di Aquileia, con Padova e con l’Ungheria, riesce a conquistare la cittadina veneta mettendo a rischio la sopravvivenza stessa della Serenissima. Col secondo libro siamo invece in Morea, dove gli ottomani dominatori, musulmani, convivono in armonia coi greci cristiano-ortodossi, finché il nazionalismo greco turba la pace quotidiana di quei luoghi. L'evento avrà luogo nell'ambito della rassegna storico-letteraria «Scrittori per tutte le stagioni 2019» e del progetto «DuinoAurisina, la città che legge».

Rai Radio 1 - 16/02/2019

“Libri a Nord-Est”, intervista di L. Zannini a Cristiano Caracci riguardo “Il Capitano della torre di Galata”
Link dell’intervista

Studia Historica Adriatica ac Danubiana – gen.-feb. 2019
Pag. 119-124
L’Adriatico di Cristiano Caracci

Recensione del libro di Cristiano Caracci, L’Adriatico insanguinato. Genova, Aquileia, i Carraresi, l’Ungheria contro Venezia,
Santi Quaranta, Treviso 2014
Cristiano Caracci, udinese, è un avvocato civilista, peraltro appassionato di storia del diritto mediterraneo. Caracci è però anche sensibile al fascino delle lettere, attratto soprattutto dalla gloriosa storia di Ragusa, la piccola repubblica marinara adriatica, cui ha dedicato diverse opere, tra cui spicca il suggestivo romanzo La luce di Ragusa (pubblicato da Santi Quaranta nel 2005, e ripubblicato in una seconda edizione), in cui fondono atmosfere e personaggi della città adriatica, attraverso le varie generazioni che si sono avvicendate nel corso dei secoli in mezzo ai numerosi drammi che la città adriatica ha dovuto affrontare, quali la peste, il terremoto e, per ultimi, i bombardamenti inflitti dalle truppe jugoslave. A Ragusa Caracci ha dedicato pure Né turchi né ebrei ma nobili ragusei (Edizioni della Laguna, Mariano Del Friuli, 2004), breve storia della singolare città–stato dell’Adriatico orientale, nonché Il tramonto di Ragusa (Santi Quaranta, 2015), romanzo incentrato sul tragico declino della gloriosa ‘quinta repubblica marinara italiana’.
Caracci è inoltre autore di Levante veneto (SBC Edizioni, Ravenna, 2011), che ripercorre la storia dell’inquieto Mediterraneo orientale fino alle guerre russo–turche e quindi alla campagna dei Dardanelli, nonché di Due racconti ottomani (SBC Edizioni, Ravenna, 2009), ambientati nel XV secolo, allorché l’invasione ottomana dell’Occidente interessò pure alcune colonie e territori delle repubbliche marinare di Genova e Venezia. Si tratta quindi d’una serie di romanzi storici per lo più dedicati a Ragusa o in genere all’Adriatico orientale, al Levante, all’Impero Ottomano.
Cristiano Caracci ha pubblicato anche scritti di storia del diritto italiano e articoli per riviste scientifiche, come la nostra «Studia historica adriatica ac danubiana». Ha conseguito vari premi in concorsi letterari nazionali: tra questi, il premio Amerino col racconto Fuochi; il Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo 2018).
Nel 2014, sempre per Santi Quaranta, è uscito L’Adriatico insanguinato, sottotitolo: Genova, Aquileia, i Carraresi, l’Ungheria contro Venezia, un romanzo storico e variamente articolato, in cui l’Autore muove i personaggi di fantasia all’interno d’un evento effettivamente avvenuto, la cosiddetta guerra di Chioggia del 1378–79, nel corso della quale Genova, alleata tra gli altri col Patriarcato di Aquileia, coi Carraresi di Padova e con l’Ungheria contro Venezia, alleata a sua volta con Napoli e Milano, era riuscita a conquistare la cittadina veneta. La guerra rappresentò un punto di svolta per la Serenissima, minacciata come mai lo era stata prima soprattutto dalla sua grande rivale genovese: da quel momento in poi, pur uscendo vittoriosa dal confronto con la rivale, avrebbe — secondo alcuni — imboccato la lenta strada verso il lento ma inesorabile declino. Per il Patriarcato di Aquileia questa guerra rappresenta invece l’anteprima dello scontro con Venezia che nel 1420 determinerà la sua fine.
La supremazia nell’Adriatico e il possesso della Dalmazia furono una costante della politica estera dei sovrani ungheresi e in particolare di quella di Luigi I d’Angiò detto il Grande, durante il cui regno (1342–82) l’esercito magiaro fu ripetutamente mobilitato nel conflitto contro Venezia per il possesso della costa dalmata. Il conflitto ungaro–veneto scoppiò nell’estate del 1346. Concluso un armistizio di otto anni, esso riprese nel giugno del 1356, dopo le due campagne per la conquista del regno napoletano: Luigi, alleatosi col patriarca d’Aquileia, Niccolò di Lussemburgo (il fratellastro dell’imperatore Carlo IV), con i conti di Gorizia, col vescovo di Ceneda, con alcuni signori friulani e veneti, con le città imperiali di Feltre e Belluno e col signore di Padova, Francesco I da Carrara, portò questa volta il conflitto in Italia, occupando il territorio tra il Brenta e il Piave e assediando la fortezza di Treviso. Il re magiaro, nella quasi impossibilità di sconfiggere Venezia sul mare, aveva intuito che avrebbe potuto farcela soltanto attaccandola dalla terraferma. La guerra fu in parte condotta pure in Istria, dove gli alleati di Luigi I, il conte di Pisino e i signori di Stein e Postumia, attaccarono i possessi veneti. Non pare però che il patriarca abbia partecipato direttamente a questa guerra. Conclusa una tregua di cinque mesi con la Serenissima (11 novembre 1356), Luigi passò quindi in Dalmazia, dove, l’anno seguente, occupò Spalato, Traù, Zara e Sebenico, e, nel 1358, Nona e le isole di Brazza e di Lesina. Il 18 febbraio 1358 fu conclusa a Zara la pace con Venezia: la Serenissima riconobbe la sovranità del re d’Ungheria su tutte le città e le isole della Dalmazia e la libertà di commercio delle medesime città; lo stesso doge rinunciò al titolo di dux Croaciae et Dalmatiae; in compenso, Luigi si ritirò dai territori italiani.
Sette anni dopo la pace di Zara, la Serenissima occupò alcuni porti della costa orientale dell’Adriatico creando nuovi pretesti di guerra con l’Ungheria. Il nuovo conflitto s’inserì in quello ch’era scoppiato tra Padova e Venezia per alcune questioni di confine. In seguito all’insistenza del signore di Padova Francesco I da Carrara, il re Luigi accolse l’invito a unirsi con lui in un’alleanza antiveneziana, che alfine incluse anche i duchi d’Austria, Alberto III e Leopoldo III, e il patriarca d’Aquileia Marquardo di Randeck (1365–81). Il patriarca pose però delle dure condizioni prima di associarsi in lega col Carrarese e col re magiaro:
a) il pagamento in suo favore di 24.000 fiorini d’oro da parte degli altri alleati;
b) lo stanziamento in Friuli di truppe ungheresi sufficienti a proteggere il patriarca stesso dalle ritorsioni veneziane.
Tuttavia, anche in questo caso non possediamo documenti che attestino l’effettiva entrata in guerra del patriarca, ma è verosimile che ciò sia effettivamente avvenuto. Dopo qualche infruttuoso tentativo di pace coi veneziani, il re Luigi mandò un esercito in Italia, che attraversò indisturbato il Friuli nel novembre del 1372 e sconfisse i veneziani sul Piave il 9 dicembre. Il conflitto fu però sfavorevole a Padova, che non poté continuare la guerra per mancanza di fondi e di armati e per i notevoli danni subiti dall’attraversamento del suo territorio da parte sia degli eserciti alleati che di quello nemico. Pesanti e frequenti rovesci militari dell’esercito ungaro–padovano verificatisi dal 1° luglio al 30 agosto 1373 aggravarono la già precaria situazione del Carrarese; ma anche l’esercito ungherese si sfaldò e i suoi soldati a ondate successive tornarono a casa. Il 21 settembre 1373 fu siglata la pace, e il 27 settembre Francesco Novello, il figlio e successore di Francesco I da Carrara, dovette inginocchiarsi e umiliarsi davanti al doge veneziano.
Il 21 giugno 1376 il patriarca Marquardo rinnovò a Visegrád, in Ungheria, il trattato d’alleanza col re Luigi: il trattato contemplava il reciproco aiuto, in Friuli e fuori del Friuli, contro ogni nemico che non fosse stato il papa o l’imperatore. Nella lega sarebbero dovuti confluire anche la Repubblica di Genova e il signore di Padova, Francesco I da Carrara. Il patriarca s’era nuovamente rivolto al re d’Ungheria, consigliato in tal senso dallo stesso papa Gregorio XI nonché dall’imperatore Carlo IV, per meglio difendersi dai veneziani, che vessavano le città di confine (Portogruaro, Marano, Muggia) ostacolandone tra l’altro i traffici commerciali. Dopo l’occupazione veneziana di Trieste, infatti, Muggia si trovava isolata e non poteva vendere il sale e il vino che produceva; Venezia, inoltre, tendeva a espandersi in Istria nei territori ch’erano possessi del Patriarcato stesso. Il re d’Ungheria sarebbe dunque dovuto intervenire in difesa del Patriarcato. Il patto prevedeva inoltre la restituzione al Patriarcato di tutte le città che gli erano appartenute. All’inizio del 1378, anche Genova sottoscrisse l’alleanza col re d’Ungheria, col patriarca, col Carrarese e con Verona, apertamente in funzione antiveneziana ma anche contro Giovanna I di Napoli e Bernabò Visconti, signore di Milano, il quale, il 14 novembre 1377, s’era unito in lega con Venezia in previsione d’una guerra da condurre contro la repubblica ligure. Il 24 giugno 1378, un grosso esercito ungherese scese in Friuli e nel Veneto, passò il Piave e puntò su Castelfranco, saccheggiando e incendiando tutto ciò che trovava lungo il percorso. Solo Treviso e Mestre resistettero agli assalti del Carrarese e dei suoi alleati. Anche il Patriarcato entrò in guerra contro Venezia, che dal mese di marzo non gli corrispondeva più il tributo dovutogli per le terre istriane; l’8 luglio anche i signori di Ceneda strinsero alleanza col patriarca; la lega fu ratificata il 2 settembre dal Parlamento friulano, che, d’intesa con il patriarca, i prelati, i nobili e le comunità della Patria impose una tassa straordinaria per il pagamento dei soldati, la “pro honore et statu domini regis Hungarie”, con cui il patriarca era alleato. Il 24 settembre il patriarca, pretese da Cividale “pro parte serenissimi domini nostri regis Ungarie” un contingente di truppe, che avrebbe voluto trovare a Sacile pronto in armi e a sua completa disposizione. Le enormi spese di guerra avrebbero costretto il patriarca Marquardo ad alienare molte delle sue rendite, mentre i veneziani, bruciando e depredando i borghi e i castelli dell’Istria, contribuivano a incrementare la crisi economica e finanziaria del Patriarcato.
Nel 1378–79 due grandi schieramenti si contrapposero quindi in Italia e nell’Adriatico: da una parte il Regno d’Ungheria, i ducati austriaci (che aderirono alla lega il 15 maggio 1379), Genova, Padova, Verona e Aquileia; dall’altra Venezia, Napoli e Milano. L’intervento in guerra di Genova principiò con una sconfitta da parte veneziana a Porto d’Anzio (30 maggio 1378); la flotta veneziana, capitanata da Vettor Pisani, occupò quindi Cattaro e devastò Sebenico (24 ottobre), Traù e Arbe (10 novembre), che costrinse a sottomettersi al suo dominio. Ben presto però la flotta genovese, sotto il comando di Luciano Doria, raggiunse quella veneziana a Pola e, in azione congiunta con gli alleati magiari, sconfisse il nemico il 7 maggio del 1379, pur perdendo nello scontro il suo ammiraglio. I mercanti udinesi sollecitarono quindi il Parlamento della Patria a prendere decisa posizione in favore dell’intervento (16 maggio 1379), recriminando per l’impossibilità di condurre liberamente i loro traffici di sale, farina e olio sia per mare che per terra. Tre mesi dopo, i genovesi insieme coi padovani (ma erano presenti anche truppe patriarchine comandate da Giacomazzo di Porcia), dopo aver bruciato Umago, Grado e Caorle, occupavano Malamocco e Chioggia (16 agosto 1379), stringendo Venezia in una morsa mortale. Anche Trieste era in gran fermento, mentre Venezia all’inizio del 1380 perdeva le sue posizioni in Istria: prima Capodistria (ma per poco), poi Trieste si diedero al patriarca, grazie soprattutto all’intervento finanziario e militare di Cividale e Udine.
Venezia, in evidente difficoltà, accerchiata dal nemico, chiese la pace: le condizioni del re Luigi furono però durissime: la restituzione da parte di Venezia di tutti i territori che aveva sottratto agli alleati e il pagamento d’ingenti spese di guerra. Nel frattempo, però, era giunto l’avviso che stava scendendo in Italia con 10.000 uomini Carlo di Durazzo il Piccolo per conto dello stesso re d’Ungheria. Carlo incontrò gli ambasciatori veneziani prima a Sacile, poi nel suo campo di Treviso. Le richieste del re d’Ungheria ai veneziani erano secche: il vassallaggio di Venezia, la corresponsione d’un tributo di 100.000 ducati, un cospicuo contributo di guerra (500.000 ducati), la cessione di Mestre, Treviso, Castelfranco e Conegliano, libertà nel commercio del sale e, soprattutto, la città di Trieste (“omnino volebat Civitatem Tergesti”), forse — sospettavano i veneziani — per passarla poi al duca d’Austria Leopoldo III. Le trattative si trascinarono fino a novembre, anche perché sia i genovesi che i padovani erano particolarmente contrari alla pace.
Mentre si svolgevano i negoziati di pace, Venezia aveva riarmato la flotta, con la quale riuscì a bloccare i genovesi a Chioggia (1° dicembre 1379), chiudendoli in una trappola fatale. Mentre perdurava il blocco di Chioggia, il Carrarese tornò ad assediare Treviso con truppe italiane e magiare; l’assedio durò dal 24 febbraio al 6 giugno 1380. Nemmeno la nuova flotta genovese giunta in Adriatico riuscì però a rompere il blocco: il 24 giugno 1380 i genovesi, chiusi nel mare antistante la città di Chioggia, si arresero ai veneziani.
La guerra si concluse definitivamente con la pace di Torino del 24 agosto 1381, che, voluta e mediata dal conte di Savoia, Amedeo VI, grossomodo ricalcava nei suoi dettami quella di Zara del 1358: Luigi I d’Angiò s’impegnava a restituire alla repubblica veneta i territori da lui occupati in Italia, in cambio del riconoscimento della sovranità ungherese su tutta la Dalmazia, ormai di fatto quasi interamente sotto il dominio magiaro. Alle città dalmate fu però lasciata libertà di commercio con Venezia (escluso quello del sale) per un fatturato massimo annuo di 35.000 ducati e previo pagamento da parte della Serenissima all’Ungheria d’un tributo di 7000 ducati l’anno. Venezia dovette cedere al duca Leopoldo d’Austria Treviso coi castelli del Cenedese, a Francesco da Carrara Noale, Castelfranco e Asolo, ch’egli aveva occupato durante la guerra. La Serenissima rinunciò definitivamente ai suoi diritti su Trieste e sui castelli di Moccò e Mocolano. Luigi I d’Ungheria riuscì dunque a realizzare i progetti dei suoi predecessori sottraendo a Venezia la Dalmazia, ma non conseguì l’altro importante scopo che s’era prefisso: quello di sostituire Venezia con Zara come centro dei traffici col Levante.
Ma questa è, si sa, la macrostoria, nella quale diventano poi protagonisti i piccoli personaggi del romanzo di Cristiano Caracci, come Battista di Billerio o lo speziale veneziano Daniele di Dorsoduro o il mercante Giovanni de Campo. Sono loro a raccontare per il tramite dell’Autore che cosa accadde negli anni 1379–80 quando Chioggia fu riconquistata da Venezia e allora divenne strategicamente importante Marano quale base genovese.
La narrazione è un misto di realtà e invenzione, in quanto affianca ai dati storici tre manoscritti (La Cronica di Tite furlano, Noi di Porto Lignano, Cronica di Giovanni de Campo, veneziano) usciti dalla penna dell’Autore, a testimonianza della sua profonda conoscenza dello spirito del tempo.
Tite da Billerio, allora feudo dei Prampero, una delle voci narranti del libro, era stato arruolato d’autorità e spedito con altri del suo paese fino a Marano, per rinforzare “Quel povero, piccolo esercito impaurito preteso dal Parlamento e dal Patriarca”. Siamo nel 1379 e aspettando la guerra Tite aveva intanto imparato a nuotare, a vogare, a pescare. E un giorno, mentre in barca si stava spingendo con gli amici verso Grado, ci fu una sorta di apparizione sul mare. La racconta con parole eleganti e raffinate: “Transitava davanti a noi la grande, ricchissima trireme rossa che accompagnava all’isola il Patriarca Marquardo, un abile barone tedesco, vescovo di Augusta, arrivato in Friuli nel 1365, uomo d’arme e diplomatico, che per necessità partecipò all’alleanza contro Venezia, ritto sul castello di poppa, la preziosa tiara sul capo, fasciato nella veste nera oro e porpora, accanto alla sua insegna grifagna che pareva volare nella brezza e nella luce tremula...”.
Si può anche apprezzare una suggestiva scena della Udine di fine Trecento che descrive ciò che accade in Mercato Vecchio mentre arrivano le truppe degli alleati ungheresi. In questo mondo di piccoli personaggi appaiono magari di sfuggita anche i grandi, come il patriarca Marquardo. Marquardo morí nel gennaio del 1381 mentre ancora si combatteva, ma — rivela Caracci attraverso la cronaca di Tite — “Quando giunse la notizia nessuno ne pianse il ricordo, anzi nessuno dimenticava quell’alleanza con Re, signori, soldati sconosciuti che aveva incendiato il nostro mare, rapito la gioventù, affamato ognuno”. “Grandi erano state le sofferenze patite fino ad allora e altre non sarebbero mancate”.
Allo stesso modo nessuno pianse né si stupì quando una mattina, a Marano, fu trovato per strada il console di Genova, trafitto da nove coltellate. Insomma, l’alleanza coi genovesi era sentita come innaturale perché, afferma Tite, “qui a Marano siamo schiavi degli stranieri, bestie da lavoro”. Ma se questo avviene in Friuli, spiega il veneziano Giovanni de Campo, a Costantinopoli veneziani e levantini facevano insieme grossi affari.
Invero l’alleanza patriarchina con Genova non fu accolta con piacere dai maranesi, i quali davano ospitalità nelle loro case ai prigionieri veneziani. A Marano — racconta Battista — “nessuno era più disposto a tollerare simili alleati”. I poveri pescatori maranesi erano addirittura diventati rematori coatti nei legni genovesi: “La fatica dei maranesi, rapiti dai loro stessi alleati, avrebbe poi raccontato Marino, fu tremenda pure per pescatori esperti del mare; e vogando incatenati a cento remi, coordinando la battuta di tanti legni a un’andatura arrancata nel timore di incrociare navi nemiche, furono condotti esausti nel canale principale di Chioggia, raggiunto senza che fosse consentita neppure una sosta”.
Cristiano Caracci è particolarmente abile nella descrizione di ambienti e scorci di lagune e di mari, che ci coinvolgono come si legge, a esempio, nella Cronica di Tite furlano:
Partii di prima mattina, in compagnia del minuscolo e vivace cane Spezia, inquilino della piazza, che tutti accudivano; amava navigare, seduto attento a prua; la nostra solitudine fu subito totale; scomparsi i rumori pure discreti del paese, i gabbiani rimanevano padroni del silenzio fino a sera, quando impazzivano le rondini; quasi non contava il rumore liquido dei remi simile a quello di un'onda leggera, venuta da lontano; sull'acqua, quasi immobile, nuotavano uccelli mai visti prima, solitari o in gruppi di famiglie, piccoli e adulti e beccavano chinando il collo in quell'immensità liquida o risalivano a terra con andatura buffa ma disinvolta....
Descrizioni come questa non sono rare e fanno sì che il lettore si immedesimi nelle vicende narrate, di tempi ed eventi lontani, di ambienti che, anche dal punto di vista naturalistico, sono cambiati.
Questi ambienti costituiscono lo sfondo nel quale si sviluppa una narrazione che segue ritmi lenti, ai quali si alternano ritmi più veloci, a seconda dei momenti delle vicende narrate, come assalti e scontri cruenti fra soldati degli opposti eserciti.
Non manca l’amore, spontaneo, forte, pudico come quello verso la giovane maranese Maria:
[…] all’ “ite” di una domenica per la prima volta, con un brivido l’avevo sfiorata porgendole la mano bagnata nell’acquasantiera; sorrise anche la madre di lei e Maria specialmente.
A queste atmosfere ovattate si contrappongono le brutali scene legate alla guerra e alle sue conseguenze: dure imposizioni fiscali, violenze gratuite, uccisioni, confisca dei generi alimentari, fame:
Un giovane di Billerio […] — scrive Caracci — raccontò le nuove del castello e del borgo affamato da collette, tasse e gabelle non più richieste col garbo del vecchio gastaldo, ma pretese senza limiti porta per porta, da soldati armati e violenti che depredavano di grani legumi salami e formaggio le case e i fienili; le stalle erano state svuotate per prime e, ormai, si dovevano nascondere le poche galline e perfino i gatti […].
Terrificanti sono poi le scene dell’assedio di Chioggia, di cui vale la pena citare qualche passo emblematico:
Una notte, nell’assoluto silenzio, misteriosi fantasmi veneziani, nessuno sapeva il loro numero, violarono le mura di Chioggia chissà con quale insidia e presero a trafiggere quanti incontravano, sicuri che gli amici erano ordinati nelle case; nel buio senza luna, nelle tenebre delle calli e delle stradine, nell’attesa delle piazze deserte, il panico si diffuse tra i soldati di tutte le bandiere; a ogni passo c’era da temere per la vita e spesso si inciampava nel corpo massacrato del compagno mentre quei fantasmi comparivano inesorabili, di sorpresa per poi rituffarsi nell’oscurità.
Della fame, anzitutto, balbettava Marino; di come presto, quell’inverno, i gatti non contendessero più le prede agli uomini che li avevano tutti divorati; di come, fattisi esperti felini, gli assediati inseguissero i topi più grassi e lenti con appostamenti, trappole, sassaiole per catturare quelle bestie schifose, ultimi pasti rivoltanti ed era considerata una fortuna che i ratti fossero milioni.
[…] da quell’enorme tugurio, quasi strisciando, uscirono gli ultimi difensori della vecchia Chioggia; i topi li precedevano precipitandosi fuori con quelle zampe frenetiche e ripugnanti, saltellando sui corpi di quei miseri cristiani che già ricevevano le prime cure dei fratelli. Tutti liberati, bruciarono l’edificio.
[…] non si trascurava di discutere degli odori; anzi, il maggiore beneficio per i compagni di turno all’affaccio era respirare quell’aria polverosa della strada pure insozzata dai molti cavalli che transitavano davanti; al naso affacciato ogni odore era di rosa e scendendo dallo sgabello, concludendo il turno, si ripiombava in un fetore neppure da dirsi, anche se ne fossi capace. […] Da quegli odori di fuori venivano altre indicazioni su cui discutere lungo: il profumo dei forni, delle carni e dei pesci abbrustoliti in piazza.
Di zoccoli padovani non se ne videro più, ma scarpetti di velluto nero con una spessa suola di corda e calzettoni di lana grezza; e si suppose, allora, che i furlani avessero sostituito i padovani, mentre i cavalieri ungari si riconoscevano facilmente dalla ricchezza degli stivali di pelle e, naturalmente, dalla lingua incomprensibile.
Nel romanzo di Caracci c’è anche un capitolo dedicato a Porto Lignano, la penisola allora insalubre, posta davanti a Marano, dove c’era un avamposto veneziano “tra pochi uomini miserrimi, con donne e pargoli, ricoverati in casoni di paglia”. In queste pagine appaiono anche le donne, con ruoli forse minori, ma decisivi, in quanto capaci di donare a chi la merita “una vita felice, di mare e di vento”.
In conclusione, da questa narrazione non soltanto si seguono protagonisti usciti dalla fantasia dell’autore e collocati in ambiti e tempi ben delineati, ma si compie anche un’opera di rivisitazione storica.
Adriano Papo
Centro Studi Adria–Danubia
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Messaggero Veneto 13/12/2018
Caracci nella magia di Istanbul: “Il capitano della Torre di Galata”
L
o scrittore udinese pubblica un nuovo romanzo con Santi Quaranta Domani alla Tarantola lo presenterà con il critico Mario Turello
La libreria Tarantola di Udine ospiterà domani, alle 18, la presentazione del nuovo romanzo di Cristiano Caracci, “Il capitano della Torre di Galata” edito da Santi Quaranta. Introdurrà il critico Mario Turello. Eccoun breve estratto dal capitolo introduttivo, “Da Istanbul al Peloponneso”.
Cristiano Caracci
Nel severo mondo della scuola dei giannizzeri non erano numerose le esperienze che quei giovani, destinati alla guerra e al servizio del Sultano, potevano condividere: l’intera giornata era dedicata all’esercizio delle armi, alla preghiera e allo studio ripetitivo delle sure in lingua araba e della gloriosa storia dell’Impero di Osman. Soltanto la sera, prima di dormire, tra vicini di branda, ci si poteva scambiare qualche confidenza e parola di amicizia e fu in una di quelle occasioni che un amico di Solimano gli disse: «Buonanotte e fai bei sogni»; lì per lì Solimano non comprese, ma la mattina dopo subito gli chiese spiegazioni di cosa intendesse coi “bei sogni” e allora l’altro capì la stranezza e cioè che Solimano non aveva mai sognato. Gli spiegò trattarsi di visioni e di suoni che apparivano durante il sonno magari insensati, immagini e rumori talvolta lieti o paurosi; Solimano, naturalmente, non intese di cosa quello parlasse perché vedere a occhi chiusi ritratti senza sostanza e percepire suoni nel silenzio del riposo gli parevano fatti assurdi. Ma ben presto dovette ricredersi quando, al termine della notte successiva, nella quiete dell’ultimo sonno, gli apparve un agnello bianco abbeverarsi in un lago al fondo di un avvallamento, una scena che gli pareva di riconoscere. Da allora, quasi la visione onirica avesse deciso di riaffiorare tardivamente ed espandersi, ogni notte quella scena campestre e silenziosa andava ad arricchirsi di nuove figure e immagini di personaggi misteriosi; nell’acqua increspata dalle pecore all’abbeverata si riflettevano, come spezzati, fragili rami di salice magari scossi dal soffio di un vento leggero di cui cominciava a percepire il rumore: così ogni notte, almeno gli pareva, fumose forme si aggiungevano a quel quadro che rimaneva buio, ma ugualmente gentile. 
Col tempo, un uomo poveramente vestito con una giacca di lana grezza si mostrò sulla cresta di quell’avvallamento alzando un braccio a mano aperta e le dita quasi piegate con cui pareva salutarlo; allora per la prima volta udì un altro suono, molti altri suoni, parole sovrapposte dette in una lingua sconosciuta e sibilante.
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Messaggero Veneto 7/11/2016
A Cristiano Caracci il premio Amerino
L’avvocato Cristiano Caracci, autore del racconto “Fuochi” ha vinto il premio Amerino organizzato dall’associazione culturale Poggio del lago in collaborazione con il comune di Vasanello e con il patrocinio di Regione Lazio, provincia di Viterbo e Università della Tuscia.
I racconti in concorso sono stati pubblicati nell’antologia “Quaderni Amerini 7” (www.ilfiloonline.it). Caracci (nella foto premiato dal sindaco di Vasanello Antonio Porri) ha vinto «per l’appassionata e curata ricostruzione della vicenda personale e pubblica del poeta latino Cornelio Gallo».
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Corriere di Viterbo 2/11/2016
Premio Amerino Vince un friulano
Vasanello Cristiano Caracci alla quarta partecipazione centra il podio più alto dopo un terzo e due quarti posti
VASANELLO
Domenica pomeriggio, presso una gremita biblioteca comunale, si è tenuta la cerimonia di premiazione della settima edizione del Premio Amerino, concorso nazionale di letteratura, dedicato al racconto breve, organizzato dall’associazione culturale Poggio del Lago in collaborazione con il Comune di Vasanello e con il patrocinio di Regione, Provincia e Università della Tuscia. Come di consueto, i dieci racconti finalisti sono stati pubblicati nell’antologia “Quaderni Amerini n°7”, edita dal Gruppo Editoriale Albatros - Il Filo (www.ilfiloonline.it). Il podio più alto è andato a Cristiano Caracci (Ud) con il racconto “Fuochi”, con la seguente motivazione della giuria: “Per l’appassionata e accurata ricostruzione, ricca d’avventura e di emozioni, della vicenda personale e pubblica del poeta latino Cornelio Gallo (amico di Virgilio e da questi apprezzato e celebrato), prefetto imperiale d’Egitto su incarico di Augusto, coinvolto suo malgrado nelle lotte politiche del tempo; accusato per colpe e reati discutibili dal ceto senatoriale (indignato per quell’onore tributato ad un rappresentante del ceto equestre), caduto in disgrazia presso l’imperatore, processato e condannato all'esilio e alla confisca dei beni, praticamente costretto al suicidio. Un racconto in forma di confessione, di respiro epico e di grande forza visiva”. Grande la soddisfazione di Caracci, visibilmente commosso, alla sua quarta partecipazione all’Amerino e sempre tra i dieci finalisti: nel 2010 si piazzò al terzo posto, le altre due volte quarto. A consegnargli il meritato premio di primo classificato di quest’anno è stato il sindaco Antonio Porri.
Ad accaparrarsi la seconda piazza Marina Della Bella, di Fano (Pu), con il racconto “Non più di un anno”, premiato per la “sapienza descrittiva e il tono di raffinata introspezione con cui viene rievocata la claustrofobica latitanza, carica di ansie e tensione emotiva, di un condannato fuggito dalle violenze di un carcere disumano. In un dipanarsi sofferto di partenze, arrivi, soggiorni clandestini, di sguardi, attese, silenzi, incontri fugaci e fuggenti, sospesi tra squarci di mare e di luce”. A consegnare il premio l’assessore alla cultura Luigi Stefanucci. Terzo classificato il perugino Paolo Pergolari, vincitore della scorsa edizione, con il racconto “Riflessi e riflessioni”, premiato per “l’abilità narrativa con cui vengono registrati il modo di esprimersi e il modo di osservare di una ragazzina, che racconta e descrive con spontaneità e senza infingimenti la propria famiglia gli amici, sé stessa, l’ambiente che la circonda. Uno sguardo sul mondo degli adulti innocente, divertito e insieme spietato, che smaschera menzogne, miserie, ipocrisie... famiglie. Con sullo sfondo tutti o quasi i grandi temi sociali della nostra epoca”. A consegnare il premio Ardelio Loppi, membro di giuria e segretario dell’associazione culturale Poggio del Lago. Quarti classificati ex aequo: “Angela”, Monica Rossi, Torino; “Brandelli”, Alessandro Caparesi, Roma; “Ghigliottinato”, Egidio Storelli, Caprarola (Vt); “Il senso del bello”, Claudio Chiuderi, Firenze; “Latte e sangue”, Giovanni Larese, Belluno; “Marcella”, Tiziana Tomai, Taranto; “Nudo di donna”, Franco Di Leo, Luino (Va).

Il Gazzettino 11/04/2016
Ragusa e Venezia uguali e opposte anche nella caduta

Il tramonto di Ragusa e il declino di Dubrovnik, Cristiano Caracci, Santi Quaranta, 13 euro
Cosa doveva essere l’Adriatico quando Venezia e Ragusa, l’attuale Dubrovnik, si guardavano da sponde opposte. Orgogliose e rivali, simili, travolte entrambe dall’ondata napoleonica dopo una lunga decadenza economica, politica e militare, splendore e declino su cui Cristiano Caracci, avvocato udinese appassionato di storia del diritto italiano, torna in questo “Il tramonto di Ragusa” (dopo “L’Adriatico insanguinato” e “La luce di Ragusa”).
“Il nostro tempo è trascorso, questo è secolo francese. Nulla poteva essere rimediato e occorre adattarsi; noi, fratelli, andremo un attimo prima di voi”, fa dire mettendo di fronte il Doge veneziano e il suo omologo raguseo, il Rettore.
Attorno a loro personaggi e dettagli cesellati da una scrittura così diversa dai canoni abituali in letteratura da lasciare stupiti come davanti a un mosaico di San Marco. Questa e altre emozioni mentre spiega il male profondo che condannò la dalmata Ragusa come la Serenissima, entrambe così orgogliose da non credere sino all’ultimo all’ondata che le travolse. Un monito valido anche per l’Italia di oggi.

Libro Aperto gennaio - marzo 2016
CRISTIANO CARACCI: il tramonto di Ragusa — Declino e caduta di Dubrovnik, Santi Quaranta Treviso, pp. 120, € 13,00
Possiamo parlare di "caso", semplicemente. Ma quando si dice "caso" è sottinteso che si tratti di situazione-condizione del tutto particolare, originale.
Non diversamente ci viene da avvertire considerando la passione di Cristiano Caracci, friulano di Udine, laureato in giurisprudenza all'università di Trieste, con studio legale nel capoluogo friulano e. . . appassionato quanti mai alla storia e alla realtà di Ragusa, la città principale della Dalmazia meridionale, che fu repubblica marinara di fama per più secoli, mantenendo una gelosa indipendenza grazie ai suoi governanti abili nel destreggiarsi fra le potenze veneziana, ungherese, ottomana.
E la prova di questa passione di Caracci per la "Perla dell'Adriatico" ci viene dal secondo libro dedicato a Ragusa, appunto. Se l'esordio del 2005 era stato con il romanzo "La luce di Ragusa" (Santi Quaranta Treviso), ecco, adesso, per i tipi dello stesso editore, "Il tramonto di Ragusa", mentre del 2014 era stato "L' Adriatico insanguinato" (ancora Santi Quaranta) sulla Guerra di Chioggia che nel 1379 aveva visto fronteggiarsi Genova e Venezia.
Un' altra considerazione ci pare opportuna a questo punto. Caracci, classe 1948, rientra nella schiera di quei professionisti (avvocati, notai, medici) che avevano dimestichezza, e a volte non poca, con la letteratura e con la storia, sì da trarne opere di godibilissima leggibilità, quando non di successo — basti pensare all' avvocato Francesco Serantini da Faenza!
La conferma, per Caracci, ci viene da questo testo coinvolgente dalla prima all'ultima pagina, innanzitutto per la capacità narrativa dell’autore, che possiede un suo personalissimo stile, che ha toni e colori e capacità di ambientazione tali da far rivivere al lettore quei tempi, quella temperie, quegli accadimenti.
Insomma, Ragusa e i suoi abitanti ce li troviamo visivamente davanti mentre scorriamo le pagine del bel libro, nel quale storia e narrativa, fatti concreti e invenzione si intrecciano in un unicum armonico di notevole fascino.
Come si diceva prima, la repubblica marinara di Ragusa mantenne l’indipendenza sostanziale pur pressata da Veneziani e Ottomani, Bizantini prima, poi Ungheresi, praticamente dal decimo secolo agli inizi dell'Ottocento, quando i francesi di Napoleone la occuparono suscitando tante speranze, ma poi annullandone l’indipendenza il 31 gennaio 1898 quasi alla vigilia della grande e sentitissima festa del patrono San Biagio.
In questa opera, Caracci fa scorrere, come in una pellicola cinematografica personaggi ed eventi profondamente immersi in quella realtà: usi, costumi, arte, fede, tradizioni. Figure e. . . figuracce, maggiori e minori, di politici e di religiosi, di artigiani e di mercanti, cullati, verrebbe da osservare, in una musica solenne e dolce a un tempo, come le note bachiane che si sprigionano dall’organo del francescano fra' Ruggero, uno dei protagonisti di queste pagine.
Il tutto, condito, per così dire, da una serie di elementi, osservazioni, note di carattere storico dalla quale si evince la profonda conoscenza, storica appunto, che Caracci possiede. Del resto, l’innamoramento per un luogo e una realtà deriva dalla loro conoscenza e si accresce con il tempo, oppure si tratta di una sorta di colpo di fulmine in virtù del quale si è portati ad approfondire la conoscenza della realtà oggetto dell’interesse, del sentimento, della passione, come nel caso di questo autore.
Colpo di fulmine, il suo, oppure una maturazione del sentimento nel tempo, ritornando a Ragusa e studiandone la storia?
Come che sia, e poco ci importa, il risultato non cambia. E il risultato è ovviamente questo secondo libro, nel quale aggiungeremo per completezza di informazione, non manca l' amore, non mancano gli intrallazzi di taluni potenti, in un microcosmo che assurge peraltro a dimensioni di maggior respiro in virtù dell'arte dell' autore, che crea, con le atmosfere di un tempo e di un paesaggio, suggestioni straordinarie, accompagnate da una vena di melanconia... a volte dolce melanconia.
GIOVANNI LUGARESI

La Voce del Popolo 12/03/2016
NUOVA TAPPA NELL’OPERA DI CRISTIANO CARACCI, DA SEMPRE LEGATO ALLA REPUBBLICA DALMATA E AFFASCINATO DALLA SUA «LUCE».

IL SUO ULTIMO LIBRO COGLIE ALTRE, INTRIGANTI ATMOSFERE IN UNA SINTESI CHE NE DESCRIVE IL TRACOLLO E L’UMILIAZIONE, CON L’ARRIVO DELLE TRUPPE NAPOLEONICHE. IL RACCONTO SCORRE INTRECCIANDO FINZIONE E RICOSTRUZIONE STORICA, ANNODANDO LE VITE DI ALCUNE FAMIGLIE E PERSONAGGI-SIMBOLO ALLE PIÙ GRANDI VICENDE EUROPEE. LA STRUTTURA A ELLISSI DEL ROMANZO OFFRE UNA NARRAZIONE DINAMICA E SUGGESTIVA
Il primo duro colpo alle fondamenta e allo splendore della “Perla dell’Adriatico” – come l’aveva definita un viaggiatore del XIX secolo – arrivò all’improvviso nel 1667, quando un disastroso terremoto mise in ginocchio la secolare Repubblica di Ragusa. Il suolo cominciò a tremare alle ore 9 del 6 aprile 1667 – era il mercoledì della Settimana Santa, mancavano quattro giorni a Pasqua – e sconvolse tutto: seppellì quasi tutta la città e circa la metà della popolazione, mentre il fuoco divorò l’inestimabile patrimonio accumulato in secoli di traffici commerciali e attività artigianali; saccheggi e incursioni di “sciacalli” provenienti anche dall’esterno delle mura cittadine completarono l’opera di demolizione.

La città cercherà di risollevarsi e in parte ci riuscirà, ma sarà una specie di “canto del cigno”: più di un secolo dopo si abbatterà sulla Repubblica la ghigliottina napoleonica, annunciando per Ragusa la medesima fine dell’eterna rivale adriatica, Venezia (la Serenissima era infatti caduta nel 1797). Nel 1806, con un pretesto-capestro, la città verrà occupata militarmente dalle truppe francesi, suscitando pure qualche entusiasmo – soprattutto tra i giovani, com’era avvenuto in tante altri parti d’Europa, dove gli echi dei principi propagati dalla Rivoluzione francese avevano sollevato speranze –, ma che ben presto riveleranno il loro vero volto: il 31 gennaio 1808, quasi alla vigilia della festa di San Biagio, il patrono, un proclama del maresciallo Auguste Marmont pose fine alla secolare Repubblica. Ragusa non recupererà mai più la propria indipendenza – quell’autonomia che aveva difeso con tutti gli strumenti a disposizione (dalla diplomazia alla “moneta”, all’insegna del motto “Non bene pro toto libertas venditur auro”, ossia “La libertà non si vende per tutto l’oro del mondo”) –, inesorabilmente avviata verso la sua eclissi.

Contenuto in un incubo il presagio della fine
“Il nostro tempo è trascorso, questo è secolo francese; nulla poteva essere rimediato e occorre adattarsi; noi, fratelli, andremo un attimo prima di voi, la violenza dei tempi nuovi compirà ogni cosa e distruggerà i sogni del passato; sarà vano serrare i portoni e i cavalli calpesteranno piazza San Marco e lo Stradun, senza rispetto”. È l’incubo che si concretizza e prende le “sembianze” di un sogno premonitore che il vecchio Rettore, un tale Pietro, fa una notte in cui s’immagina di dialogare con il nemico di sempre, il Doge di Venezia (anzi, l’ultimo Doge di Venezia), costretto a gettare la spugna qualche anno prima del collega di Ragusa. Infatti, sotto l’incalzare delle truppe di Napoleone, Venezia e Ragusa, ormai stremate da decenni di decadenza economica, politica, militare e morale, piegano entrambe il capo.
Dalla luce di un trascorso glorioso, ai toni soffusi e mesti del crepuscolo, alle tenebre della morte, dalla vecchia Ragusa alla realtà diversa di Dubrovnik: è questo il percorso attraverso il quale Cristiano Caracci, un autore profondamente innamorato della storia dell’Adriatico, e in particolare della “quinta repubblica marinara italiana”, ci conduce per mano, focalizzando l’attenzione sugli ultimi due secoli ragusini. Dopo il grande successo di “Né turchi né ebrei ma nobili ragusei” (2004) e in particolare “La luce di Ragusa” (2005), dopo aver raccontato i secoli d’oro, ora lo scrittore e avvocato Caracci torna nell’Adriatico, consacrandosi narratore di suggestiva bravura e poesia in “Il tramonto di Ragusa. Declino e caduta di Dubrovnik” (Santi Quaranta, Treviso, 2015, pp. 120) per proporci la cronaca di una fine annunciata, o meglio il ritratto di una società incapace di comprendere i tempi moderni, che tenta di affrontare con strumenti antichi, rimanendone alla fine spiazzata. I capitoli di quest’opera (120 pagine in tutto, che si divorano una dietro l’altra perché catturano il lettore) sono complessivamente otto: Ricordi; Magister organorum; Pietro e Laura; Pietro, Rettore; I Bricola; Simone, Rettore; Giuseppe e gli altri; Ritorni.

Atmosfere soffuse e malinconiche
È un romanzo suggestivo, dalle atmosfere soffuse e malinconiche, a tratti elegiache, emozionanti, in cui la finzione si intreccia con il racconto realistico, ai fatti reali si saldano altri, affidati all’epopea di alcuni personaggi-simbolo, nati dall’immaginazione dell’autore. L’itinerario parte da un piovoso giorno del 1800 (?), dalla riscoperta delle memorie del nonno raguseo Paolo, emigrato a Ferrara, custodite in una cassapanca rimasta chiusa per anni: vecchie cose piene di polvere, un breve diario che “trasmetteva un’angoscia dolente, un acuto rimpianto per quella sua terra lontata ancora amata, ricordata bellissima e felice nonostante vicende sfortunate”, qualche disegno, un’immagine di San Biagio intagliata nel legno d’ulivo, una bottiglia del famoso rosso di Ragusa... Tasselli che portano il Nostro ad approdare nell’antica città adriatica, a scoprire uomini e casi venuti dal passato.

L’inizio di un viaggio pieno di peripezie
Poco a poco Caracci sviluppa la sua storia, iniziando dall’esperienza di un sopravvissuto del terremoto del 1667, fra’ Ruggero, del convento francescano aperto sulla piazza della fontana di Onofrio, che intorno all’anno 1700 viene incaricato di ricostruire il prezioso organo della cattedrale danneggiato dal sisma e dall’incuria. E, per farlo, chiama mastro Antonio Furlanis di Udine – che aveva acquisito grande fama e autorità nel restauro e nella conservazione degli organi antichi –, per i cui servizi le autorità di Ragusa, il vescovo e il rettore, dopo anni di severe economie, pagheranno qualsiasi prezzo. Fra’ Ruggero andrà a “prelevare” il magister organorum a Venezia e insieme saranno persino ospiti del “prete rosso” (Antonio Vivaldi)... in un’esplosione di musica – durante i tre anni di lavoro di Antonio il popolo si accalcava fuori del duomo mentre lui all’interno collaudava lo strumento eseguendo musiche di Frescobaldi, mentre in seguito arriveranno anche spartiti di Tartini, Vivaldi e Luca Sorgo –, bellezza, poesia e joie de vivre: ultimi segnali (“pareva che lo sforzo concorde di tutti avesse vinto il grande terremoto dell’aprile 1667”) di una nobiltà d’imminente decadenza.

Dalla cassapanca dei ricordi ai ritorni
È questo il primo tassello del cammino, intriso di avventure e peripezie, che Caracci compie. Lasciati fra’ Ruggero – un francescano che si deliziava nel sentire le divine note del luterano Bach (!) – e mastro Antonio, conosciamo Pietro, rampollo di un casato blasonato, che prima di prendere posto nel Maggior Consiglio – organo legislativo della Repubblica –, viene inviato a farsi le ossa in Marocco, al seguito del dragomanno di Ragusa. Sarà così che si adopererà per salvare Laura, la giovane da lui amata, rapita dai pirati e destinata a essere venduta come schiava.
Ed è proprio Pietro a rivestire un ruolo chiave nel romanzo: rettore saggio, integerrimo, austero – si concede solo qualche calice di vero vino di Malvasia d’Istria e l’amore del gatto Titti – è amato ovunque nella Repubblica, forse più dai popolani che dai suoi “pari”. È a lui che l’autore affida il compito di descrivere la crisi: il decadimento morale, l’immobilismo della classe dirigente; un’aristocrazia ormai sterile, incapace di rigenerarsi – come il conte Sebastiano Bricola, privo di un erede “legittimo”, ma l’unico figlio maschio che avrà sarà quello con l’amante-serva slava Marica di Lagosta, Ivan, che alla fine dovrà riconoscere dandogli nome e qualifiche (accoglimento nello Specchio dei nobili e nel Maggior Consiglio); una casta diventata ottusa, anzi “indifferente, rinunciataria, quasi la fine fosse ineluttabile e la millenaria Repubblica di Ragusa consumata, marcia, finita in idea”.

Corruzione e ottusità politica
Ne è un esempio Simone, l’ultimo rettore, amante delle cose belle, corrotto, che non dimentica mai gli interessi privati per curare quelli pubblici, contrariamente all’antico motto della Repubblica, “Obliti privatorum, publica curate”. Il nefasto Simone esulta di fronte alla caduta della Repubblica di San Marco (e offre una sontuosa festa, brindando con champagne venuto da Milano, dalla stessa riserva di Napoleone); senza comprendere che lo stesso sarebbe accaduto a Ragusa, poco dopo, quando il generale Marmont arriverà a cavallo sullo Stradun. “Ospitiamo in questi giorni un esercito francese che alcuni ritenevano di non autorizzare a transitare per la città; è parso invece ai più, segno di quella nostra prudenza ed esperienza vantata non a caso, di poter consentire alla richiesta principalmente per evitare attriti con l’esercito di un Paese amico, sia perché i francesi erano diretti a Cattaro nel cui porto una flotta russa...”. Invece... “Il trentuno di gennaio 1801, era di sabato, sono chiamato d’urgenza in Senato dove ufficiali francesi erano entrati alla spiccia senza il loro bon ton per leggere un decreto di poche righe secondo cui la Repubblica di Ragusa era abrogata con effetto immediato...”, dice Simone. I nobili ragusei, offesi più dai modi “bruschi e soldateschi” dei francesi che dalla sostanza di ciò che gli era capitato, non trovarono di meglio che preoccuparsi di strappare ai nuovi padroni una piccola concessione: che le truppe di occupazione sfilassero per la festa del patrono senza armi, vestite con la divisa ragusea e alzando le bandiere di San Biagio.

Il marangon Giuseppe e la meglio gioventù
Significativa è la minisaga di Giuseppe, il marangon (falegname-costruttore di barche di legno) di Stagno, e della “meglio gioventù” che lo circonda: il figlio Aldo, le figlie Bianca e Cecilia, e la loro amica Maddalena. Cecilia sarà colpita dalla malaria (quel paludismo così frequente nella zona di Stagno), mentre Aldo e Bianca si faranno contagiare dal tricolore francese: il giovane, arruolatosi, morirà in modo beffardo, precipitando nel vuoto dal monte San Sergio, dove i “liberatori” lo avevano trasformato in schiavo spaccapietre; Bianca, sedotta e abbandonata da un ufficiale di Napoleone, diventerà l’ombra di sé stessa. Come ombra di sé stessa era diventata Ragusa. “Certo, non vedrò più la bandiera biagina sventolare in piazza accanto alla statua del paladino Orlando; ‘Libertas’, il motto della Repubblica, ha perduto ogni significato, ormai gli stranieri sono padroni di Ragusa, dei vivi e dei morti comandati a riposare fuori dalla loro città nel cimitero voluto da Napoleone...”, conclude Maddalena.

Non era più possibile rimanere in patria
Lutti, danni, rovine, un mondo stravolto. In questa situazione, non era più possibile restare. Bisognava andarsene, come farà nonno Paolo, conservando i ricordi e allo stesso tempo cercando di dimenticare la lontana terra amata, quasi disinteressandosene per non perire di nostalgia. Un po’ come faranno più tardi altri suoi conterranei, esuli del travagliato Novecento.
Sensibile alle piccole storie umane e conoscitore dei fatti concreti, quelli della grande Storia, lo scrittore tesse il suo racconto con delicatezza e savoir faire, dosando gli ingredienti con la precisione di un farmacista. Costantemente in bilico tra realtà e suggestione, quella di Caracci è una prosa elegante ed evocativa, ottima compagna di viaggi lungo l’Adriatico. E il naufragar è dolce in questo mare...
L’articolo de La Voce del Popolo contiene due “finestre” di cui riportiamo il testo.
La sinossi
Si legge nella sinossi: “È lieve, quasi impercettibile, il declino di Ragusa-Dubrovnik, la repubblica adriatica, la quinta repubblica marinara italiana. I francesi di Napoleone vi sono giunti ancora nel maggio 1806, infidi e dominanti; il 31 gennaio 1808, quasi alla vigilia della festa di San Biagio, il patrono, gettano definitivamente la maschera e in poche ore annientano la millenaria città marinara. Cristiano Caracci non si accontenta di descrivere l’atto finale della caduta di Dubrovnik, ma scava, con la sua narrativa, nel male profondo che corrode Ragusa: scandaglia il cancro della corruzione impersonata dal rettore Simone, uomo avido e senza scrupoli. Però la “cronica” dello scrittore udinese è molteplice, a ventaglio: intreccia la sfera quotidiana e intima con le prospettive della grande Storia, abbozza con maestria e fascino i personaggi-simbolo come l’integerrimo rettore Pietro, scolpito con forza nella sua dignità severa e avita; ma Caracci ritrae, partecipe, anche le figure esemplari della vita creativa e laboriosa: il magister organorum, mastro Antonio friulano; Giuseppe il marangon; fra’ Ruggero, il francescano che suona nella Cattedrale la musica luterana di Bach. E poi la meravigliosa figura di Laura, una fanciulla ragusea che Pietro, il futuro rettore, incontra drammaticamente in terra musulmana”. L’autore, che si contraddistingue per la “lingua evocativa e affascinante”, entra nell’anima delle persone, della città, coglie l’essenza del paesaggio adriatico e mediterraneo, con “una luce soffusa e malinconica ma incisiva”.

Un avvocato e scrittore innamorato dell’Adriatico
Nato a Udine, classe 1948, dopo la laurea in giurisprudenza all’Università di Trieste, Cristiano Caracci ha intrapreso la professione di avvocato civilista, con studio nel capoluogo del Friuli. Appassionato di storia del diritto mediterraneo e affascinato dalla gloriosa storia di Ragusa (Dubrovnik), la piccola-grande repubblica marinara adriatica, ha al suo attivo diverse opere che la riguardano, tra le quali spicca particolarmente il suggestivo romanzo “La luce di Ragusa” (pubblicato da Santi Quaranta nel 2005, che ha avuto due edizioni), una sorta di diario in cui si intrecciano atmosfere e figure della città, attraverso le varie generazioni che si susseguono tra i tanti drammi che ha dovuto affrontare come la peste, il terremoto e i bombardamenti inflitti dalle truppe jugoslave. È la prima opera narrativa e un po’ il capolavoro di questo autore, che alla “quinta repubblica marinara italiana” ha dedicato pure “Né turchi né ebrei ma nobili ragusei” (Edizioni della Laguna, Mariano Del Friuli, 2004, p. 120), breve excursus storico-giuridico sulla singolare città-stato dalmata.
Oltre ad articoli storici e giuridici, è autore, inoltre, di “Levante veneto” (SBC Edizioni, Ravenna, 2011, p. 204), galoppata attraverso i secoli nell’inquieto Mediterraneo orientale, fino alle guerre russo-turche e quindi alla Campagna dei Dardanelli (dove l’autore segue un giovane arruolato nell’Anzac, l’Australian and New Zealand Army Corps, il Corpo di spedizione australiano e neozelandese), nonché “Due racconti ottomani” (SBC Edizioni, Ravenna, 2009. p. 160), in cui ci porta nel XV secolo, quando l’invasione turca dell’Occidente interessò anche alcune colonie e territori delle repubbliche marinare di Genova e Venezia. Nel 2014, sempre per Santi Quaranta, è uscito “L’Adriatico insanguinato” (p. 160), ovvero “Genova, Aquileia, i Carraresi, l’Ungheria contro Venezia”, romanzo variegato, ricco di tanti tasselli, in cui alcuni affreschi si estendono alle isole della Dalmazia e all’Istria, particolarmente a Pirano.

ILARIA ROCCHI
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Il Piccolo 11/03/2016
MINIRECENSIONI

Declino e caduta della repubblica di Ragusa 
Cristiano Caracci è uno di quegli scrittori fedeli non tanto alla propria linea narrativa, quanto piuttosto a un paesaggio e alla sua grande storia, di cui ama indagare i recessi e gli snodi, mettendo in campo personaggi vividi e credibili. Così, dopo “La luce di Ragusa”, romanzo che racconta le vicende di Ragusa tra il XIV e il XVII secoli, fino al terremoto del 1667, ecco ora il seguito: un’altra narrazione corale che racconta il declino della perla dell’Adriatico quando, nel 1808, i francesi occupanti posero fine alla secolare repubblica. Anche qui i personaggi chiamati a evocare gli avvenimenti sono ben raccontati e credibili: il rettore Pietro, Antonio il magister orgamorum, fra’ Ruggero… le loro voci portano il lettore indietro nel tempo e raccontano, come recita il sottotitolo del libro “declino e caduta di Dubrovnik”. 

Avvenire 9/03/2016
Caracci e il “tramonto” di Ragusa

Dopo aver raccontato nel promo volume gli splendori della città dalmata, per secoli legata a Venezia, ora arriva il sequel con le pagine del declino
Ragusa è il nome italiano della città-porto dalmata di Dubrovnik. Sottomessa a Venezia (1205-1358), subì i francesi (1806) e poi gli austriaci (1815) e un secolo dopo fu annessa alla Jugoslavia. Quella di cui parla Cristiano Caracci (civilista friulano e storico oltre che scrittore) è la Ragusa che i suoi diversi narranti ci partecipano negli anni e che lui stesso, retrodatandosi al 1800, rivisita, imbarcandosi da Ancona, dopo molte letture e scoperte di carte e documenti del nonno (un diario-memoriale fortunosamente ritrovato), un avo a suo tempo emigrato a Ferrara dopo il terremoto ragusano del 1667.
Ma se col suo romanzo d’esordio, nel 2006, aveva raccontato la luce di quella antica città marinara, in questo suo ultimo libro “Il tramonto di Ragusa” (Santi Quaranta, pagine 120, euro 13,00) ne rappresenta il declino e negli otto “quadri” della suggestiva operazione saggistico-letteraria mette in rassegna lutti, danni, rovine; fatica, miseria, inabilità. Prima dell’atto finale della caduta, Dubrovnik vive anni di lento declino, di montante corruzione, nonostante sia pur sempre la terra di personaggi simbolo, di figure esemplari. Sopra tutto si erge Pietro, il rettore, uomo di grandi meriti, tanto da essere eletto due volte a capo del Maggior Consiglio: lui che difende il popolo dalla malaria; lui che divide fra tutti in parti uguali la comune ricchezza; lui che libera dalla schiavitù la sua giovane amica di studi; lui fra i più nobili a garantire il buon governo, il buon nome della Repubblica.
Passi di vivida prosa memorialistica si leggono anche a proposito di Mastro Antonio, la suprema autorità per il restauro e la conservazione degli organi antichi o deteriorati, chiamato a Ragusa dal semplice frate Ruggero, fino ad allora dimenticato cultore di musica. O al riguardo di Giuseppe, un falegname noto come artista del legno in tutto il territorio, cultore esemplare delle virtù familiari e sociali, che patisce l’improvvisa inculturazione dei figli al verbo della frenesia napoleonica di moda, quella stessa che provocherà l’irruzione delle truppe francesi. Non mancano personaggi negativi: quelli che risponderanno della decadenza e della fine, come il Rettore Simone, avido e senza scrupoli, o come il conte Sebastiano Bricola, avaro, imbroglione, ipocrita e violento. Il libro si conclude con l’addio a ogni buona cosa, paesaggio compreso, che non sembra più lo stesso.

CLAUDIO TOSCANI 

Il Dalmata gennaio 2016
“…Ha aperto la rassegna un metaforico tuffo nel nostro mare: nella sezione "NOI E L' ADRIATICO" si collocano varie opere, a partire da quella di C. CARACCI, L'Adriatico Insanguinato, ed. Santi Quaranta, TV, 2014, pp. 160, € 13. L' autore - avvocato udinese già noto al pubblico per aver pubblicato nel 2005 l’apprezzato romanzo "La Luce di Ragusa" - ricostruisce le vicende della Guerra di Chioggia del 1378-79, in cui Genova alleata tra gli altri all' Ungheria contro Venezia conquista la cittadina. Secondo i canoni manzoniani, la narrazione è un misto di realtà e invenzione, in quanto affianca ai dati storici tre manoscritti non originali, ma usciti dalla penna dell'autore, a testimonianza della sua profonda conoscenza dello spirito del tempo. Storia di Venezia è ovviamente anche storia del "Golfo di Venezia", includendo il ruolo di Zara, la riottosa, che aiuta Chioggia occupata dai genovesi rifornendola via mare, fino alla riconquista veneziana avvenuta nel 1380. C'è spazio per uno sguardo incantato sulle coste della Dalmazia, particolarmente durante la navigazione nel mare di Novegradi. Il fascino prorompente della nostra terra...”

Radio 24 - 31/01/2016

Un libro tira l'altro, a cura di S. Carrubba

Corriere della Sera 18/01/2016
Pirati e musicanti nella Ragusa del ’700

IDA BOZZI. Un autore innamorato della storia dell’Adriatico, e in particolare di Ragusa-Dubrovnik, Cristiano Caracci, dedica all’antica e appartata potenza marinara il libro Il tramonto di Ragusa. Declino e caduta di Dubrovnik (Santi Quaranta, pagine 132, 13). Con una struttura a ellissi che a poco a poco annoda i diversi fili aperti nella narrazione, Caracci risale nella storia della città dalmata fino al terremoto del 1667, iniziando il racconto con le vicende di un sopravvissuto, frate Ruggero, che intorno all’anno 1700 è incaricato di ricostruire il prezioso organo della cattedrale danneggiato dal sisma e dall’incuria. E, per farlo, chiama mastro Antonio, artigiano di Venezia, per i cui servigi le autorità di Ragusa, il vescovo e il rettore, pagheranno qualsiasi prezzo. È solo il primo di una serie di viaggi, avventure, peripezie — narrate con una lingua insolita, di cronaca d’epoca, piena di inversioni e di costrutti inusuali — che a partire dalla città sfiorata da pirati, mercanti di schiavi e navi dei nemici veneziani, traverseranno l’intero Mediterraneo e il secolo, intrecciando le vite di alcune famiglie alla storia d’Europa — fino al crollo e all’umiliazione, con l’arrivo delle truppe napoleoniche.
Link dell'articolo

Rai Radio 1 -09/01/2016

con replica il 10, “Libri a Nord-Est”, intervista di L. Zannini a Cristiano Caracci riguardo “Il tramonto di ragusa”

Messaggero Veneto - 27/12/2015
Caracci e le infinite suggestioni di Ragusa

All'ultimo grande Rettore di Ragusa, un certo Pietro, appare in sogno il nemico di sempre, il Doge di Venezia, che gli confida: "Il nostro tempo è trascorso, questo è secolo francese. Nulla poteva essere rimediato e occorre adattarsi; noi, fratelli, andremo un attimo prima di voi, la violenza dei tempi nuovi compirà ogni cosa e distruggerà i progetti del passato; sarà vano serrare i portoni e i cavalli calpesteranno piazza San Marco e lo Stradun, senza rispetto". L'incontro, sognato e immaginato, è tratto dal prezioso libro appena edito da Santi Quaranta, colto editore di Treviso, dal titolo "Il tramonto di Ragusa. Declino e caduta di Dubrovnik" (130 pagine, 13 euro), nuova tappa nell'opera che l'avvocato udinese Cristiano Caracci, appassionato cultore di storia del diritto italiano e da sempre innamorato di Ragusa e delle sue vicende, ha dedicato alla piccola repubblica adriatica. L'autore (nella foto) è stato accolto con interesse dal pubblico riunito pochi giorni fa alla libreria Tarantola, dove ha dialogato con il critico Mario Turello.
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Il Friuli - 18/12/2015
Tramonto e caduta della bella Ragusa

Chi non ha mai visto Ragusa (Dubrovnik) può solo immaginare l'intrigante effetto del suo fascino millenario: ma chi ne volesse una sintesi narrativa accattivante può contare sui libri di Cristiano Caracci. Avvocato di mestiere, ma per passione ambasciatore della piccola Venezia dalmata, presenterà sabato 19 alle 11.30 alla Libreria Tarantola il suo ultimo romanzo, “II tramonto di Ragusa”, che ripercorre il declino e la caduta della storica città adriatica nel 1808 attraverso le vicende del suo ultimo corrotto governante, il Rettore Simone, e del suo alter ego, il Rettore Pietro.
Dopo “Né turchi né ebrei ma nobili ragusei”, “La luce di Ragusa” e il romanzo storico “L'Adriatico insanguinato”, è sempre l'editore Santi Quaranta di Treviso a pubblicare le sue preziose ricostruzioni, eternamente in bilico fra realtà e suggestione, e arricchite da personaggi friulani come il mastro d'organo Antonio. La musica di Bach e Frescobaldi risuona mentre la città va incontro al suo definitivo tracollo, senza nemmeno che i suoi abitanti realizzino della fine imminente. Un romanzo tutto da leggere, e anche da regalare, per la sua prosa elegante e la sua intensità narrativa.
Walter Tomada

Messaggero Veneto - 18/12/2015
Caracci e il romanzo sulla fine di Ragusa

«Il libro di Cristiano Caracci dona emozioni, immerse nella luce soffusa e un po’ malinconica d’un passato che si chiude, suggerendo un modo per prendere il largo seguendo le rotte dell’Adriatico,...
«Il libro di Cristiano Caracci dona emozioni, immerse nella luce soffusa e un po’ malinconica d’un passato che si chiude, suggerendo un modo per prendere il largo seguendo le rotte dell’Adriatico, tra immaginazione e realtà». Cosí Paolo Medeossi descrive “Il tramonto di Ragusa”, che sarà presentato dall’autore e dal professor Mario Turello domani, alle 11.30, alla libreria
Tarantola di Udine. Caracci «propone il ritratto di una società incapace di comprendere i tempi moderni, che tentava di affrontare con strumenti antichi. Aveva perso quel vigore morale e quelle debolezze che erano stati la sua forza. Un affresco che somiglia al mondo di oggi, qui e ovunque».
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Messaggero Veneto - 14/12/2015
Caracci come Bartolini: così finì Ragusa

L’avvocato udinese scrive il suo “Pontificale in San Marco” raccontando con finezza il declino della “sorella” di Venezia.
PAOLO MEDEOSSI. Così rivali, così simili e così unite nel comune destino (con momenti di farsa) che ne segnò il tramonto. Vanno di pari passo le vicende di Venezia e di Ragusa (l'attuale croata Dubrovnik), pur tenendo conto delle rispettive proporzioni. La Dominante fu tale di nome e di fatto mentre sulla costa dalmata crebbe una sorellina minore, orgogliosa e ambiziosa, tanto da meritarsi l'appellattivo di quinta repubblica marinara, il cui motto era limpido e dichiarato fin dagli inizi, ovvero “La libertà non si vende per tutto l'oro”. Ma intenti e desideri dovettero fare i conti a un certo punto, dopo secoli fenomenali, con la grande novità che come un turbine inarrestabile arrivava dalla Francia, tutto travolgendo e mutando. Sotto l'incalzare delle truppe di Napoleone, Venezia e Ragusa piegarono i loro capini, ormai stremati da decenni di decadenza economica, politica e militare. C'è un intenso dialogo che riassume bene i sentimenti e i significati di tutto ciò, ben presenti a chi studia con passione quel periodo apocalittico. All'ultimo grande Rettore di Ragusa, un certo Pietro, appare in sogno il nemico di sempre, il Doge di Venezia, che gli confida: “Il nostro tempo è trascorso, questo è secolo francese. Nulla poteva essere rimediato e occorre adattarsi; noi, fratelli, andremo un attimo prima di voi, la violenza dei tempi nuovi compirà ogni cosa e distruggerà i progetti del passato; sarà vano serrare i portoni e i cavalli calpesteranno piazza San Marco e lo Stradun, senza rispetto”.
L'incontro, sognato e immaginato, è tratto da un prezioso libro appena pubblicato da Santi Quaranta, il colto editore di Treviso che continua a seguire con intelligenza il meglio della letteratura che nasce in Friuli. E ciò accade fin da tempi di Bartolini e Giacomini. Il libro si intitola “Il tramonto di Ragusa. Declino e caduta di Dubrovnik” (130 pagine, 13 euro) e rappresenta una nuova tappa nell'opera dell'avvocato udinese Cristiano Caracci, appassionato cultore di storia del diritto italiano e da sempre innamorato di Ragusa e delle sue vicende, cui ha dedicato altre opere come “Né turchi né ebrei ma nobili ragusei” e “La luce di Ragusa” oltre al romanzo storico “L'Adriatico insanguinato”, questi ultimi due sempre usciti per Santi Quaranta. Dopo aver narrato i secoli d'oro, adesso si arriva dunque al tramonto della piccola repubblica adriatica, attraverso una ricostruzione che unisce fatti reali ad altri nati dalla fantasia dell'autore e proposti attraverso alcuni personaggi-simbolo, tra i quali un posto a sé spetta al “magister organorum”, e cioè mastro Antonio Furlanis che a un certo punto viene fatto cercare nella remota Udine avendo acquisito grande fama e autorità nel restauro e nella conservazione degli organi antichi. Ragusa aveva appunto questo problema dopo i danni provocati dal terremoto del 1667 che l'aveva quasi rasa al suolo. Antonio dunque partì per la Dalmazia, stupendo durante i tre anni di lavoro il popolo raguseo che si accalcava fuori del duomo mentre lui all'interno collaudava lo strumento eseguendo musiche di Frescobaldi.
Il libro di Caracci è un intrigante intarsio di personaggi e dettagli, esito di una scrittura poetica ed elegante, quasi fuori del tempo rispetto ai canoni attuali in letteratura. Ed è lo stile più consono per spiegare il male profondo diffuso nella città dalmata, in stupita attesa della ineluttabile spallata napoleonica. Non bastano personaggi integerrimi come il rettore Pietro a evitare il patatrac finale o le altre figurine creative, laboriose, dense di umanità, accanto alle quali giganteggia il corrottissimo Simone, avido e senza scrupoli, che è l'ultimo Rettore, un ruolo questo analogo al Doge veneziano. La Serenissima ebbe in tutto nella sua storia ultramillenaria 120 Dogi, uno solo di origine friulana e fu proprio l'ultimo, Lodovico Manin, quello al quale Ippolito Nievo, nelle sue “Confessioni”, attribuisce la celebre frase in dialetto “Stanotte no semo sicuri gnanca nel nostro letto”, pronunciata mentre i francesi bussano alle porte della laguna. Invece ben più numerosi furono i Rettori ragusei (pare 5 mila) visto che restavano in carica anche un solo mese per evitare che il potere fosse monopolio di qualcuno. Venezia cede di botto a Napoleone nel 1797 mentre a Ragusa il nefasto Simone esulta pensando che la fine della Repubblica veneziana possa essere una vittoria della sua città, rivale da sempre e gelosa della propria autonomia. Invece lo stesso accadrà alcuni anni dopo, il 31 gennaio 1808, quando il generale Marmont arrivò a cavallo sullo Stradun. Abrogato il Senato, a quel punto il Rettore riuscì a ottenere dall'invasore una sola minima concessione, affinché le truppe di occupazione sfilassero due giorni dopo, festa del patrono, senza armi e alzando le bandiere di San Biagio. Cosa che i francesi fecero naturalmente, tra mille risate.
Il libro di Cristiano Caracci dona queste e altre emozioni, immerse nella luce soffusa e un po' malinconica d'un passato che si chiude, suggerendo un modo per prendere il largo seguendo le rotte dell'Adriatico, tra immaginazione e realtà. “Il tramonto di Ragusa” (che sarà presentato dall'autore e dal professor Mario Turello sabato 19 dicembre, alle 11.30, nella libreria Tarantola di Udine) propone il ritratto di una società
incapace di comprendere i tempi moderni, che tentava di affrontare con strumenti antichi, rimanendone alla fine spiazzata. Aveva perso quel vigore morale e quelle debolezze che erano stati la sua forza. Un affresco che somiglia al mondo di oggi, qui e ovunque.
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Il Gazzettino 5/01/2015
E Venezia assediata si mangiò anche i gatti

Nel Trecento una grande alleanza fra Genova, Aquileia, Padova e Ungheria portò la guerra fin dentro la laguna.
NICOLETTA CANAZZA. II primo giorno di guerra non si sarebbe dimenticato, quando tutti i veneziani furono svegliati prima dell'alba dalla campana a martello di San Marco e nessuno comprendeva se fosse un incendio o altra naturale sventura». Mai ci si sarebbe immaginati che la guerra potesse arrivare così vicina a Venezia. Invece, caduta Chioggia dopo mesi di un assedio, nell'estate del 1379 i genovesi alleati del Patriarcato di Aquileia, dei Carraresi di Padova e dell'Ungheria, arrivavano a minacciare da vicino la Serenissima. Lo storico Cristiano Caracci ne "L'Adriatico insanguinato" sceglie di incrociare la grande Storia con quella minore, raccontando il grande conflitto da terra e dal mare - da una galea o da un forte, da un avamposto perso nella laguna tra ratti e zanzare, da una segreta o dal negozio di un mercante - lasciando a tre voci che arrivano da lontano il compito di restituire la drammaticità del momento. Lo fa usando una lingua antica e sorprendente, capace di affascinare anche più degli eventi narrati. Ecco quindi le "croniche" di Tite, friulano della Pedemontana, di Giovanni de Campo, nobile veneziano, e degli "osservatori" di Porto Lignano, che si riuniscono a raccontare il tempo della pace e della guerra, la maestria necessaria per muoversi nel dedalo dei canali lagunari o tra le isole dalmate, l'odio per gli invasori, la bellezza di dune e barene, la crudeltà degli scontri, la dolcezza del ritorno a casa. Una guerra dove l'alleato di ieri era il nemico di oggi e viceversa, in una sfida che vedeva contrapposte (ancora) Genova e Venezia, le due massime potenze marinare del tempo, per il controllo dei traffici con l'Oriente. In effetti il conflitto esploso tra il 1379 e il 1381 non era che l'ennesima fiammata di una rivalità che continuava almeno dalla metà del 1200: ma Veneti e liguri erano nemici a ponente, ma lavoravano insieme a levante, cioè a Costantinopoli, dove, intorno all'argento e all'oro, si comprendevano perfettamente. Una lotta che avrebbe fatto di Venezia, nel momento peggiore del conflitto, una città affamata e terrorizzata, costretta a dare la caccia perfino a gatti e "sorzi": eppure capace di coniare monete d'oro. Il conflitto è rievocato ogni anno a Chioggia dal Palio della Marcigliana.
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Il Gazzettino 14/11/2014
Un romanzo sulla sfida del 1379 a Venezia

WALTER TOMADA. UDINE - È una figura eclettica quella di Cristiano Caracci, 66 anni, avvocato civilista a Udine intimamente appassionato di storia del diritto mediterraneo, innamorato della storia della città veneto-dalmata di Ragusa, oggi Dubrovnik, che come pochi altri luoghi ha saputo rappresentare un crocevia di dominazioni e nel contempo un forte sentimento identitario. Alla storia affascinante della città ha già dedicato nel 2004 “Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei”, recensito con favore anche dalla stampa nazionale. È stata poi la volta dei romanzi storici “La luce di Ragusa” e “Due racconti ottomani”, della raccolta di racconti “Levante veneto”. Ora è il turno di un romanzo ghiotto per chi ama storia e avventura miscelate a dovere. Il libro sarà presentato in anteprima domani alle 17.30 nel borgo di Clauiano, all'azienda vitivinicola Ariis, e il titolo è “Adriatico insanguinato” (ed. Santi Quaranta) e – come da sottotitolo – ricostruisce il momento in cui Genova, Aquileia, i Carraresi e l'Ungheria si allearono contro Venezia. È il 1379 e il Patriarcato finisce per trovarsi in mezzo all'antipasto dello scontro che nel 1420 ne provocherà l'eclissi. Anche Tite da Billerio, voce narrante del romanzo, viene trascinato dai colli sopra Magnano alla laguna, per contrastare i veneti. A dar manforte ai patriarchini arrivano i genovesi, acerrimi rivali della Serenissima, e perfino gli Ungheresi. Non servirà: la Guerra di Chioggia, episodio rimosso dalla grande Storia ma non dalla curiosità dell'autore, sarà vinta dai veneti. E raccontata da due di loro, Daniele di Dorsoduro e Giovanni de Campo: anche se chi raccoglie la vicenda e la trascrive viene da Gemona. E si chiama Cristiano, come l'autore.
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Messaggero Veneto - 10/11/2014
Aquileia contro Venezia, Adriatico di sangue 
Il romanzo storico dell’avvocato Caracci ricostruisce l’epica Guerra di Chioggia quando il Patriarca si alleò con Genova
PAOLO MEDEOSSI. Tite da Billerio, allora feudo dei Prampero, era stato arruolato d’autorità e spedito con altri del suo paese fino a Marano, per rinforzare il contingente militare («Quel povero, piccolo esercito impaurito preteso dal Parlamento e dal Patriarca»). Siamo nel 1380 e aspettando la guerra, l'ennesima di tempi insicuri e confusi, Tite aveva intanto imparato a nuotare, a vogare, a pescare. E un giorno, mentre in barca si stava spingendo con gli amici verso Grado, ci fu una sorta di apparizione sul mare. La racconta cosí: «Transitava davanti a noi la grande, ricchissima trireme rossa che accompagnava all’isola il Patriarca Marquardo, ritto sul castello di poppa, la preziosa tiara sul capo, fasciato nella veste nera oro e porpora, accanto alla sua insegna grifagna che pareva volare nella brezza e nella luce tremula...». Parole eleganti, raffinate, come se descrivessero un dipinto alla Bellini, simili a quelle adoperate da Elio Bartolini per il folgorante inizio di “Pontificale in San Marco”, il capolavoro del 1978 nel quale narrò l’ultimo viaggio fino a Venezia del Patriarca Daniele Dolfin, dopo che Vaticano e Asburgo avevano messo fine al Patriarcato di Aquileia, a metà Settecento. E non a caso il romanzo bartoliniano si pone in armonica sintonia con quello che ora annovera tra i protagonisti Tite da Billerio, una delle voci narranti in una vicenda cruentissima e autentica, avvenuta nelle nostre zone, di importanza fondamentale per gli sviluppi successivi in Friuli e (come spesso accade) del tutto dimenticata. La riporta alla luce Cristiano Caracci con “L’Adriatico insanguinato. Genova, Aquileia, i Carraresi, l’Ungheria contro Venezia” (160 pagine, 13 euro), pubblicato da Santi Quaranta, l’intelligente casa editrice guidata da Ferruccio Mazzariol che da Treviso ci regala una serie di libri assolutamente da leggere, per la veste curata in cui escono e per gli argomenti proposti. Il Friuli e dintorni vi sono molto presenti attraverso le opere di Bartolini (come appunto il “Pontificale”), Amedeo Giacomini, Aldo Barbina, Raffaella Cargnelutti, Ovidio Colussi, Hans Kitzmuller e altri, fra ampie incursioni nel campo del romanzo storico, genere di solito poco praticato da autori contemporanei che invece prediligono temi personali, introspettivi e nevrosi quotidiane. Qui invece il campo d’azione diventa affascinante e di non agevole perlustrazione se non si padroneggia la materia e non si utilizza lo stile adeguato. Cristiano Caracci, al riguardo, si era già messo alla prova puntando l’attenzione verso la Dalmazia, i Balcani, Ragusa-Dubrovnik avendo come punto di riferimento nella bussola personale i destini di Venezia. Avvocato, nato a Udine nel 1948, appassionato cultore di storia del diritto, sensibile come il padre Piercarlo, medico, al fascino delle umane lettere, esordì nel 2004 con “Né turchi né ebrei ma nobili ragusei” (Edizioni della Laguna), replicato poco dopo da “La luce di Ragusa” (Santi Quaranta), prezioso racconto dedicato alla piccola repubblica marinara adriatica, collocata dentro una luminosità impalpabile, metaforica, che ne diviene quasi il simbolo. Nel nuovo romanzo, Caracci fa invece muovere i personaggi di fantasia dentro un fatto vero, la cosiddetta Guerra di Chioggia, scoppiata a fine Trecento e che rappresentò un punto di svolta per la Serenissima, minacciata come mai prima e che da quel momento, pur vincendo, imboccò la lenta strada verso il declino. La gloriosa storia della repubblica di Venezia durò 1400 anni, con un primo periodo di 900 anni tra successi e crescita, seguiti da 500 di difficoltà, di alti e bassi. Per questo il sanguinoso conflitto con la Superba Genova, capace di allearsi al mondo intero, Patriarca di Aquileia compreso, costò tantissimo alla città lagunare, aprendo crepe e problemi. Ma questa è, si sa, la macro-storia, nella quale incolpevoli protagonisti diventano poi le pedine, i piccoli, come Battista di Billerio o lo speziale veneziano Daniele di Dorsoduro o il mercante Giovanni de Campo. Sono loro, attraverso Caracci, a raccontare cosa accadde in quel 1380 quando Chioggia venne riconquistata da Venezia e allora divenne strategicamente importante Marano quale base genovese. Le voci del romanzo sono un po’ come il Carletto Altoviti delle “Confessioni” di Ippolito Nievo: ci portano dentro i timori, le sensazioni, i paesaggi. Per esempio c’è una vivissima scena della Udine di fine Trecento con ciò che succede in Mercato Vecchio mentre arrivano le truppe degli alleati ungheresi. In questo mondo minimalista appaiono di sfuggita i potenti, come il Patriarca Marquardo, quello dello spadone di Cividale per intenderci, un abile barone tedesco, vescovo di Augusta, arrivato in Friuli nel 1365, uomo d’arme e diplomatico, che per necessità partecipò all'alleanza anti-Venezia. Morí nel gennaio del 1381 mentre si combatteva ancora, ma - dice Caracci attraverso Tite - «quando giunse la notizia nessuno ne pianse il ricordo, anzi nessuno dimenticava quell'alleanza con re, signori, soldati sconosciuti che avevano incendiato il nostro mare, rapito la gioventù, affamato ognuno. Grandi erano state le sofferenze patite fino ad allora e altre non sarebbero mancate». Allo stesso modo nessuno pianse né fece meraviglia la mattina in cui il console di Genova fu trovato in strada, trafitto da nove coltellate. Insomma era sentita come innaturale la coalizione pro-Genova perché, afferma Tite, «qui a Marano siamo schiavi degli stranieri, bestie da lavoro». Ma se questo avviene in Friuli, spiega il veneziano Giovanni de Campo, a levante invece (cioè a Costantinopoli) Serenissimi e Superbi facevano affari insieme, comprendendosi bene attorno a oro e argento. In ogni caso, la Guerra di Chioggia segnò il tramonto dello Stato patriarcale perché già nel 1420 la Piccola Patria venne tutta inghiottita da Venezia. Romanzo denso, e moderno nel riproporre la tradizione, quello di Caracci, con una chicca. C’è infatti un capitolo dedicato a Porto Lignano, la penisola allora insalubre, posta davanti a Marano, dove c’era un avamposto veneziano «tra pochi uomini miserrimi, con donne e pargoli, ricoverati in casoni di paglia». L’accenno alle donne è significativo. In queste pagine appaiono anche loro, con ruoli forse minori, ma decisivi, in quanto capaci di donare a chi la merita «una vita felice, di mare e di vento». Come sempre.
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Libro Aperto, settembre 2014
CRISTIANO CARACCI: L'Adriatico insanguinato, Santi Quaranta Editore, pp. 160, € 13,00
II sottotitolo di questo romanzo su base storica (anzi, tutto avvolto nella storia, per così dire) recita: "Genova, Aquileia, i Carraresi, l'Ungheria contro Venezia".
Si tratta di tre "croniche" nel contesto della Guerra di Chioggia, combattuta fra il 1379 e il 1381 dai veneziani contro una lega guidata dalla Repubblica di Genova e della quale facevano parte il Patriarcato di Aquileia, l'Ungheria e la signoria padovana dei Carraresi.
All'inizio, tale lega riuscì a conquistare Chioggia, appunto, già importante centro dell'Alto Adriatico, e vaste zone della laguna di Venezia, ma l'epilogo fu a favore della Serenissima che riprese Chioggia, le città lagunari e istriane che erano cadute in mano ai genovesi.
L'autore, friulano di Udine, avvocato civilista con la passione della letteratura, offre uno spaccato d'epoca, sia per quel che riguarda il conflitto bellico di per se stesso, sia per quanto attiene agli usi, costumi, economia, di un'area che dal Friuli arriva sino a Costantinopoli, attraverso luoghi che fecero storia, per così dire: da Marano Lagunare a Porto Lignano, da Venezia, ovviamente, a Chioggia, altrettanto ovviamente.
La felicità di scrittura del Caracci è pari a quella della descrizione (e dell'invenzione) di ambienti, scorci di lagune e di mari, di personaggi e di eventi al centro dei quali si trovano. A momenti, si resta coinvolti per gli spunti lirici dei quali sono ricchi gli abbandoni nella contemplazione di spazi aperti di cielo e di acqua, come si legge, per esempio, nella prima Cronica di Tite furiano: "Partii di prima mattina, in compagnia del minuscolo e vivace cane Spezia, inquilino della piazza, che tutti accudivano; amava navigare, seduto attento a prua; la nostra solitudine fu subito totale; scomparsi i rumori pure discreti del paese, i gabbiani rimanevano padroni del silenzio fino a sera, quando impazzivano le rondini; quasi non contava il rumore liquido dei remi simile a quello di un'onda leggera, venuta da lontano; sull'acqua, quasi immobile, nuotavano uccelli mai visti prima, solitari o in gruppi di famiglie, piccoli e adulti e beccavano chinando il collo in quell'immensità liquida o risalivano a terra con andatura buffa ma disinvolta...".
Descrizioni come questa non sono rare e fanno sì che il lettore, appunto, venga coinvolto, si immedesimi nelle vicende narrate, di tempi ed eventi lontani, di ambienti che, anche dal punto di vista naturalistico, sono (in parte) mutati.
È lo sfondo, questo degli ambienti, nel quale si sviluppa una narrazione esemplare, come si diceva: secondo ritmi lenti, lievi, a volte quasi impalpabili, ai quali si alternano altri più svelti, andanti a secondo dei momenti delle vicende, come assalti, scontri cruenti fra soldati degli opposti eserciti. Non manca l'amore (fra uomo e donna beninteso), spontaneo, forte, pudico...
Da questa narrazione, infine, non soltanto si seguono protagonisti usciti dalla fantasia dell'autore e collocati in ambiti e tempi ben delineati, ma si compie un'opera di rivisitazione della storia in cui, fra l'altro, si inizia l'ascesa potente della Serenissima Repubblica di Venezia. Come ben si comprende, poi, nel finale della terza "Cronica di Giovanni de Campo, veneziano".
Vale la pena leggerlo per intero.
"Allora prima di partire, in una stanza buia di Rialto, ricordo di avere tenuto con me un sacchetto di monete consegnatomi dal nostro banco per pagare qualche nota; ne rovesciai il contenuto sul tavolo per ricontarle e così riempire il tempo di attesa; tra gli altri denari un prezioso lucentissimo, un bottone d'oro finissimo, illuminava il grigiore intorno; presi tra le dita quella moneta luminosa e già soltanto toccandola riconobbi bene in rilievo la figura di Cristo, chiusa nella mandorla, e sul dritto le incisioni del nostro Doge Andrea inginocchiato di fronte a San Marco.
"In quel momento, con quel ducato nuovo di zecca quasi a bruciare le dita, con quella moneta preziosa che trasmetteva una scossa a tutto il braccio, compresi certamente, semmai avessi avuto ancora dubbio, chi avrebbe vinto la guerra: Venezia affamata, terrorizzata e tuttavia ancora capace e tanto ricca da coniare in oro. Venezia avrebbe vinto la guerra".
Viene spontaneo un confronto... con l'oggi!

GIOVANNI LUGARESI

Il Piccolo 13/07/2014
Cronache dell’Adriatico insanguinato - Nel nuovo romanzo di Cristiano Caracci la guerra di Chioggia del 1379
Tra gli autori di romanzi storici Cristiano Caracci si distingue per la capacità di creare microstorie all’interno della grande storia con eccellente capacità evocativa, attraverso un linguaggio elaborato ma sempre equilibrato, che dà spessore alle figure e vigore alle azioni. In più, Caracci è un grande e appassionato di storia delle genti adriatiche, dalla Serenissima in su, e non ha paura di inoltrarsi nei labirinti di un passato spesso complesso, e perciò non molto frequentato in narrativa. Perciò, dopo l’eccellente “La luce di Ragusa”, edita da Santi Quaranta, ora per lo stesso editore esce “L’Adriatico insanguinato” (pagg. 160, euro13,00), ovvero “Genova, Aquileia, i Carraresi, l’Ungheria contro Venezia. Siamo nell’estate del 1379, in quella che è nota come la guerra di Chioggia, un conflitto durato tre anni fra Genova - allora già dilaniata da lotte intestine per il potere e sulle soglie della decadenza - che dopo un iniziale slancio dei genovesi terminò con la vittoria veneziani che riuscirono a riprendersi Chioggia e le città lagunari e istriane cadute in mani genovesi.
Qui Caracci muove i suoi personaggi principali, Tite, friulano, Giovanni de Campo, nobile veneziano, i lignanesi Battista e Marino, in una cronaca dove si mescolano personaggi storici e di fantasia, con una trama fitta di combattimenti, viaggi, attese che ha la capacità di calare il lettore in un passato che si fa vivo e palpitante.
Anche perché Caracci ama cogliere le atmosfere crepuscolari delle vicende storiche, quando un potere si disgrega, quando sotto le spinte degli eventi la storia si trova a una svolta, quando una guerra inizia o finisce. È questa prospettiva, mai imposta al lettore ma sempre suggerita, a segnare l’attualità delle “croniche”di Cristiano da Gemona, come si firma lo scriba che raccoglie le vicende dell’Adriatico insanguinato. (p.spi.)

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Rai Radio 1 -07/06/2014

con replica l'8, “Libri a Nord-Est”, intervista di L. Zannini a Cristiano Caracci riguardo “L'adriatico insanguinato”

La Voce del Popolo - 11/01/2014
UNA CITTÀ ALL’AVANGUARDIA PURE NEL CAMPO DEL DIRITTO
Cristiano Caracci ci ha ormai abituati alla sua scrittura ambientata nel Mediterraneo orientale; scrittura che scorre tra fantasia, storia e leggi, con uno sguardo non di rado inedito sulle vicende di Ragusa (Dubrovnik). L’avevamo apprezzata in “Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei” (Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli, 2004), al quale aveva fatto seguito - sempre in riferimento alla piccola ma gloriosa quinta repubblica
marinara italiana - “La luce di Ragusa” (Edizioni Santi Quaranta, Treviso,
2005, primo premio di narrativa “Loris Tanzella“, ANVGD Verona, 2008), “Due racconti ottomani” (SBC Edizioni, Ravenna, 2009, secondo premio di narrativa “Priamar” di Savona, 2011, terzo premio al Concorso Letterario Internazionale “Città di Recco” 2012),“Levante Veneto” (SBC Edizioni, Ravenna, 2011, premio speciale della giuria al Concorso Letterario Internazionale Città di Cattolica, 2012).
E dopo aver già analizzato gli Statuti e le leggi delle cittadine dell’Adriatico
orientale (si vedano i saggi e gli articoli “La costa degli Statuti” e “Note di legislazione ragusea in periodo ungherese”, in “Quaderni vergeriani”, rispettivamente vol. VI, 2010, e vol. II, 2006, nonché “Diritto criminale nella Ragusa del XIII secolo” in “Studia Historica Adriatica et Danubiana”, vol.
IV, 2011), è tornato a confrontarsi con la storia del diritto raguseo, commentando il Liber Statutorum di Ragusa del 1272 nella versione tradotta dalla moglie Monica Zamparutti Caracci. I libri sono stati tradotti basandosi sul testo latino contenuto in “Statut Grada Dubrovnika” (edito nel 2002), a eccezione del Libro Sesto (materia penale) per cui si è ricorso al manoscritto conservato nella biblioteca del Senato italiano. Per ciascuno dei quattro libri tradotti è stata redatta una premessa contenente altre notizie e informazioni sia specifiche per le materie trattate (diritti reali, penale, marittimo) sia riguardo la normativa statutaria in genere. Un centro sviluppato Diventata nel IX secolo un centro urbano sviluppato e fortificato, tanto da poter opporre efficace resistenza a un assedio di Saraceni durato quindici giorni, Ragusa rimase in mano all’Impero romano d’Oriente fino allo scadere del XII secolo. La sua importanza è compresa sia da Venezia che da Bisanzio, in quanto dal suo porto si possono controllare i flussi di traffico marittimo sulla costa adriatica orientale. Di Venezia inoltre essa può essere concorrente nei commerci, specie sul mare. Sotto le pressioni delle due potenze, Ragusa è perciò costretta a sottostare alternativamente al loro potere. Fino all’inizio del XIII secolo riconosce l’autorità di Bisanzio, dal 1205 al 1358 è sottoposta alla sovranità veneziana.A differenza di Venezia che si adopera per impedirne il decollo economico, e segnatamente il commercio marittimo, i bizantini non pongono limiti all’incremento del commercio, artigianato e della marineria. La minuscola Repubblica però si oppone ai tentativi della “regina del mare” di frenare la sua avanzata economica, politica e culturale, sfida il potere veneziano e combatte con fermezza per la propria autonomia.
Resiste pertanto a tante disavventure destreggiandosi nella volontà di trarre sempre il maggior utile economico e politico possibile, stipula patti con i potenti vicini, sfrutta la propria genialità negli affari e in politica per assicurare la pace, l’indipendenza e la sicurezza dello stato e dei suoi cittadini.
Sotto il dominio veneziano Dopo la caduta di Costantinopoli durante la IV Crociata nel 1204, Ragusa finisce sotto il dominio della Repubblica di Venezia, dalla quale eredita gran parte delle sue istituzioni. Il dominio veneto si prolungherà per un secolo e mezzo, con brevi interruzioni (dal 1207 al 1211, dal 1215 al 1217 e dal 1232 al 1235; inoltre, dal 1230 al 1232, la città fu STORIA di Ilaria Rocchi soggetta alla sovranità del despotato d’Epiro. In questa epoca venne a delinearsi l’assetto istituzionale interno della futura repubblica, con la comparsa del Senato (1252) e l’approvazione dello Statuto, documento basilare della Repubblica, contenente tutte le norme che regolano la vita politica all’interno e all’estero, l’amministrazione, la marineria, il commercio, i diritti ereditari, l’urbanistica. Visto il contesto, appare ragionevole, quindi, presumere una forte influenza veneziana, ma comunque ci troviamo di fronte a uno Statuto medievale di autonomia. Il documento tocca specificatamente la città, ma non mancano riferimenti al territorio circostante, considerato che Ragusa, nei secoli XIII e XIV, s’ingegnò ad ampliare il proprio territorio di sovranità i cui confini, infatti, alla fine del 1300 (salvo la regione di Canali, acquisita poco dopo, tra il 1419 e il 1427) rimasero, più o meno, gli stessi fino alla fine. Dal 1216 fu ragusea l’isola di Lagosta e il suo piccolo arcipelago; mentre nel 1333 furono acquisite l’isola di Meleda e la penisola di Sabbioncello con la città di Stagno.
Quindi le comunità di Lagosta (1310) e di Meleda (1345) ottennero Statuti di autonomia (ferma la Lex, rappresentata dai Liber di Ragusa, quale fonte gerarchicamente superiore); al contrario, la regione di Sabbioncello e la città di Stagno furono sottoposte a un regime di particolare autorità, anche per reprimere con energia il contrabbando, quindi, a protezione delle grandi saline e per la posizione strategico-militrare di Stagno, vicina al confine veneto, a quello orientale slavo-bosniaco, poi turco.
Giustizia e legge giustaÈ probabile che Ragusa fosse dotata di Statuti anteriori a quello della seconda metà del ‘200, tanto più che viene esplicitamente detto come la formazione del nuovo Liber nasceva dall’esigenza di unificare altri Statuti editi in tempi diversi, dispersi in più libretti in reciproca contraddizione. Dunque, lo Statuto di cui parliamo venne approvato il 9 e pubblicato il 29 maggio 1272, redatto dal nobile Marco Giustiniani di Venezia, conte di Ragusa, in otto libri.
E fin dalla premessa appare singolare, per la chiarezza con la quale vengono espressi i concetti di corrispondenza tra giustizia e legge giusta, insieme alla necessità della subordinazione del potere a questa legge. “Onore, dunque, al dimenticato comes Marco Giustiniano e agli anonimi intellettuali e giuristi ragusei che hanno saputo elaborare un vero monumento del diritto”, dice Cristiano Carocci.
“Le norme contenute nel Libro Primo non hanno, singolarmente considerate, una grande importanza giuridica - osserva Carocci, ma costituiscono uno splendido affresco di una società medievale urbana, marinara e autonoma, pure obbligata a balzelli verso le autorità, ancora da pagarsi, alternativamente, in natura (una quantità dei pesci pescati, ad esempio) o in denaro: un affresco, crediamo, difficile da dimenticare per
gli appassionati”. In questo “capitolo” si regolano diritti, prerogative, doveri e altri aspetti legati al potere e all’attività espletata dal conte - compreso l’approvigionamento di lui e della famiglia con sale, carne, frumento, pesce, legna e altri “omaggi” e dazi -, le procedure per l’elezione di giudici, consiglieri e vicari, i rapporti con gli abitanti di Lagosta, “che diedero sé e l’isola al Comune di Ragusa”, il quale“giurò di mantenere tutte le loro antiche consuetudini”, con il monastero di Lacroma, con i provveditori all’annona e l’ufficio dei banditori.
La seconda parte del Liber Statutorum comprende 33 articoli dedicati esclusivamente ai giuramenti cui erano tenuti i responsabili dei più diversi uffici, dal conte, mandato da Venezia (fino al 1385) ai più modesti addetti al vino; si tratta di uffici annuali dal 29 settembre (a conferma del rilievo che, a Ragusa, assumeva la vendemmia e la sua conclusione) e non immediatamente rinnovabili. Si tratta, dunque, di un lungo susseguirsi di formule simili tra loro nell’obbedienza e lealtà verso il Doge di Venezia e il Conte di Ragusa. Il secondo libro, letto insieme al primo, dà l’immagine dicome si esercitava la funzione pubblica cittadina e poi repubblicana. Interessanti gli articoli riguardanti gli ambasciatori“considerando come la fortuna della Repubblica si sarebbe principalmente fondata sull’informazione e sui rapporti internazionali”, fa notare Caracci.
Competenza territoriale Il Libro Terzo tratta la materia processuale, ma soltanto nella parte civilistica e quasi esclusivamente per i termini a comparire, la ricusazione e la competenza territoriale per i processi tra cittadini e stranieri; mentre pare che il processo penale sia quasi del tutto trascurato; il Libro Quarto è riservato al diritto di famiglia, in particolare si occupa della dote, delle successioni, filiazione e divisione; il libro successivo affronta la materia civilistica e, in particolare, riguardante la proprietà, diritti reali minori, affitto di fondi rustici e altri argomenti collegati. Il libro sesto s’ispira chiaramente al “Liber Promissionis Maleficii” (Venezia, 1232), anche se più approfondito, completo (conta 68 articoli, mentre inizialmente quello veneziano ne ha soltanto 29) e sofisticato; regola la materia penale e contiene anche norme repressive riguardanti la vita degli schiavi. Da rilevare che il Maggior Consiglio del 27 gennaio 1416, abolì la schiavitù e proibì il trasporto di schiavi con navi ragusee! Un altro articolo, sulla violenza sulle donne, recita:“chiunque usi violenza contro una donna, provato il fatto, è condannato a pagare cinquanta perperi.Non pagando verrà accecato, salvo matrimonio consensuale”.
In quest’ultimo caso anche la pena pecuniaria è abolita.Il Libro Settimo, incentrato sul diritto marittimo e della navigazione (che contemplava un deciso intervento dello Stato, sul modello di Venezia). “Ma la datazione dello Statuto assume rilievo anche perché si pone, con la normativa veneta, all’inizio di quella che gli storici chiamano Rivoluzione Nautica del Medioevo”, spiega Carocci, citando un fenomeno avvenuto tra 1250-1350, quando nella navigazione mediterranea fu introdotta una serie di innovazioni tecnologiche, che compresero il perfezionamento della bussola
giroscopica; la redazione di carte nautiche e di portolani, la compilazione di tavole trigonometriche per la navigazione.
Leggendo la regolamentazione ragusea, pare che all’epoca della datazione dello Statuto la bussola e le carte nautiche non facessero parte del corredo obbligatorio della navigazione.
Un documento interessante L’ottavo libro dello Statuto di Ragusa contiene norme assai diverse per oggetto e anche successive al 1272. Si possono, tuttavia, individuare alcune masse omogenee e specie in materia processuale civile e in materia di risarcimento da fatti illeciti.
“Si ritrovano in disordine le più varie norme di diritto pubblico: monetazione con sistema dodecimale e repressione delle falsificazioni; usura, oltre il 6% annuo proibita nel 1279 con salvezza delle precedenti convenzioni; ricostruzione e urbanistica della città successivamente all’incendio devastante del 1296; obblighi degli abitanti in caso di incendio; normativa sul sale e marittima riguardo la navigazione di conserva e la ripartizione dei danni; fino a normativa datata 1394 e al recepimento del trattato con cui ai cittadini di Ragusa venivano riconosciuti i diritti spettanti ai veneziani”, spiega ancora l’avvocato.
In conclusione, rileggendo lo Statuto, emerge che incerti ambiti Ragusa superò la normativa veneta, alla quale si era ispirata, sia per organicità, sia per l’ampia trattazione privatistica, civile e commerciale.
Un documento interessante, e ben oltre la dimensione per così dire tecnica,
della storia del diritto, delle piccole rivoluuzioni nel mondo medievale: infatti, dalla lettura di questo Statuto si può tracciare un vivace ritratto della società ragusea del Duecento, di un periodo in cui si stavano preparando i presupposti per una prosperità fondata sul commercio marittimo, che la porterà a diventare la maggiore potenza dell’Adriatico meridionale, raggiungendo l’apogeo della sua potenza nei secoli XV e XVI.
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La Voce del Popolo - 13/04/2013
PROCEDIMENTI FALLIMENTARi NELLA RAGUSA DEL CINQUECENTO
Parliamo di una tematica antica eppure molto attuale, vista la congiuntura e i fatti di cronaca. Abbiamo tra le mani un curioso opuscolo, “Sulla legge fallimentare di ragusa (1544)”, di Cristiano Caracci, estratto dalla Miscellanea di “Rivista di Storia del Diritto italiano” (anno LXXXIII, vol. LXXXIII, Fondazione Sergio Mochi Onory per la Storia del Diritto italiano, Roma, 2010, pp. 409-426). In questo breve scritto – a differenza dei precedenti libri e articoli sulla storia e i costumi della repubblica marinara dalmata –, l’autore si muove nella sfera della sua formazione, che è quella del giurista. È infatti (leggiamo sulla scheda dell’Associazione professionale) avvocato, revisore ufficiale dei conti, svolge la propria attività in campo civilista, delle assicurazioni, bancaria, commerciale, del fallimento, della responsabilità (sia come infortunistica stradale che del lavoro e delle professioni), delle successioni. E quindiquesto suo studio su Ragusa, o meglio sul procedimento fallimentare adottato dal piccolo Stato dalmata, è un contributo di natura per così dire più tecnica, settoriale, senza pertanto disdegnare la dimensione storica. Caracci infatti ripercorre l’evoluzione delle leggi e le soluzioni adottate dai ragusei confrontandole inevitabilmente con l’ordinamento giuridico italiano, dal diritto romano in poi, passando per il Medioevo e soprattutto per la tradizione veneziana. Un interessante e dotto excursus, comprensibile anche a chi non è del mestiere, che dà una prospettiva generale, analizza analogie e discordanze su tutta una serie di passaggi, come l’esecutorietà delle sentenze e degli altri provvedimenti, le formalità di apertura del procedimento fallimentare, i concordati, le forme di tutela del credito... Tutte questioni “logicamente evolutesi nella diversità dei luoghi, delle circostanze, degli statuti comunali o di corporazione, nella inventivae fantasia dei giudici e notai”, come osserva Caracci.
L’epoca in cui Ragusa arriva a “codificare” la materia è la prima metà del XVI secolo, una specie di età aurea per la repubblica adriatica, di opulenza economica e culturale in cui, ancora, non pareva scorgersi crisi: commerciava con successo sia per terra – nei territori ottomani di Balcania e a Istanbul – sia per mare, garantendosi traffici con Ancona, l’Abruzzo, la Puglia, Alessandria; ma le sue carovane e navi si spingevano fino in Crimea, Spagna, Marocco, perfino a Londra e anche in America. Il territorio Stato fin dall’inizio del Quattrocento si era allargato, tant’è che nella prima metà del ’500 si contava una popolazione di 75.000-80.000 persone. Nobili, cittadini e artigiani erano le tre classi che componevano la società, con inibizione di ogni mutazione di status, anche tramite la proibizione di matrimoni misti. I ragusei dediti al commercio non dovevano essere numerosi, neppure all’apice delle fortune e dell’incremento demografico. Il mercante doveva essere un maschio adulto ma non troppo “maturo” (perché gli over 50 erano poco intraprendenti e intrepidi): le doti richieste erano infatti “intellecti prospicaci, sangue vivo et chore animoso”. Era poco improbabile che fossero i nobili a occuparsene, vuoi per la naturale agiatezza delle famiglie, vuoi perché tutti i maschi patrizi di maggiore età erano de jure componenti degli organi dello Stato. Gli artigiani poi, naturalmente proletari, erano marinai, manovali, coltivatori e, insomma, non potevano che essere di servizio del mercante. In quest’ottica non restavano che i cittadini, tra i quali, tuttavia, era pure reclutata la burocrazia dello Stato;
altri si dedicavano alle professioni liberali, a eccezione dell’avvocatura riservata alla nobiltà.
Pensiamo ad accordarci anzitutto Tornando al nostro tema, è evidente che,
nonostante le fortune di molti, ci fossero altri che cadevano in disgrazia. Viene pertanto emanata una legge organica sul fallimento: il 23 febbraio 1544 il Maggior Consiglio (per ballotas 112 contra 49) delibera l’Ordo super decoctoribus seu fallitis. Va premesso che l’ordinamento raguseo era aperto a ogni forma di accordo o concordato – già individuabili nel Liber Statutorum (1272) – tra ceto creditizio e debitore insolvente, considerando il fallimento quale rimedio residuale e di eccezione. Era previsto l’istituto della franchisia, diritto di asilo politico e, altresì moratoria al debitore fuggito, il quale poteva rimpatriare per un periodo previsto dalla legge, “con la certezza di rimanere sicuro e franco da ogni aggressione, anticamente personale quindi patrimoniale, e rimpatriare proprio allo scopo di trovare un accordo con i creditori”, spiega Caracci.
Tale periodo di franchisia corrispondeva dapprima alla festività del patrono San Biagio e inizialmente era di una settimana (tre giorno prima e tre giorni dopo la ricorrenza); poi fu prolungata a due settimane, quella prima e quella successiva al 3 febbraio. La materia verrà ampliata con l’Ordo super debitoribus fugitivis del 24 febbraio 1453, stabilendo un prolungato periodo di franchisia di un anno se non perfino di una sorte di amnistia, anche per illeciti criminali, seppur condizionata, appunto, all’accordo patrimoniale tra il creditore e il moroso.
Caracci fa notare come la legge principale del 1544 sia di evidente derivazione, o quanto meno parallelo sviluppo dell’ordinamento giuridico veneziano. Le norme ragusee innanzitutto stabilivano l’obbligo immediato della consegna di tutti i libri da parte del mercante. Tenere delle scritture era non soltanto un obbligo, ma un tratto distintivo dell’esercizio del commercio. Caracci cita a proposito Benedetto Cotrugli, forse il mercante più noto di Ragusa di inizio ’500, il quale scriveva nel suo “Libro dell’arte di mercatura”, come ”debbe addunque il mercante tenere almeno tre libri, cioè; ricordanze, giornale et libro grande (mastro, n.d.r.)”. A Ragusa, dunque, ogni affare veniva redatto, conservato e registrato in forma scritta. Questo come principio. A proposito della procedura fallimentare, questa era di competenza del Senato: e già ciò evidenzia la sua importanza ed eccezionalità. Primo compito di un Collegio preposto al fallimento (tre commissari, ufficiali nominati dal Senato) era quello di ritrovare i libri: il fallito aveva l’obbligo di consegnarli entro il giorno successivo la dichiarazione di insolvenza; termine prolungato a otto giorni, risiedendo il fallito fuori la città; e rimesso alla discrezione dei commissari, il fallito risiedeva all’estero (e molti appunto si trovavano nelle piazze, isole di commercio e diritto raguseo, sparse in tutta Europa). La mancata tenuta, l’occultamento, il rifiuto di consegna dei libri costituivano un reato da esaminare a parte. In questo caso si escludeva il beneficio della fede e, quindi, non potevano diventar oggetto di concordato. In generale, la struttura era (o così ci appare oggi) snella, rivolta apertamente a cercare una soluzione di concordato. L’obiettivo era non lasciar invecchiare il debito e giungere al saldo dei crediti nel più breve tempo possibile, anche se la rapidità andava a scapito della integralità dei pagamenti, tendenza che si ritrova nella Ragusa del Cinquecento. Il Collegio dei tre commissari doveva accertare il passivo e liquidare l’attivo; era nel contempo tenuto a esigere i crediti del fallito versandone le somme nella camera, cioè nelle casse dello Stato. Nella liquidazione dell’attivo non si riconoscevano né par conditio né privilegi, ma si considerava l’anzianità del credito. Fin dall’apertura del testo normativo, al fallito veniva inibita l’alienazione dei beni sia mobili che immobili. Fatto curioso è che si dava la facoltà ai creditori di aggredire gli immobili del fallito in località periferiche, extraurbane. La legge del 1568 finalmente sottoporrà all’espropriazione tutti i beni del fallito, senza distinzione e ovunque si trovassero.
Anche «pene personali» La legge ragusea del 1544 non ignorava reati tipici della materia, ma la mancata tenuta delle scritture appariva all’epoca di particolare gravità. Ad essa era equiparata la loro mancata consegna. La norma evidenziava ripetutamente, come elemento costitutivo del reato, oltre la materialità del fatto (il grave danno degli altri creditori), senza dubbio il dolo, per excludere… gli altri creditori… azione non meno ingiusta che fraudolenta e dolosa. Perseguibile pure, sotto la sanzione di cento ducati, il creditore inesistente, fittizio. Il legislatore considera le ipotesi di bancarotta fraudolenta, certo non semplici da identificare e discutere perché spesso intrecciate a questioni diverse.
L’ipotesi più grave pare quella contemplata all’art. 10; nel sospetto di danno, pregiuditio e detrimento di una o più persone consumati per malitia del fallito anche in concorso con persona diversa; nel caso, dunque, l’autorità inquirente ordinaria (non i commissari, a sottolineare l’autonomia del reato), dunque, ricevute le scritture, era chiamata a istruire in maniera spiccia imponendo pene pecuniarie quanto personali, acciò che la verità sia scoperta; per i responsabili la pena prevista era, al solito, di cento ducati ed egualmente per la falsificazione delle scritture, e questo medemo sia osservato sopra li ricordi sospetti”, riporta infine Caracci. Tutto sommato, Ragusa nel suo piccolo seguì la scia di Venezia e di altri Stati italiani, anticipandoli addirittura in alcune sue scelte normative. Il che è un’ulteriore testimonianza dello sviluppo anche civile raggiunto dalla repubblica
marinara dalmata.
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Il Sole 24 Ore - 15/04/2012
Il Levante Veneto dal XIII secolo al Novecento
In «La luce di Ragusa» (Santi Quaranta, 2006) aveva già raccontato in romanzo la piccola Repubblica marinara adriatica a cavallo tra il XIV e il XVII secolo. Oggi, Cristiano Caracci entra con una nuova opera di narrativa nelle pieghe della Venezia dogale (accanto, in un dipinto di Canaletto) e in massima espansione con «Levante veneto» (Sbc edizioni, Ravenna, pagg. 200, € 15,00): ben scritto, accurato nei dettagli, avvincente.


La Voce del Popolo - 14/04/2012 - Fiume (Croazia)
RECENSIONE In «Levante veneto» (SBC Edizioni) Cristiano Caracci torna a viaggiare
Storie di avventure, guerre e scorribande
Non c'è dubbio che la nobile e fiera Ragusa –Dubrovnik eserciti su Cristiano Caracci un'attrazione eterna - verrebbe quasi da parafrasare il detto popolare "Vedi Napoli e poi muori" -, fonte continua d'ispirazione e del desiderio d'inabissarsi nelle sue viscere, di perdersi tra le sue calli strette, tra case alte, palazzi dal sapore veneziano e preziose chiese, nelle sue piazze animate dal calore e dall'allegria delle sue genti, risultato di un incrocio di culture ed etnie diverse, fin dalle sue origini.
Pertanto in questa sua ultima scorazzata attraverso secoli e territori del Mediterraneo orientale, non potevano mancare alcune tappe nella "città di pietra e di luce", incassata su una penisola a picco sul mare, il cui porto rimanda a un tempo in cui trovavano rifugio le "caracche", i vascelli ragusei che contribuirono alla fortuna di questa piccola repubblica marinara che sopravvisse all'avanzata turca e rivaleggiò con Venezia per i traffici sul "mare nostrum". Sullo sfondo, appunto la Serenissima, il cui Arsenale (visto dal Canaletto in un dipinto del 1732) fa da "copertina" al libro "Levante veneto" (SBC Edizioni, Perugia-Ravenna, 2011, pp. 199, euro 15), premio speciale della giuria al Concorso Letterario Internazionale Città di Cattolica 2012.
Tra realtà e fiction
È una raccolta di nove racconti - "Tempi lontani", "Veneziani", "Sfranze", "Sant'Elmo", "II pozzo delle teste", "Russi", "31 gennaio 1808", "Anzac" e "Spinalonga" -, con prefazione di Pietro Spirito, ordinati cronologicamente uno per secolo a cominciare dal XIII e fino alle guerre russo-turche, quindi alla Campagna dei Dardanelli (dove l'autore segue un giovane arruolato nell'Anzac, l'Australian and New Zealand Army Corps, il Corpo di spedizione australiano e neozelandese), tutti riferiti a fatti rilevanti o di minore importanza in cui, naturalmente, prevale la costruzione di personaggi e avvenimenti di fantasia. A ogni periodo corrisponde un evento realmente accaduto a cui si affianca una vicenda, narrata spesso in prima persona, quasi a voler rimarcare una sorta di autoidentificazione con i personaggi. Un modo davvero originale, accattivante, per avvicinare i lettori alla storia di queste regioni dell'Est toccate dal Leone di San Marco.
Visione pessimistica
Uno dei fil rouge che percorre tutto il romanzo è la guerra e la descrizione di un'umanità spesso sofferente, ma sono pessimisti, senza speranza (se in apertura del primo racconto fa pronunciare al suo personaggio: "Si diceva fosse il nuovo secolo e, certo, si parlava di speranza; ma io credo sia sempre stato così, all'inizio di un nuovo secolo, perché gli uomini, alla fine di tutto, contano di migliorare e, anzi, a ben considerare, sperano all'inizio di ogni stagione e addirittura tutte le mattine", alla fine ci propone una visione triste, sconsolata, disincantata, il pianto e la solitudine di un vecchio). E Caracci fa emergere i destini dei piccoli - pescatori, soldati, preti -, piuttosto che quelli dei grandi protagonisti - generali, diplomatici -, i sentimenti, gli affetti familiari e le suggestioni della letteratura, con riferimento esplicito al poema omerico, con l'idea dei ritorni, dei lunghi viaggi e degli abbandoni.
Una vicenda per secolo
Non a caso il primo episodio, ambientato durante la Quarta Crociata, parla di un povero pescatore della laguna veneta, costretto a lasciare la sua famiglia e obbligato a vogare fino a Costantinopoli. Si fanno cenni all'assedio e alla conquista di Zara (chiamata, come avveniva all'epoca, con il nome di Zarra) da parte dei crociati, si menzionano alcune località dell’Istria "di passaggio" verso la meta delle spedizioni cristiane. Al suo ritorno, dieci anni dopo, non troverà che il silenzio: nessuno dei suoi cari c'era più. Località istriane e dalmate (Ragusa, Almissa) tornano in scena, indirettamente, nella seconda metà del Trecento, tra le scorribande e le avventure dell'ammiraglio Carlo Zen, il vincitore della guerra di Chioggia contro i genovesi.
Nel XV secolo, Caracci dedica pagine a Giorgio Sfranze o Giorgio Sphrantzes (Costantinopoli, 1401 - Corfù, 1477), generale, storico, protovestiario dell'imperatore bizantino Costantino XI Paleologo e mega logoteta bizantino. Durante l'assedio di Costantinopoli da parte degli Ottomani nel 1453, egli rimase alla difesa della città, al fianco del suo sovrano, che però morì. Come rileva Pietro Spirito nella prefazione, questa straordinaria vicenda - in particolare la lunga marcia dell'uomo per liberare la famiglia imprigionata in un harem -, rievocata alternando i punti di vista dello Sfranze e della moglie Elena, "è il paradigma di un'esistenza spesa si al servizio della politica e del potere", visti non nei termini (odierni) di "corruzione e povertà di spirito", ma di riscatto, perché "qualche volta, una vita onesta è riconosciuta e pagata, Dio lo volesse".
Altra epoca, ricorre però il tema dell'assedio, questa volta tocca a Malta, nel 1565: il lettore lo rivive attraverso le paure e le illusioni di un cavaliere ferito. Nel 1620-21 la Guerra polacco-ottomana segnò il riaccendersi della contesa tra la Confederazione Polacco-Lituana e la Sublime Porta per il controllo sulla Moldavia e sull'Ucraina, che era stata congelata nel 1617 con il Trattato di Busza. Il conflitto non portò ad alcun mutamento dello status quo. Nel 1621 il sultano Osman II guidò un'armata di oltre 100.000 uomini verso le terre della Confederazione, deciso a chiudere il capitolo. I polacco-lituani affidarono la guida dell'esercito all'anziano hetman Jan Karol Chodkiewicz, che attraversò il Dniester al comando di una forza di 25.000 polacchi e 20.000 cosacchi per poi trincerarsi nella rocca di Hotin, in attesa del nemico. Per un mese, del 2 settembre al 9 ottobre, le forze della Confederazione ressero all'assalto dei turchi. Il 24 settembre Chodkiewicz morì ed il comando passò a Stanislaw Lubomirski. Il 9 ottobre, con l'arrivo delle prime bufere invernali, il sultano si convinse a desistere dall'attacco, ma nel 1622 Osman II venne assassinato da una rivolta dei giannizzeri, scontenti per la sua conduzione degli affari di stato. La congiura viene ripercorsa attraverso "la voce" di uno dei sostenitori e collaboratori di Osman, l'unico sultano mai ucciso dai giannizzeri.
La caduta della quinta repubblica marinara italiana
Se il 1700 è contraddistinto dall'ingresso della flotta russa nel Mediterraneo, mentre a segnare il XIX secolo è la fine della "quinta repubblica marinara italiana", Ragusa, già ferita dal terribile terremoto, che fece tremare e vacillare le sue fondamenta nel 1667. Nel 1806 il territorio della Repubblica fu occupato dai francesi e il 31 gennaio 1808 il Maresciallo Marmont annunciò la fine del secolare stato. Così com'era scomparsa Bianca, vittima di un amore improbabile, maledetto - lei, il cui padre aveva respinto tanti pretendenti - con un ufficiale di Napoleone, svanivano secoli di "libertas". Caracci fa parlare una sua amica, Maria. Si ritroveranno vecchie. E Bianca spiegherà: "Non fu soltanto amarezza, dolore, vergogna e l'amore umiliato,ma in quegli anni di follia della nostra felice convivenza, sogni di libertà ed eguaglianza presero anche me, piccola ragugina, per poi vederli traditi. Accorrevo dove la nostra bandiera di San Biagio tornava a sventolare alla brezza dell'Adriatico; mio padre, lui solo, sapeva e mi raggiungeva [...]. Ora tutto è finito senza speranza, la libertà e la vita, e così vorrei rimanere accanto a te, a Ragusa, gli ultimi anni. Dolorosamente, senza rimpianti, forse potremo, sottovoce, cantare le antiche canzoni del mare.”
Il penultimo racconto ci porta nel 1915, alla disfatta di australiani e neozelandesi a Gallipoli. Invece l'ultimo è senza tempo. Si svolge a Creta e unisce la difesa veneziana contro i Turchi nel 1600 alla chiusura dell'ultimo lebbrosario nel 1950, con la storia di due fantasmi che s'incontrano.
'Trascorro almeno due mesi l'anno fra la Dalmazia, la Grecia, Malta e la Turchia e conosco bene questi posti, che sono descritti il più fedelmente possibile", afferma Caracci. E si vede, potremmo aggiungere. L'autore conosce benissimo i paesaggi in cui ambienta le sue narrazioni e le consuetudini locali, le rotte e gli approdi, le isole e le città (poche invece le datazioni o le denominazioni dei fatti, e nessuna nota). Ne esce un ambiente che doveva essere sicuramente di enorme fascino, quando ancora cioè, il Mediterraneo era il centro del mondo, e il Levante, veneto. Un mondo in cui gli uomini si regolavano tra ordini, dovere, sacrificio e onore.
Ilaria Rocchi
L’articolo de La Voce del Popolo contiene tre “finestre” di cui riportiamo il testo.
Crociati alla presa di «Zarra»:atrocità senza rispetto
L’autore ci dà un assaggio del suo stile fin dal primo capitolo, “Tempi lontani”, dedicato alla Quarta Crociata, detta anche “Crociata dei Veneziani”. Infatti, protagonista assoluta in questa spedizione fu la Repubblica di San Marco. Il 29 novembre 1199, durante un torneo, un gruppo di nobili francesi raccolse l’appello di Papa Innocenzo III, emanato il 15 agosto 1198, dopo tre Crociate fallite. A capo di questa Crociata venne designato il marchese Bonifacio I di Monferrato. A causa della mancanza di fondi, egli cercò degli alleati e nel 1202 fece un compromesso con la Serenissima, retta all’epoca dal doge Enrico Dandolo. Il novantaseienne Dandolo si mise a capo della spedizione, che partì l’8 novembre del 1202.
Nel frattempo accadde qualcosa di grave nell’Impero Bizantino. Il basileus (imperatore) Isacco II Angelo fu detronizzato, accecato e imprigionato dal fratello Alessio III. Dopo varie peripezie il figlio d’Isacco, il principe Alessio, riuscì a liberarsi e chiese aiuto proprio ai crociati, che nel frattempo avevano conquistato e saccheggiato Zara, il 15 novembre 1202. Proprio nella città dalmata avvenne l’incontro tra i crociati e l’ambasciata di Alessio, che promise aiuti militari, accordi mercantili favorevoli a Venezia e la riunificazione delle Chiese cattolica ed ortodossa (che dal 1054 erano separate) in cambio dell’aiuto crociato per rimettere sul trono suo padre. Da Zara la spedizione partì e il 24 giugno 1203 raggiunse la capitale bizantina, scacciò l’usurpatore e rimise sul trono Isacco II, che però abdicò in favore di Alessio, che salì al trono con il nome di Alessio IV. Purtroppo, il basileus non fu in grado di mantenere la parola data e dovette tergiversare, facendo molti regali ai crociati, per tenerli buoni, e a causa della mancanza di soldi confiscò i candelabri delle chiese. Inoltre, la popolazione ebbe un forte malcontento verso i crociati che erano accampati vicino alla città e che per avere viveri arrivarono a saccheggiare i sobborghi. Isacco II morì, forse debilitato dalla prigionia. Il nuovo usurpatore, che salì con il nome di Alessio V Murzuflo, ordinò ai crociati di lasciare Costantinopoli e non volle dare quanto promesso dai suoi predecessori.
I crociati e i Veneziani risposero occupando militarmente la città, con un accordo firmato nel marzo 1204. Il 9 aprile 1204 Alessio V respinse il loro primo attacco. Il 12 aprile dello stesso anno i crociati ed i Veneziani riuscirono ad entrare nella capitale bizantina, la occuparono e la saccheggiarono. Vennero portati via l’oro e le reliquie dalle chiese, torturati i cittadini (accusati di nascondere le ricchezze) e nei conventi vennero stuprate le monache. Morirono donne, vecchi e bambini. In quel caos (durato 14 giorni) il basileus Alessio V fuggì e al suo posto fu eletto Costantino XI Lascaris che morì poco dopo ed il suo successore e fratello Teodoro si ritirò a Nicea, ove istituì un nuovo impero. Stando all’accordo, a Costantinopoli si scelse un imperatore latino, che se fosse stato crociato, avrebbe dato ai Veneziani il Patriarcato di Costantinopoli e viceversa. Fu scelto il doge Enrico Dandolo, ma rifiutò e così diventò imperatore Baldovino di Fiandra. Al posto dell’Impero Bizantino, venne creato l’Impero Latino d’Oriente, che di fatto era uno stato fantoccio assoggettato a Venezia che prese l’isola di Candia, i porti sul Mare di Marmara, varie isole greche, la Morea, Gallipoli (oggi in Turchia), Adrianopoli, tre ottavi di Costantinopoli e parte del bottino. Nel 1261 AD, grazie all’ aiuto dei Genovesi, da Nicea il basileus Michele VIII Paleologo fece una spedizione che lo riportò a Costantinopoli (ove eresse la chiesa di San Salvatore in Chora, poi Kariye Camii e oggi museo) restaurando l’Impero Bizantino; ma il declino di quest’ ultimo fu oramai inarrestabile. Sotto il regno del successore Andronico II scoppiò una guerra civile e i Turchi Ottomani iniziarono ad espandersi. Il 29 maggio 1453, capeggiati dal sultano Mehmet II Fatih, presero Costantinopoli e posero fine al millenario Impero Bizantino.
Nei passaggi sotto riportati, la conoscenza che Caracci ha dei fattori politici e storici delle vicende, nonché dei luoghi che furono teatro di questi ultimi, si accompagna a una velata condanna dell’inutilità della spedizione – l’impresa disgustò perfino Papa Innocenzo III, che per i fatti di Zara scomunicò i Veneziani – e della miseria che ogni guerra porta con sé, soprattutto per i più umili. Non da meno, infine ma non per ultimo, una godibile lettura soggettiva, quasi intimistica, dei paesaggi e dei protagonisti.
[...] Poveri pescatori eravamo e non si capiva subito cosa il Signor Dio potesse volere se non le nostre vite, cosa il Papa se non preghiere e quale gabella il Doge pretendesse da noi, miseri tra i miseri. E per l’intera estate, con le lacrime agli occhi, ci dissero della terra promessa e profanata, del piangere straziante del Santo Padre, di chissà quali impegni assunti da Venezia traverso la parole del grande vecchio Doge il quale, seppure cieco, bene vedeva il nostro futuro di fortune; e che la parola era stata data, l’arsenale, tutti gli squeri e i maestri d’ascia ormai lavoravano notte e giorno; che grande per tutti, sarebbe stato il compenso in questo mondo e nell’altro, assolto tutti i peccati chi avesse preso la Croce. [...]
Tutte le barche ripartirono vuote, leggere, ben equilibrate lasciandoci un ricordo strano e grato di quell’Assunzione irripetibile dell’anno del Signore 1202; e magari la speranza di godere ancora delle immense ricchezze di Venezia. [...]
Quell’autunno del 1202 vidi più del mondo che in tutta la mia vita pregressa; fui a Venezia, poi nelle città di Pirano e di Pola; e un giorno di novembre eravamo, dissero, di fronte alla grande città di Zarra, traditrice, ripetevano, di San Marco. Infine, a Costantinopoli.
A noi, poveri vogatori, era chiesto di vogare, tacere e ubbidire; nessuno ci spiegò gli incontri notturni, nel mare d’Istria con navi bizantine; il saccheggio della città ungherese di Zarra, difesa soltanto dalle croci che la circondavano; la lotta furibonda tra i crociati e la rinuncia di molti alla spedizione; neppure ci dissero perché approdavamo a Costantinopoli e non in Terra Santa.
Ma quando chiesero a tutti i marinai di Venezia di sbarcare all’assedio della Città imperiale, nessuno si alzò dai banchi e afferrò la spada.
Soltanto gli ordini urlati dai comandanti e le prime frustate a cadere sulle schiene muovevano un’aria di silenziosa attesa, muti i marinai a guardare con meraviglia e spavento quelle enormi mura da scalare; in alto sugli spalti gli elmi dei difensori greci, le croci, i preti, le bandiere di un rosso cupo dall’aquila nera. [...]
Un anno di vita avevano preteso il Papa e il Doge per la liberazione del Santo Sepolcro, l’eterno compenso, mai più fame e freddo in terra.
Dieci anni sono trascorsi dalla partenza da Venezia durante i quali, in nome della croce, ho assistito a tutte le atrocità e spero di dimenticare: mi prende il rimpianto, mentre, ormai vecchio, vestito di stracci, mendico una mela e un passaggio dai pescatori che navigano verso nord, da isola a isola; remo per loro se interessa, racconto verità cui non credono.
Quante onde, quanta fame da Santa Maura, Durazzo, Ragusa; scongiurando gli imbarchi a primavera per trascorrere l’inverno alla carità di un convento o al duro servizio di una casa ricca, misero viandante di stracci buono per i servizi peggiori.
Lentamente mi riavvicino alla grande città di Zarra, assediata, presa e saccheggiata dieci anni prima, senza rispetto alcuno per le croci con cui si era cinta, mai immaginando di dovere tanto patire dai crociati.
Con gioia ritrovo, vicino al mare, la grande chiesa rotonda che pare volerti sollevare in cielo, mentre le sue pietre confortano amiche; un luogo di silenzio e consolazione dove la luce certo non è di questo mondo.
Da tempo non ho più ritegno a stendere la mano per un pezzo di pane, ogni giorno sono costretto a farlo sotto ogni cielo, in tutte le lingue; ma qui, davanti la porta di questa chiesa, qualcosa di mio è reso; non le ricchezze promesse, né la famiglia perduta [...].
Non oso rimanere troppo: la città mi somiglia, come me derelitta dai potenti che ci hanno abbattuto, ma temo ad essere riconosciuto perfino come vogatore dei crociati, seppure anche io vittima della loro ambizione.[...]

Per le strade di Ragusa una particolare lingua veneta
[...] A Ragusa non comandavano Imperatori o Sultani o Dogi, padroni per la vita dei propri sudditi. Sua Serenità, il Rettore, rimaneva sei mesi soltanto e il conte Giorgi, adempiuto il mandato, sedeva in Senato, tra gli uomini più esperti della Repubblica.
Incontravo veramente Ragusa per la prima volta e, infatti, quando ero venuto a domandare soccorso ero solo, mentre con Elena vicino ogni cosa si mostrava pienamente; appena lasciato il porto, lei disse di come quella città fosse allegra; allora vidi come tutti sorridessero, vestissero sgargianti e parlavano senza sosta, agli angoli dei quartieri, una lingua veneta simile a quella dei mercanti di Galata. [...]
La Ragusa che finalmente vedevo con gli occhi di Elena, era [...] una piccola città ricca e popolosa; il porto sempre fitto di ogni tipo di nave, vivace di approdi e partenze, fiancate si sfioravano nelle manovre, cavi di ancore strizzati, attorcigliati l’uno sugli altri, baruffe di marinai e, seduti sul molo come ragazzini, vecchi a consigliare. [...]

Un avvocato appassionato di Ragusa-Dubrovnik

CRISTIANO CARACCI è nato a Udine il 24 agosto 1948. Dopo la laurea in giurisprudenza all’Università di Trieste, ha intrapreso la professione di avvocato civilista, con studio nella capitale del Friuli. Appassionato di storia del diritto mediterraneo, storico e narratore per (un’altra) vocazione, è innamorato particolarmente della storia di Ragusa (Dubrovnik), la piccola-grande repubblica marinara adriatica. Nel 2004 ha pubblicato “Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei”, Edizioni della Laguna (120 pagine), un breve excursus storico-giuridico sulla singolare città-stato di Ragusa. Oltre al volume citato e a quest’ultimo, “Levante veneto”, Caracci è inoltre autore di “Due racconti ottomani” (SBC Edizioni, 2009, pp. 160) e il romanzo “La luce di Ragusa” (Santi Quaranta, 2005, pp. 176), nonché di articoli storici e giuridici. 

 

Libro Aperto – Gennaio/Marzo 2012
CRISTIANO CARACCI
: Levante veneto, SBC Edizioni, pp. 199, € 15,00
Avvocato di professione, storico e narratore per (un'altra) vocazione. E, a ben vedere, una vocazione coltivata con risultati tutt'altro che trascurabili, come si evince leggendo le pagine di questo "Levante veneto": una serie di racconti che hanno più elementi in comune. Intanto l'ambientazione: Adriatico e mar Jonio, il che vuoi dire Repubblica Serenissima, Ragusa, Costantinopoli, Turchia, e poi il narrare spesso in prima persona, quasi a voler rimarcare una sorta di autoidentificazione con i personaggi, che sono in parte storici, in parte inventati, ma presi ovviamente dalla realtà dei tempi.
E poi, ecco una atmosfera che è dei luoghi ma anche delle vicende storiche man mano rivisitate, a partire dai primordi della Serenissima per arrivare alla sua fine e un secolo e passa oltre.
Quel che colpisce prima di tutto l'accorto lettore, in questi affascinanti racconti, è la conoscenza che Caracci dimostra dei luoghi e delle vicende oggetto del suo narrare. Ergo: storia e geografia, usi e costumi, tipo di combattimenti e di viaggi.
Con una prosa originale, che pare ricalcare moduli ed espressioni delle epoche nelle quali sono ambientati gli eventi, l'autore ci presenta vicende riferite a persone nel contesto più ampio di eventi epocali. Persone umili e grandi condottieri, marinai rematori di galee e ammiragli come lo Zen, dogi, mercatanti, alti funzionari di imperatori di Bisanzio, maggiorenti e condottieri turchi spietati. Crociate e conquiste, arrembaggi e fughe, fede e preghiere.
Nelle sue pagine, l'autore sconfina, per così dire, agli inizi del ventesimo secolo per darci una immagine di straordinaria pietas trattando di una vicenda, di una famiglia, di un caduto dell'Anzac (Australian and New Zealand Army Corps - corpo di spedizione australozelandese nella campagna dei Dardanelli). Passi veramente toccanti, che restano impressi nel sentimento della memoria perché Caracci li sa efficacemente trasmettere.
Ma a parte questo capitolo, il fulcro del libro è costituito dai secoli centrali del secondo millennio, e di particolare richiamo è la lunga narrazione della storia personale di Giorgio Sfranze, straordinaria figura che troviamo diciassettenne, nel 1418, alla Corte di Bisanzio, e quindi, dieci anni dopo agli inizi di una folgorante carriera di generale, gran ciambellano, governatore, infine, per conto dei sovrani Paleologi.
Combattente nella sfortunata difesa di Costantinopoli dai turchi (1453), poi colpito negli affetti più cari: l'uccisione dei due figli, la sorte della moglie Elena catturata e finita in un harem... poi riscattata a prezzo dei suoi beni...
E ci fermiamo qui per non togliere al lettore il piacere di seguire sempre con ansia, spesso con partecipazione di sentimenti, lo svolgersi della vicenda.
Per concludere, tornando alla sottolineatura iniziale sulla capacità narrativa del Caracci, elegiaca, epica, battente nei colpi di scena descritti, a seconda delle circostanze e delle atmosfere riferite e descritte, sia che si tratti della laguna veneziana, sia della Morea, sia di Samo o di Mistrà, o di Corfù.
Ne esce pure un ambiente che doveva essere sicuramente di enorme fascino, quando ancora cioè, il Mediterraneo era il centro del mondo, e il Levante, veneto.
GIOVANNI LUGARESI

 

Messaggero Veneto - 31/03/2012
Caracci racconta il Levante Veneto
Lo scrittore udinese si misura con la storia: 9 episodi, filo conduttore le guerre UDINE

Un modo diverso e originale per avvicinare i lettori alla storia. È 'intento di Levante Veneto (SBC edizioni), l'ultimo libro di racconti pubblicato dall'avvocato Cristiano Caracci e presentato ieri sera alla libreria Friuli. A ogni secolo dal 1200 in poi corrisponde un fatto storico realmente accaduto a cui si affianca un racconto, per un totale di nove vicende. «Emergono i sentimenti e gli affetti familiari - ha detto ieri sera il critico Mario Turello – e le suggestioni della letteratura, con riferimento ad esempio a Omero, con l'idea dei ritorni, dei lunghi viaggi e degli abbandoni». Non a caso il primo racconto, ambientato durante la IV crociata, parla di un povero pescatore costretto a lasciare la sua famiglia e vogare fino a Costantinopoli. Al suo ritorno, dieci anni dopo, non troverà nessuno. «Tutti i racconti sono accomunati dalla guerra - ha aggiunto Caracci - descrivono l'umanità, ma sono senza speranza e pessimisti». Andando avanti nel tempo, nel 1300 lo sfondo lo fa la guerra di Chioggia, dove viene citata anche Marano Lagunare; nel 1400 la caduta di Costantinopoli; nel 1500 l'assedio di Malta; nel 1600 l'assassinio del sultano Osman II; nel 1700 l'ingresso della flotta russa nel Mediterraneo; nel 1800 la caduta della repubblica di Ragusa e nel 1900 la disfatta di australiani e neozelandesi a Gallipoli. L'ultimo racconto è senza tempo: «Si svolge a Creta - ha detto l'autore - e unisce la difesa veneziana contro i turchi nel 1600 alla chiusura dell’ultimo lebbrosario nel 1950, con la storia di due fantasmi che s'incontrano». I racconti sono uniti anche dai luoghi, oltre che dalla guerra. «Trascorro almeno due mesi l'anno - ha aggiunto Caracci – fra la Dalmazia, la Grecia, Malta e la Turchia e conosco bene questi posti, che sono descritti il più fedelmente possibile». Uno spunto in più per il lettore. "Chi è curioso - ha concluso Turello - può cercare nella storia e nella geografia luoghi e vicende, per una lettura davvero stimolante».
Ilaria Gianfagna

 

Messaggero Veneto - 27/03/2012
"Levante Veneto" i nuovi racconti di Caracci alla libreria Friuli UDINE
«Lo benefìcio, lo studio e la con-suetudine sono cagioni d'amore accrescitive», scrisse Dante. Con lo studio e la consuetudine Cristiano Caracci ha alimentato il suo amore per il Mediterraneo orientale, il Levante Veneto cui s'intitola la sua nuova raccolta di racconti (SBC edizioni, 199 pagine, 15 euro) che fa seguito ai Due racconti ottomani e alla Luce di Ragusa e sarà presentata venerdì alle 18 alla libreria Friuli. Prima ancora ci furono saggi e articoli a carattere storico e storico-giuridico (ricordiamo almeno Né turchi ne ebrei, ma nobili ragusei): lo studio, appunto, dal quale trae alimento anche la narrativa, sempre basata su eventi e figure reali. E la consuetudine: Caracci conosce benissimo, per assidua frequentazione, i luoghi in cui ambienta le sue narrazioni. E amoroso è il suo narrare, anche di fatti tragici, anche di gesta crudeli, trasfigurati ora in elegia, ora in leggenda, ora in epos. Dalla quarta crociata alla prima guerra mondiale, ciascuno dei racconti di Levante Veneto si colloca in uno degli otto secoli, dal XIII al XX, rievocando altrettanti momenti, epocali o emblematici, dello scontro tra mondo cristiano e mondo islamico (la conquista turca di Costantinopoli, la caduta di Rodi, la battaglia di Gallipoli) attraverso le voci, spesso alterne, di coloro che li vissero da protagonisti (come Giorgio Sfranze, protovestiario e logoteta di Bisanzio - ma in questo caso con la bella mediazione della -moglie) o nei più umili ruoli (i galeotti veneti, quasi in risposta agli interrogativi del lettore proletario di Brecht: chi fa la storia?). Poche le datazioni o le denominazioni dei fatti, e nessuna nota: saranno la memoria o la curiosità del lettore a completare con il fondamento documentario il piacere (il beneficio!) immediato della lettura. La scrittura di Caracci è efficace (il frequente uso della prima persona rivela una forte empatia) soprattutto nelle descrizioni di rotte e di approdi, di isole e città dalla bellezza arcana, sirene dall'irresistibile richiamo. Ma anche l'orrore detta belle pagine, e la pietà che nell'ultimo racconto travalica il tempo.
Mario Turello
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Radio 24 - 25/03/2012

Un libro tira l'altro, a cura di S. Carrubba

 

RAI RADIO 1 – 25/02/2012-

"Libri a Nord-Est”, intervista di L. Zannini e P. Spirito a Cristiano Caracci

Il Piccolo 03/02/2012

Adria-Danubia Dicembre 2010

Viaggi e viaggiatori lungo l’Adriatico (sunto dell’intervista del professore Adriano Papo a Cristiano Caracci, 26/09/2010)

Adriano Papo: Cristiano Caracci, avvocato udinese, di cui abbiamo presentato l'anno scorso il romanzo La luce di Ragusa, è anche autore di un libro di storia di Ragusa Né turchi né ebrei, ma nobili ragusei, uscito nel 2004 per i tipi delle Edizioni della Laguna di Mariano del Friuli, nonché di alcuni saggi storico-giuridici usciti nei nostri periodici «Studia historica adriatica ac danubiana» e «Quaderni Vergeriani». In Due racconti ottomani, pubblicato nel 2009 dalla casa editrice SBC di Perugia-Ravenna si narrano le vicende delle colonie genovesi del Mar Nero e dell'Egeo invase dai turchi e sottomesse all'Islam, ma si narra anche l'invasione ottomana dell’Istria e del Friuli.


Cristiano Caracci: In Due racconti ottomani si narrano vicende di fantasia ma entrambe collegate al fatto storico sicuramente più rilevante dell'epoca e cioè la caduta di Costantinopoli e dell'Impero Bizantino nel maggio 1453 per mano turca. Naturalmente, il fatto ebbe enormi conseguenze, fortemente percepite ancora oggi e convenzionalmente si ritiene così concludersi il Medio Evo; l'impresa di Colombo, raggiungere l'Oriente navigando verso occidente, è, dopo tutto, una di tali conseguenze. Infatti, per circa due secoli, la Repubblica di Genova aveva navigato da padrona il Mar Nero, con grave danno per Venezia sua eterna antagonista, e così raccordando le molte isole 'genovesi' dell'Egeo, Chio Lesbo Tasso e altre minori, con le città che Genova aveva fondato nel Mar Nero, quali Galata o Pyra (sobborghi di Costantinopoli, oggi centro metropolitano di Istan­bul) Chilia, sul ramo più orientale del delta, quattro chilometri dal mare e, soprattutto, Caffa, in Crimea, vera capitale del Mar Nero.
La funzione politico-commerciale di tali e più numerose città era quella portuale di commerciare, in scambio reciproco di merci, con l'estremo oriente; per ciò pare quasi funzionassero linee di navigazione che, con rotte precise e ripetute durante l'anno raggiungevano, per esempio, Caffa in sorprendente sintonia e puntualità con le carovane dell'oriente; da Caffa, poi, si raggiungeva l'oceano Pacifico in sei mesi di cammello. Tutto ciò, con la caduta di Costantinopoli ebbe a finire perché i nuovi padroni ottomani sigillarono gli stretti, escludendo, quindi, il Mar Nero dalla naturale appartenenza al mare Mediterraneo.
In questo ambiente storico-geografico prende avvio la vicenda del primo racconto, La dolorosa perdita del Levante: a Caffa, dove non si conosce ancora la caduta di Costantinopoli, si scruta il mare vuoto di navi mentre l'arrivo delle grandi carovane dall'oriente, la cui mercanzia non può essere imbarcata, genera problemi di convivenza. Da qui diverse vicende che coinvolgeranno il console genovese, i rappresentanti del commercio, ma­rinai inviati in esplorazione, personaggi minori e, soprattutto un notaio da molti anni residente a Caffa; qui, naturalmente, tali vicende non saranno riferite, ma c'è l'occasione per dire come proprio la lettura di molti atti notarili realmente rogitati a Caffa hanno aiutato a immaginare, speriamo abbastanza felicemente, la vita di una città occidentale che, purtroppo, scomparirà nel buio della storia. Infine, il notaio di Caffa ritroverà la sua amata città di Gazaria (la Crimea) proprio rileggendo, in vecchiaia, gli atti onestamente rogitati in gioventù.
Il secondo racconto, Mezzaluna d'Istria, immagina vicende di pochi anni successive e prende le mosse dal piccolo villaggio di Cristoglie, alle spalle di Capodistria, oggi in Slovenia. L’antico tabor di Cristoglie, una piccola chiesa fortificata, costituisce un sito medievale assai evocativo e noto anche per gli splendidi affreschi di Giovanni da Castua della fine del XV secolo (in parte riprodotti nella copertina del libro). Il tabor era rifugio degli abitanti del luogo, i quali, nella chiesa cinta da alte mura rinforzate da una torre, attendevano che le incursioni turche si allontanassero. Si immagina come un cavaliere turco partecipe all'incursione ricordi di essere stato bambino in quei luoghi e da bambino rapito, trascinato a Istanbul ed educato all'Islam e alla guerra santa. Sicuro di venire altrettanto riconosciuto e accolto dalla comunità cristiana, ne viene, invece, respinto trovandosi solo e 'apolide'; progetta, quindi, di tentare di raggiungere la tollerante Ragusa dove avrebbe potuto ritrovare una propria identità seppure, nel frattempo, decida di fingersi sordo e muto, simbolo dell'impossibilità, dell'incapacità al dialogo e alla reciproca comprensione.
Da tutti i villaggi dell'interno dell'Istria, non soltanto da Cristoglie, popolazioni perseguitate e terrorizzate si riversano sulla costa dove Venezia garantiva sicurezza ponendo le autorità di Ca-podistria nella necessità di accompagnare quella gente in località altrettanto sicure ma non sovrappopolate. Vari personaggi sono, così, protagonisti di viaggi per Due Castelli e Cherso luoghi specialmente apprezzati e amati dall'autore. Entrambi i racconti sono, infine, viaggi di ritorno - a Genova e a Ragusa - ritorni, tuttavia, non felici. Occasioni letterarie, comunque, per percorrere luoghi amati e ben conosciuti, il mare Egeo e quelle isole, come la costa dell'Adriatico orientale con il Quarnero, Zara e i miracoli della natura, dei costruttori di cattedrali e di palazzi.

 

Nuovo Corriere Viterbese - 11/10/2010

NELL’AMBITO DELLA MANIFESTAZIONE DA QUEST’ANNO ANCHE UN CONCORSO DEDICATO AL RACCONTO BREVE.
PREMIO AMERINO…
HANNO PARTECIPATO 253 CONCORRENTI

VASANELLO - Domenica 3 ottobre a partire dalle 16 si è tenuta la cerimonia, di premiazione della prima edizione del "Premio Amerino", concorso letterario dedicato al racconto breve cui hanno partecipato 253 concorrenti da tutta Italia e da Olanda,. Inghilterra,. Spagna, Francia,. Svizzera e Grecia…
3° classificato "Trireme coccodrillo" di Cristiano Caracci (Udine) premiato dal direttore editoriale del Gruppo Albatros -Il Filo Giorgia Grasso…
Contestualmente alla premiazione è stata presentata l’antologia del Premio, “Quaderni Amerini n°1”, edita dal Gruppo Editoriale Albatros- Il Filo.

La Voce del Popolo - 16/09/2010

VENERDÌ 17 SETTEMBRE A TRIESTE E IL GIORNO DOPO A PIRANO UN CONVEGNO INTERNAZIONALE DI STUDI
VIAGGI E VIAGGIATORI NELLA MITTELEUROPA
UN PERCORSO GUIDATO DA STUDIOSI PROVENIENTI DA DIVERSI ATENEI, ASSOCIAZIONI E ISTITUTI DI RICERCA
PIRANO - Il Danubio - scrive Claudio Magris nel suo libro "Danubio" - "è ancora una volta il simbolo della frontiera, perché il Danubio è un fiume che passa attraverso tante frontiere, è quindi simbolo della necessità e della difficoltà di attraversare frontiere, non soltanto nazionali, politiche, sociali, ma anche psicologiche, culturali, religiose. Il viaggio danubiano è pure un viaggio nei propri inferi e in quella Babele del mondo odierno che certamente ha nella Mitteleuropa un suo simbolo particolare, ma è una Babele del mondo intero". Prendendo lo spunto dal viaggio virtuale lungo il Danubio, il grande fiume che attraversa tutta la Mitteleuropa passando per città importantissime (Vienna, Belgrado, Budapest) o paesi più piccoli, grandi pianure, ampi paesaggi, popoli, costumi, letterature e lingue assai diverse, la Sodalitas adriatico-danubiana, l'Associazione Culturale Italoungherese "Pier Paolo Vergerio" di Duino Aurisina e la Società di studi storici e geografici di Pirano - con il patrocinio della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, della Provincia e del Comune di Trieste, del Comune di Duino Aurisina, dell'InCE (Iniziativa Centroeuropea) UNESCO, Gruppo di Trieste - organizzano un convegno internazionale di studi su "Viaggi e viaggiatori nella Mitteleutopa". Il convegno si svolgerà domani, venerdì 17 settembre, a Trieste (dalle ore 9.30 alle 13 presso la Biblioteca Statale, Largo Papa Giovanni XXIII 6, e dalle 15 alle 18 nel contiguo Palazzo Vivante) e sabato 18 settembre a Casa Tartini, sede della Comunità degli Italiani di Pirano…
…Sabato a Casa Tartini, a Pirano, verranno proposti gli argomenti trattati all'incontro triestino da Tibor Adorjàn-Kiss, Luana Giurgevich ("II viaggio in Istria"di Alberto Fortis: tra relazione scientifica e immagine letteraria"), Imre Madaràsz ("Alfieri viaggiatore autobiografo"), Gizella Nemeth -Adriano Papo ("Dal 'Diario di viaggio' di Pierre Lescalopier lungo le coste dell'Istria e della Dalmazia"), Marina Petronio ("Agli albori del turismo: la guida alla ferrovia dei Tauri"), Làszló Sztanó ("Visioni inedite dell'Italia? Viaggiatori ungheresi dell'Ottocento in Italia"), nonché la relazione di Cristian Luca (Università di Galati), sul soggiorno veneziano (1671-1672) della famiglia del principe Gregorio Ghica, e di Istvàn Puskàs (Università di Debrecen) sul diario di Michele D'Aste.
Inoltre, verrà presentato il libro di Cristiano Caracci (Sodalitas adriatico-danubiana), "Due racconti ottomani" (SBC, Perugia-Ravenna 2009), che narra le vicende delle colonie genovesi nel Mar Nero e nell'Egeo invase dai turchi e sottomesse all'Islam, oltre che l'invasione ottomana dell'Istria e del Friuli all'epoca appartenenti alla Repubblica di Venezia. L'appuntamento si concluderà con la proiezione del documentario "I castelli del Carso e della Carniola sulle tracce del Valvasor. Biografia del Valvasor, i suoi viaggi e le sue opere", di Franco Viezzoli (Unione degli Istriani, Trieste).

Il Foro friulano - Maggio/Giugno 2010

Scrittori, in un modo o nell’altro legati al nostro foro, hanno recentemente pubblicato alcune opere di cui si è parlato molto e che meritano indubbiamente l'attenzione di questa rubrica. A cinque anni di distanza da "La luce di Ragusa" (ed. Santi Quaranta, 2005) Cristiano Caracci pubblica "Due racconti ottomani" (SBC Edizioni, 2009), elegante avventura narrativa ambientata in due affascinanti scenari, in cui l'elaborazione dei fatti operata dalla memoria storica si sposa perfettamente con la finzione narrativa.
La prima novella, intitolata "La dolorosa perdita del Levante" ci riporta all'epoca dell'invasione ottomana delle colonie genovesi che avevano prosperato nel Mar Nero e nelle isole dell'Egeo, nello stesso periodo della caduta di Costantinopoli.
Siamo a Caffa, in Crimea. L'orizzonte bagnato dal mare è vuoto, qualche attimo prima che in lontananza appaiano improvvisamente le vele dell'invasore. Da questo momento molti uomini diventeranno erranti sventurati travolti "dall'incertezza del tempo". Bellissimi i personaggi che trovano vita in queste pagine, caratterizzati dall'autore con notevole tecnica narrativa e padronanza di scrittura: segnaliamo su tutti l'oste Guglielmo da Monfalcone e l'uomo che rappresenta il vero protagonista della storia, il notaio Andrea, probabile alter ego dello scrittore, sopraffatto "dall'urgenza di rivedere Genova, di fuggire dal Levante che ci aveva respinto", attraverso "una necessaria sosta a Lesbo", dove troverà moglie, anch'ella costretta ad abbandonare la patria, la famiglia e la vita.
La seconda novella è intitolata "Mezzaluna d'Istria”, in cui Caracci narra la storia del pittore Giovanni di Castua, che in una chiesa di Cristoglie dipinge un'allegorica danza macabra per rappresentare il destino comune delle nature umane davanti alla morte, e la parabola di Mustafà, che ritorna nella terra da dove era stato rapito, per essere deportato a Istambul; e addestrato come futuro invasore. Si chiamava Marin, un tempo, parlava un'altra lingua prima di essere rapito, una lingua che il giovane giannizzero non riesce a risvegliare dallo scrigno dei ricordi: divenuto disertore, sarà costretto ad un triste mutismo, impossibilitato a parlare la lingua dell'invasore per non farsi scoprire.
II tema del ricordo e della terra natia abbandonata e riscoperta ci riporta a Ragusa, nello stesso scenario del precedente romanzo dell'autore.

LIBRO APERTO – Aprile / Giugno 2010 p.p. 152 – 153
Ravenna - Roma
CRISTIANO CARACCI: La luce di Ragusa, Santi Quaranta, pp. 163, € 11,00


A circa duecento anni dal suo tramonto la luce di Ragusa-Dubrovnik torna a splendere tra le pagine di un breve romanzo che ripercorre la storia della piccola repubblica marinara, che della sua libertà e della sua indipendenza fece prima un motto e poi la sua stessa bandiera. Si tratta della città slava che si liberò dal giogo dei Dogi a metà del quattordicesimo secolo, già al centro in passato di un saggio giuridico dello stesso autore.
Questa volta però Cristiano Caracci ha voluto portare il lettore direttamente tra i vicoli e i mercanti del piccolo porto dell'Adriatico che per oltre tre secoli osò sfidare le rotte veneziane e quelle saracene. La scusa è quella di una saga familiare il cui destino è avvinghiato inesorabilmente a quello di Ragusa che, come in un amore a cui si è eternamente condannati, gioca con i suoi protagonisti facendone prima uomini liberi e poi soggiogandoli per sempre al fascino della sua libertà. La scritta 'Libertas' campeggiò infatti per 350 anni esatti sui vessilli della città dalmata, così come il suo motto la libertà non si vende per tutto l'oro' (Non bene prò toto libertas venditur auro), segna ancora oggi le mura dei monumenti di Dubrovnik.
Schiavi, contadini, manovali e commercianti lasciano e ritrovano di volta in volta la città, vittime della stessa seduzione che ha colpito anni fa l'autore trascinandolo tra antiche carte, manoscritti e vecchi codici rimasti perlopiù ai margini dei libri di storia.
Caracci ha così visto Ragusa, ha camminato con la fantasia per le sue strade respirando i profumi delle sue merci, ha origliato i discorsi degli uomini d'affari, ha visto ergersi uno a uno i sontuosi palazzi degli architetti italiani che volevano farne una seconda Venezia e si è nascosto per settimane tra le darsene assieme ai suoi protagonisti per sfuggire alla peste.
"Spesso eravamo inseguiti da navi saracene o veneziane e allora, mentre piegavamo le schiene, benedivamo San Biagio che si diceva avesse voluto sempre liberi i vogatori di Ragusa, non incatenati ai remi come gli schiavi dei nostri assalitori".
Di Ragusa resta l'immagine di un porto che riscattò il destino di molti esuli avventurieri da tutti i mari, facendone in parte uomini liberi, e che rimase a lungo, pur sotto gli accordi siglati con Costantinopoli, un imbuto in cui si mescolarono le culture del Mediterraneo.
Saranno alla fine le truppe napoleoniche a spegnere per sempre il chiarore della Repubblica, rimasta all'inizio dell'Ottocento un ultimo avamposto schiacciato fra due imperi: quello francese al suo apice e quello ottomano.
"Si dice che gli schiavi non sognano ed è verità, magari, ora penso, per la fatica della giornata; mai avevo capito cosa fossero le immagini notturne di cui mi aveva parlato un frate; non comprendevo il padrone, quando i cani guaivano dormendo e lui diceva che sognavano; quella notte, però, qualche cosa, forse, mi era apparso nel sonno, svegliandomi per lo spavento: per la prima volta, forse, avevo sognato, seppure soltanto un sasso bucato, proprio quello che ho ancora in tasca".
Al suo esordio narrativo e con la sensibilità dei migliori scrittori mitteleuropei Caracci riesce così a dipingere la parabola della Repubblica sullo sfondo delle vite dei personaggi, che di capitolo in capitolo si passano il testimone e che hanno di diritto un posto sullo scaffale accanto a quelli di Claudio Magris e IvoAndric.


ANDREA BATTISTUZZI

Friulinewspaper - aprile 2010

friulinews

RINASCONO LE ANTICHE LEGGI
Ora sul web traduzione di parte dello Statuto medievale di Ragusa
Il Liber Statutorum di Ragusa, risalente al 1272, rappresenta , per organicità e completezza, la più importante composizione giuridica dell’Adriatico medievale; eppure pare non essere mai stato tradotto in italiano e a tale difetto hanno cercato di rimediare gli avvocati Cristiano Caracci e Monica Zamparutti Caracci provvedendo a tradurre tre parti delle otto di cui si compone il Liber. Lo Statuto raguseo, infatti, appare come un corpus di particolare compattezza, sorprendenti in un ordinamento medievale, ed è organicamente composto di otto libri per 487 articoli divisi per materia: il I e il II contengono norme costituzionali e amministrative; il III ordinamento giudiziario e processo; il IV famiglia e successioni; il V diritti reali, polizia urbana e rurale; il VI diritto penale; il VII marittimo; l’VIII varie non comprese nei precedenti. Ora è stata riversata sul sito www.nobilragusei.it la versione italiana del VII libro sul diritto marittimo e della navigazione, mentre già si ritrovano il libro V in materia privatistica su proprietà, e del libro VI in materia penale e schiavitù.

 

LA VITA CATTOLICA del 13/03/2010

Storie di declini e di ritorni nell’ultimo libro di Cristiano Caracci

RACCONTI OTTOMANI
Caracci è autore di un solenne affresco nel quale la perdita del Levante viene raccontata per mezzo di vicende di uomini e di città travolti dall’imperiosa invasione ottomana

Cinque anni fa, con “La luce di Ragusa”, l’avvocato udinese Cristiano Caracci ci aveva regalato, con quel romanzo d’esordio, un libro affascinante, suggestivo e intrigante, per le sue storie di mercanti, schiavi, navigatori e avventurieri, evocazione letteraria, ma storicamente anche verosimile, di avvenimenti e personaggi di un mondo lontano, ma proiettati al presente con una straordinaria e originale scrittura creativa.
Piace a questo autore, scrivere di cose e di fatti legati a un preciso contesto temporale, ancorché lontano; e all’avvocato, suo alter ego, esperto di diritto (che anzi, a ricordar bene, la sua prima opera è stata un saggio di storico del diritto “Né turchi né ebrei, ma nobili ragusei”, anche questo molto apprezzato dalla critica), piace viaggiare tra codici e postille del diritto, soprattutto di quello mercantile, e tra le antiche pergamene, sicché da queste due passioni felicemente coniugate da una abile capacità creativa, è nato l’ultimo suo romanzo, “Due racconti ottomani”, splendido e solenne affresco nel quale la dolorosa perdita del Levante – siamo nell’anno 1453, quello della caduta di Costantinopoli – viene raccontata per mezzo di vicende di uomini e di città travolti dall’imperiosa invasione ottomana.
Sono storie di declini – quello delle colonie genovesi del Mar Nero e delle isole dell’Egeo, invase dai turchi e definitivamente sottomesse all’Islam e quello dei serenissimi possedimenti d’Istria -, e di ritorni, come quello del notaio Andrea, che da Caffa di Crimea, davanti al turco, cerca di ritornare dalla madrepatria, e quello del giovane Mustafà – Marin, rapito e allevato dai turchi, che ritrova il suo paese natale dal suono di una lingua che lui non è più capace di parlare.
Il libro è diviso, appunto, in due racconti, nel primo dei quali, con una felicissima invenzione letteraria, da una vicenda un’altra, speculare, si dipana, a chiudere la storia come in un cerchio. La città di Caffa, in Crimea, capoluogo dei possedimenti genovesi di Gazaria, è isolata: al porto non più navi amiche arrivano, non notizie di qualsiasi genere, e l’attesa invano si consuma tra missioni e ambascerie, finché all’orizzonte appare il turco. Il notaio Andrea – ma si legano le suggestive pagine iniziali di questo racconto a più voci narranti, vero intreccio di storie mirabilmente raccontate – decide di fuggire sotto mentite spoglie, trovando ospitalità, e amore, nell’isola di Lesbo.
La seconda parte di questo racconto vede il notaio andrea gettarsi a capofitto sulle carte, e sugli antichi rogiti da lui redatti, leggendo in esse – come fa del resto il suo alter ego Caracci con le sue storie passate, drammi conosciuti, disperazioni, solitudini: frammenti della sua stessa storia finalmente ricomposti in unità.
Anche nel secondo racconto, “Mezzaluna d’Istria”, ci son storie che mirabilmente si incontrano e si confondono. C’è quella – non sappiamo se le storie raccontate da Caracci siano vere, ma letterariamente, certo, lo sono – di mastro Giovanni di Castua, chiamato in quel di Cristoglie a dipingere sulle pareti di una chiesa fortificata il ciclo di una danza macabra, come aveva fatto, anni prima, suo padre, in un’altra chiesa della zona, spiegando all’eccellenza che l’aveva chiamato all’opera la funzione, diciamo così, consolatoria di una rappresentazione pittorica dove tutti, ricchi e poveri, almeno davanti alla morte, sono uguali, e quella di Mustafà – Marin, un giovane sipari allevato dai turchi che, dopo aver partecipato a una scorreria nei pressi di Cristoglie, ascoltando la lingua dei nativi – che è poi la sua lingua, la lingua di quando era stato rapito dai turchi – si troverà a fare i conti con i ricordi, a ripercorrere, fuggendo dalla situazione in cui si era venuto a trovare, e, dunque, diventando un disertore, una vita troppo in fretta cancellata dalla memoria. Ma questa lingua lui non la conosce, non riesce a risvegliare in sé i suoi suoni così che, non potendo parlare in turco per non essere scoperto, deve farsi muto.
L’unica speranza sarebbe quella di arrivare a Ragusa. Ma, forse perché non aveva una lingua per parlare, il mare se l’era preso con sé, il Mustafà – Marin, proprio mentre navigava in vista di Ragusa quando, “piena la luna, ancora bassa sull’orizzonte, illumina le grandi saline di Stagno lo spettacolo non si può perdere: questa luce bianca, più di un faro, segnala, bellissima, come una sirena, la terra di Ragusa che accoglie i suoi”.
Roberto Iacovissi

MESSAGGERO VENETO del 4/02/2010
Presentato in sala Aiace “Due racconti ottomani” dell’avvocato udinese Cristiano Caracci. Un libro tra ricostruzione documentaria e creatività.
LA MINACCIA TURCA DEL ‘400 DALLA STORIA AL ROMANZO
TRA LEVANTE E ISTRIA
Viaggio in un Medioevo di forte spiritualità e spinto verso il moderno.
Di Renato Schinko
Nel 1400 alcune colonie e molti territori delle Repubbliche di Venezia e Genova vennero investiti dall’invasione turca. Proprio partendo da questo periodo storico, l’avvocato udinese Cristiano Caracci ha compiuto un affascinante viaggio nel tempo, basandosi su documenti e carte d’archivio riguardanti soprattutto la Dalmazia. Dagli approfondimenti e dai lunghi periodi passati dall’autore tra la Grecia e la costa dalmata è così nata l’idea di scrivere il romanzo dal titolo Due racconti ottomani, edito dalla Sbc Communication di Ravenna. Il volume è stato presentato ieri, in sala Aiace, nell’ambito degli Incontri con l’autore organizzati dalla Biblioteca civica Vincenzo Joppi e dall’assessorato alla cultura del Comune, in collaborazione con il Club Unisco cittadino.
Il libro ci propone due vicende. Nella prima, dal titolo La dolorosa perdita del Levante, si racconta l’avventuroso viaggio di un notaio dalla città di Caffa a Genova. La seconda, invece, s’intitola Mezzaluna d’Istria e descrive la fuga dei profughi istriani e friulani nelle campagne a causa dell’avanzare dell’orda turca.
“Ho sempre amato la storia e la storia del diritto – ha raccontato ieri l’avvocato Caracci – e non saprei scrivere  di cose che non sono legate a un preciso contesto temporale e geografico”. E ha continuato: “Le vicende di questo libro sono ambientate alla fine del Medioevo, perché ho sempre pensato che fosse un periodo molto interessante per l’umanità, visto che da un lato c’è ancora una forte spiritualità, mentre dall’altro si avverte pure una potente spinta verso la modernità”. Ed è proprio la notevole aderenza alla storia il punto forte del romanzo, perché in questo modo traspare chiaramente il grande amore nutrito dallo scrittore verso terre straordinarie. “La passione per i documenti e per i viaggi emerge dalle pagine di Caracci – ha detto il critico Mario Turello, presentando il libro-: sono proprio le dettagliate ricostruzioni storiche a dare un particolare spessore all’opera”.
Secondo Turello, “Caracci affronta i documenti non con l’atteggiamento classico dello studioso, bensì con l’approccio dello scrittore creativo che compie anche una ricostruzione onirica dei paesaggi raccontati”. Poi Turello si è soffermato ad analizzare il tipo di scrittura adottata nel volume: “A volta l’autore utilizza una sintassi disarticolata, frutto degli stessi documenti utilizzati nella ricerca. Un altro elemento che emerge bene è poi quello del continuo mutamento di prospettiva che avviene nella narrazione, presentata secondo più punti di vista”. Ma il pregio del libro di Caracci – secondo Turello – “è quello di far rendere il lettore pienamente partecipe dell’incanto che prova lui stesso per questi luoghi fantastici”.

MESSAGGERO VENETO del 3/02/2010
I TURCHI SUL BOSFORO
EROI SVENTURATI NEI MARI DI LEVANTE
DOPO LA CADUTA DI COSTANTINOPOLI (1453): “DUE RACCONTI OTTOMANI”
Di Mario Turello

Oggi si presenta il libro di Caracci
Nuovo appuntamento del mercoledì pomeriggio, a Udine, per la serie degli Incontri con l’autore promossa dalla Biblioteca civica Vincenzo Joppi e dall’Assessorato comunale alla cultura, in collaborazione con il Club Unisco. Oggi alle 18, in sala Aiace, il critico Mario Turello presenterà In Due racconti ottomani, nuovo librodell’avvocato udinese Cristiano Caracci (SBC Edizioni, Ravenna 2009), già autore del saggio Né Turchi né Ebrei, ma Nobili Ragusei (Edizioni della Laguna, 2004) e del romanzo La Luce di Ragusa (Santi Quaranta,2005).

Per pura casualità, i Racconti ottomani di Cristiano Caracci vengono presentati il 3 febbraio, dies natalis di san Biagio, il vescovo di Sebaste martirizzato nel 316. Il popolare taumaturgo è patrono di Ragusa, città dilettissima all’avvocato scrittore udinese che cinque anni fa ha esordito come narratore con La luce di Ragusa, romanzo pregevole per la suggestiva fusione di erudizione e invenzione, dopo essersi già segnalato come storico del diritto con il saggio Né Turchi né Ebrei, ma Nobili Ragusei, excursus storico-istituzionale sulla città-stato marinara apprezzato da critica e lettori non solo per l’ampia ampia e solida documentazione, ma anche per la raffinata qualità letteraria.
Da tempo aspettavamo che Caracci ci riportasse sulle rotte che gli sono domestiche, lungo le coste di Dalmazia e di Grecia, e per isole incantate, e addietro in epoche lontane a lui familiari per assidua frequentazione di archivi: luoghi e tempi trasfigurati nella sua scrittura appassionata: davvero, come dice Dante,  «lo studio e la consuetudine sono cagioni d'amore accrescitive». Ed ecco che - finalmente e almeno - possiamo leggere i Due racconti ottomani (SBC edizioni, 152 pagine - 15 euro), facendoci catturare dalle vicissitudini degli eroi di Caracci, ulissidi sventurati sulle acque contese alle repubbliche marinare dai Turchi padroni di quella che ormai si chiama Istanbul, dilaganti sui mari al di qua e al di là del Bosforo, e per terra sino al Friuli.
Il primo racconto, La dolorosa perdita del Levante, articolato in un dittico, si svolge nelle colonie genovesi nel mar Nero e nelle isole dell’Egeo; dalla prima vicenda se ne dirama una seconda, e tra le due v’è un parallelismo tragico. Siamo dapprima in Crimea, a Caffa, capoluogo degli insediamenti genovesi di Gazaria. E’ arrivata la bella stagione, ma non con essa le navi da Genova. Il porto è vuoto, si scruta ansiosamente il mare deserto, si inviano missioni alle altre città sul mar Nero, pure in inutile attesa. Ugualmente giungono a Caffa le carovane dall’oriente, e la città diventa bivacco, caravanserraglio, bordello. Ancora non si sa che Costantinopoli è caduta, chiuso lo stretto, e l’inquietudine è grande. Sono pagine molto suggestive queste iniziali, in cui Caracci utilizza con grande efficacia la pluralità prospettica ed emotiva dovuta all’alternarsi della terza persona e della prima, e questa di diverse voci narranti: un marinaio, il console Giovanni Giustiniani, l’oste  Guglielmo da Monfalcone, il lenone tartaro, il nobile Costantino Comneno, il notaio Andrea. E’ su quest’ultimo che alla fine si focalizza il racconto, allorché egli decide di fuggire da Caffa preda dei Turchi, e avvincente, drammatico è il suo nòstos a Genova:  viaggia dapprima sotto mentite spoglie; sottostà con gli altri - lui integerrimo, lui puro - a un turpe baratto coi doganieri; presso i fratelli Gattilusio, signori di Lesbo, trova ospitalità e persino l’amore. Ma il suo ritorno in patria verrà acerbamente funestato.
Con bellissima invenzione, Caracci immagina il notaio Andrea che trova consolazione negli atti da lui archiviati negli anni vissuti a Caffa, «bene e onestamente scritti». E’ evidente l’identificarsi dello scrittore con Andrea quando ce lo descrive tra le carte: «Quanta vita nell’archivio di palazzo e quante ore trascorse a leggere antichi rogiti per studiare la migliore soluzione di un affare, comprendere a fondo la consuetudine mercantile oppure, semplicemente, per sognare, immaginare il passato, scoprire in quelle righe ordinate il dramma della vedova di un naufragio, la disperata solitudine e l’indigenza della famiglia mostrata dagli atti di solidarietà dichiarati solennemente davanti al notaio dal capo della corporazione cui la vittima apparteneva. Oppure, potevi quasi rivedere la cocca Santa Maria, ben costruita per navigare…» o nei carrugi di Genova dove «ormai si raccontavano strane storie di Levante, forse mai accadute ma sicuramente vere: un richiamo, un mito  un sogno, ricordi già antichi». Forse mai accadute ma sicuramente vere ci sembrano anche le storie di Caracci, bene e onestamente scritte. Vere soprattutto per i dettagli, materiali e psicologici, storici e geografici, siano essi derivanti da esperienza diretta o da scrupolosa ricerca; vere anche per l’immediatezza delle sensazioni e delle emozioni.  E come ne La luce di Ragusa, anche nei Due racconti ottomani non poca della suggestione è dovuta alla scrittura, alla singolare sintassi che sembra uscita da cronache antiche, e dal tono a un tempo alto e sommesso.
La seconda parte del racconto si svolge inizialmente a Lesbo, per terminare a Istanbul. Ne è protagonista Niccolò Gattilusio, fratricida, la cui odissea (con finale contrappasso) è soprattutto psicologica: costretto all’abiura e a farsi musulmano, subirà la più atroce delle torture,  una lunghissima umiliazione a prezzo di una illusoria salvezza.
Del secondo racconto è protagonista Mustafà, giovane sipahi che partecipa alle scorrerie turche nei territori  della Serenissima e che, giunto a Cristoglie, riconosce i luoghi a cui fu strappato, bambino di nome Marin, per essere condotto nelle caserme di Istanbul dove i rapiti venivano addestrati come giannizzeri. E’ la lingua natìa a risvegliare i ricordi, ma lui non la conosce più né può (dopo aver disertato) esprimersi in quella turca; il mutismo segnerà la sua sorte. S’intrecciano con la storia di Marin quella di Giovanni da Castua, il pittore del ciclo di affreschi della chiesa fortificata di Cristoglie (con la celeberrima danza macabra, della cui funzione consolatoria ci viene data una sottile interpretazione “politica”), e quella delle comunità di quello stesso paese e di altri dell’entroterra, trapiantate sull’isola di Cherso,  e nel farci partecipi dell’umanità dei suoi umili eroi Caracci dà ancora prova della sua generosa empatia.

MESSAGGERO VENETO del 2/02/2010
“DUE RACCONTI OTTOMANI” DOMANI ALL’AIACE

Nel 1400 l’invasione turca dell’Europa interessò anche alcune colonie delle repubbliche marinare di Genova e Venezia. Il tema è al centro del nuovo libro di Cristiano Caracci, Due racconti ottomani, edito da SBC Communication di Ravenna. Domani alle 18, in sala Aiace, ne parlerà Mario Turello, all’interno del tradizionale appuntamento degli Incontri con l’autore,organizzato dalla Biblioteca civica Joppi e dall’assessorato alla cultura del Comune. In Due racconti ottomani (La dolorosa perdita del Levante e Mezzaluna d’Istria) si narra la tragedia delle colonie genovesi del Mar Nero e dell’Egeo dopo la caduta di Costantinopoli e l’invasione turca dell’Istria e del Friuli, territori delle Repubblica di Venezia, riferite dagli immaginari protagonisti. Nel primo dei due racconti, ambientato in Crimea, un notaio genovese assiste agli ultimi giorni di libertà della città di Caffa prima di far ritorno, in un tribolato viaggio, a Genova.

Protagonisti del secondo sono, invece, i profughi istriani e friulani che cercano scampo degli eserciti turchi e trovano precario rifugio nelle campagne. Alla loro vicenda si unisce quella di un giovane turco che si affianca a loro per raggiungere Ragusa, città alleata all’Impero ottomano

RAI RADIO 1 – 30/01/2010-

“Libri a Nord-Est”, intervista di L. Zannini e P. Spirito a Cristiano Caracci

Il Friuli - 15/01/2010
Istria e Dalmazia sotto la minaccia dei Turchi

IL LIBRO. Il rapporto tra Occidente e Islam, a partire dalla dominazione araba della Spagna, cessata nel 1492 al termine della "reconquista" da parte dei re cattolici Ferdinando e Isabella, e dall'assedio di Vienna (1683, che pose fine al tentativo ottomano di occupare l'Europa, è sempre stato conflittuale. Al di là dei numerosi saggi storici, politici e sociologici che ben illustrano cause ed effetti del fenomeno, anche la letteratura spesso ha cercato di raccontare conflitti e dominazioni, contrasti, prevaricazione, ribellioni e accoglienze. Ultimo, in ordine di tempo, è il volume "Due racconti ottomani" (Sbc edizioni), firmato dall'avvocato udinese Cristiano Caracci.
Da anni prestato alla scrittura, Caracci narra due vicende che ruotano entrambe intorno al tema dell'incontro-scontro tra cultura occidentale e quella araba. Nel primo dei due racconti, Caracci illustra la storia delle colonie genovesi nel Mar Nero e nell'Egeo invase dai turchi e sottomesse all'Islam. In un crescendo di pathos, sono dli stessi protagonisti dell'assedio da parte della flotta ottomana a raccontare la crescente preoccupazione degli abitanti nel sentire avvicinarsi i suoni della battaglia, nello scorgere all'orizzonte la minicciosa presenza di vele nemiche.
Nella seconda parte del volume, invece, Caracci ritorna nei luoghi che ben conosce e che tanto ama dai tempi della sua prima fatica letteraria - "Nè turchi nè ebrei, ma nobili ragusei" - per raccontare l'invasione ottomana dell'Istria e del Friuli appartiene alla Repubblica di Venezia attraverso gli occhi del giovane figlio del pittore Giovanni da Castua, autore, nella locale chiesa, di una celebre "danza macabra" che ricorda proprio i tragici momenti dell'invasione turca.

VALENTINA VIVIANI

Adria-Danubia - Dicembre 2009

Scrittori per tutte le stagioni 2009
La Sodalitas adriatico – danubiana e l’Associazione Culturale Italoungherese “Pier Paolo Vergerio” hanno promosso e organizzato in collaborazione col Comune di Duino Aurisina e coi patrocini della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e della Provincia di Trieste la rassegna “Scrittori per tutte le stagioni”, che si è articolata in sette serate letterarie con presentazioni di libri di particolare interesse e incontri con gli autori. Le serate, coordinate da chi scrive, hanno avuto luogo nella piazza del Municipio di Aurisina (Trieste) dal 12 al 14 luglio 2009.
L’iniziativa si inseriva nel programma della manifestazione «Serate d'estate sotto le stelle 2009», che da sei anni viene organizzata dal Comune di Duino Aurisina nel corso del mese di luglio.
La rassegna «Scrittori per tutte le stagioni» ha previsto incontri con scrittori e studiosi, anche di chiara fama internazionale, quali Boris Pahor, Pino Roveredo, Spiro Dalla Porta Xydias e molti altri ancora. Sono stati presentati libri, anche recentissimi, per lo più usciti per i tipi di note case editrici triestine.
La rassegna ha avuto il via domenica 12 luglio con l’incontro con Boris Pahor, che ha dialogato con Tatjana Rojc. Boris Pahor, triestino, già docente di lettere italiane e slovene, ha vissuto la dura esperienza dei campi di concentramento nazisti che ne ha segnato gran parte della produzione letteraria. Più volte segnalato all’Accademia di Svezia che assegna il Nobel per la letteratura, è stato insignito di numerosi e importanti premi e riconoscimenti; Necropoli, un autentico capolavoro, è stato anche eletto «Libro dell'Anno» di Fahrenheit-Radio 3. Nel corso dell'incontro, Boris Pahor ha rievocato alcune delle sue dolorose vicende personali e ha presentato al folto pubblico che ha gremito la piazza il suo ultimo libro Qui è proibito parlare (Fazi, Roma 2009), una bellissima storia d'amore tra Ema e Danilo che si inserisce nel clima oppressivo di pulizia etnica instauratosi a Trieste negli anni del fascismo. Ema, una giovane slovena del Carso, è a Trieste in cerca d'un lavoro che la renda indipendente, ma trova un ambiente ostile e chiuso agli sloveni; sarà Danilo a guidarla nella lotta per il riscatto del suo popolo e della cultura slovena. Si è dato uno spazio a parte alla recensione del libro di Boris Pahor curata da Tatjana Rojc.
La seconda serata, quella del 16 luglio, era dedicata al tema «Mare e monti» con la presentazione del libro Dalmazia di Dario Alberi (Lint, Trieste 2008), una guida turistica storico-culturale di 1700 pagine, ricca di cartine, schizzi e disegni che accompagnano la descrizione storica, artistica e paesaggistica di più di mille località distribuite lungo la costa e nelle isole dell'Adriatico orientale, dal Quarnero a Cattaro. Il libro è preceduto da una ricca cronologia che conferma il ricco e glorioso passato storico della regione dalmata a lungo contesa da svariati popoli: greci, romani, ostrogoti, bizantini, slavi, avari, veneziani, normanni e ancora ungheresi, ottomani, francesi, russi e austriaci, le vicende di alcuni dei quali vengono riassunte in un capitolo introduttivo. Dalmazia completa la precedente guida di Alberi, Istria, uscita qualche anno prima sempre per i tipi della Lint. Il secondo libro presentato nel corso della serata del 16 luglio è stato il romanzo “storico” di Cristiano Caracci, La luce di Ragusa (Santi Quaranta, Treviso 2005), che racconta la storia della repubblica di san Biagio dal Trecento fino al tremendo terremoto del 1667, attraverso le vicende di alcuni dei suoi abitanti, alcuni personaggi fittizi, altri effettivamente vissuti nella fascinosa città dalmata, i quali, generazione dopo generazione, si passano il testimone in una narrazione corale attraverso gli anni.
Il filo che lega tutte le vicende, così come la storia stessa di Ragusa, è la vita mercantile, che ha costituito la crescita monetaria della repubblica ma anche quella di una grande civiltà…
Adriano Papo

Di Nuovo… IV trimestre 2009
Invito alla lettura
”La luce di Ragusa” di Cristiano Caracci
di Monica Lavarone
Un mirabolante salto nel passato glorioso di una piccola repubblica marinaradell’Adriatico attraverso la rievocazione di una saga famialre anonima. Un omaggio all’espressione più alta dell’intelligenza europea nei secoli dal XIV al XVII.
L’esordiente scrittore udinese, Cristiano Caracci, si spoglia della toga di avvocato ed ispirato dalla passione per il diritto mediterraneo, quasi infatuato dall’insolita bellezza di Dubrovnik, dedica alla terra biagina il suo primo romanzo La luce di Ragusa. Edita da Santi Quaranta, l’opera viene pubblicata inizialmente nel 2005 e il positivo riscontro favorisce la seconda ristampa nel 2006.
Pare un componimento quasi poetico, indirizzato a palati fini, impreziosito da un linguaggio elegante, aulico, che gli conferisce “un ritmo antico”. Il repentino ritorno alla realtà del tempo, alla vita mercantile di quel periodo menzionato, è prontamente garantito dalla staffetta delle narrazioni, quasi tutte in prima persona. Tale accorgimento inietta nel lavoro letterario quella dose di concretezza che, unita alla sequenza di immagini pennellate con arguzia e dovizia di dettagli, regala al lettore un sottile coinvolgimento emotivo. Caracci non è attratto dalle epopee degli imperi titanici. Subisce il fascino delle piccole potenze. Di Ragusa lo conquista quella luce “radente, netta, capace di far risultare i contorni delle cose”. E’ una luce particolare che esprime il merito, lo spessore culturale di quelle genti che anticamente seppero tener testa ad avversari temibili come gli Ottomani e in precedenza i Veneziani. Non dotati di flotte da guerra sufficientemente difensive ma forti di un ordinamento giuridico, tipico delle grandi civiltà, i Ragusei seppero dialogare con le forze rivali vicine raffinando le già virtuose capacità diplomatiche.
Lo scrittore si lascia snocciolare: “senza un riferimento storico e geografico non saprei scrivere, un uomo senza tempo e senza luogo è privo di identità”. Ecco perché ne La luce di Ragusa non può mai mancare il riferimento allo sfondo storico, alla normativa dell’epoca, ad eventi accidentali come la peste o il terremoto del 1667. Sapiente e certosina è la caratterizzazione di abitudini e condizioni di vita. E’ un romanzo storico che sa convivere in modo armonico con la dimensione più intimistica, messa a nudo dall’autore. La parte legata all’invenzione rivela la compresenza di un diario confessionale. La rosa dei personaggi che si raccontano quasi sempre in prima persona, mai con discorso diretto , rappresenta un escamotage per recuperare il timone della navigazione dopo le brevi, a volte accennate, digressioni storiche. Non solo. Le pagine sono intrise di sensazioni, stati d’animo, sentimenti. Su tutto sembra prevalere, come leit motiv, quel senso nostalgico e malinconico per Ragusa. E’ come se quell’episodio iniziale del riscatto della coppia di schiavi innamorati e della loro fuga in Bosnia avesse inficiato nel corso delle generazioni il destino dei discendenti, privandoli della serenità e della libertà di godere appieno della loro vita in patria.
Un’altra particolarità: non tutti i personaggi sono denominati. La scelta non è dettata dall’importanza del ruolo, quanto dalla convinzione di Caracci che “l’individuo è fumo, non conta il nome, conta il suo operato”. Le figure femminili sono rare ma decisivo risulta il loro contributo nel prosieguo della trama, quasi in antitesi con la condizione del tempo che le relegava a funzioni prettamente domestiche.
Ne La luce di Ragusa volendo ravvisare un limite – e se tale può essere definito – esso è configurabile nella difficoltà di comprenderne il valore in una lettura ad intervalli. L’accattivante alternarsi delle narrazioni con le sue molteplici concatenazioni è degno di costante e continua attenzione. La prima volta il romanzo di Caracci va assaporato tutto d’un fiato come la visione panoramica di un intrigante arazzo. Avendo la possibilità è auspicabile un secondo ritorno per meglio apprezzare il curioso gioco dei ricami intessuti.31/12/09
Invito alla lettura
”La luce di Ragusa” di Cristiano Caracci
di Monica Lavarone
Un mirabolante salto nel passato glorioso di una piccola repubblica marinaradell’Adriatico attraverso la rievocazione di una saga famialre anonima. Un omaggio all’espressione più alta dell’intelligenza europea nei secoli dal XIV al XVII.
L’esordiente scrittore udinese, Cristiano Caracci, si spoglia della toga di avvocato ed ispirato dalla passione per il diritto mediterraneo, quasi infatuato dall’insolita bellezza di Dubrovnik, dedica alla terra biagina il suo primo romanzo La luce di Ragusa. Edita da Santi Quaranta, l’opera viene pubblicata inizialmente nel 2005 e il positivo riscontro favorisce la seconda ristampa nel 2006.
Pare un componimento quasi poetico, indirizzato a palati fini, impreziosito da un linguaggio elegante, aulico, che gli conferisce “un ritmo antico”. Il repentino ritorno alla realtà del tempo, alla vita mercantile di quel periodo menzionato, è prontamente garantito dalla staffetta delle narrazioni, quasi tutte in prima persona. Tale accorgimento inietta nel lavoro letterario quella dose di concretezza che, unita alla sequenza di immagini pennellate con arguzia e dovizia di dettagli, regala al lettore un sottile coinvolgimento emotivo. Caracci non è attratto dalle epopee degli imperi titanici. Subisce il fascino delle piccole potenze. Di Ragusa lo conquista quella luce “radente, netta, capace di far risultare i contorni delle cose”. E’ una luce particolare che esprime il merito, lo spessore culturale di quelle genti che anticamente seppero tener testa ad avversari temibili come gli Ottomani e in precedenza i Veneziani. Non dotati di flotte da guerra sufficientemente difensive ma forti di un ordinamento giuridico, tipico delle grandi civiltà, i Ragusei seppero dialogare con le forze rivali vicine raffinando le già virtuose capacità diplomatiche.
Lo scrittore si lascia snocciolare: “senza un riferimento storico e geografico non saprei scrivere, un uomo senza tempo e senza luogo è privo di identità”. Ecco perché ne La luce di Ragusa non può mai mancare il riferimento allo sfondo storico, alla normativa dell’epoca, ad eventi accidentali come la peste o il terremoto del 1667. Sapiente e certosina è la caratterizzazione di abitudini e condizioni di vita. E’ un romanzo storico che sa convivere in modo armonico con la dimensione più intimistica, messa a nudo dall’autore. La parte legata all’invenzione rivela la compresenza di un diario confessionale. La rosa dei personaggi che si raccontano quasi sempre in prima persona, mai con discorso diretto , rappresenta un escamotage per recuperare il timone della navigazione dopo le brevi, a volte accennate, digressioni storiche. Non solo. Le pagine sono intrise di sensazioni, stati d’animo, sentimenti. Su tutto sembra prevalere, come leit motiv, quel senso nostalgico e malinconico per Ragusa. E’ come se quell’episodio iniziale del riscatto della coppia di schiavi innamorati e della loro fuga in Bosnia avesse inficiato nel corso delle generazioni il destino dei discendenti, privandoli della serenità e della libertà di godere appieno della loro vita in patria.
Un’altra particolarità: non tutti i personaggi sono denominati. La scelta non è dettata dall’importanza del ruolo, quanto dalla convinzione di Caracci che “l’individuo è fumo, non conta il nome, conta il suo operato”. Le figure femminili sono rare ma decisivo risulta il loro contributo nel prosieguo della trama, quasi in antitesi con la condizione del tempo che le relegava a funzioni prettamente domestiche.
Ne La luce di Ragusa volendo ravvisare un limite – e se tale può essere definito – esso è configurabile nella difficoltà di comprenderne il valore in una lettura ad intervalli. L’accattivante alternarsi delle narrazioni con le sue molteplici concatenazioni è degno di costante e continua attenzione. La prima volta il romanzo di Caracci va assaporato tutto d’un fiato come la visione panoramica di un intrigante arazzo. Avendo la possibilità è auspicabile un secondo ritorno per meglio apprezzare il curioso gioco dei ricami intessuti.

LIBRO APERTO - Ottobre / Dicembre 2009 p.p. 136 - 141
Ravenna - Roma
CRISTIANO CARACCI: Due racconti ottomani, SBC edizioni, pp. 152, €15,00
"Due racconti ottomani" è il titolo di un'opera affascinante e conivolgente che assume un significato fortemente evocativo e ricco di nostalgia per un glorioso passato di cui ormai non vi è più traccia visibile, proprio nei sottotitoli: "La dolorosa perdita del Levante".
Prima parte Caffa; seconda parte: Lesbo, Mezzaluna d'Istria.
L'autore parla di "Racconti ottomani" cosi come a pag. 103 accosta la mezzaluna all'Istria perchè una bellicosa etnia turca, che ha conquistato l'Asia Minore e la stessa Costantinopoli e minaccia tutto l'Occidente Cristiano, è guidata da una stirpe di terribile condottieri che si dicono Ottomani perchè discendenti di Othman.
Uno di loro, che porta il nome di Maometto, in lingua turca Mehemet II, ha conquistato la più grande città del mondo allora conosciuto, la meravigliosa regina del Bosforo, Costantinopoli, la metropoli dell'impero dei Romei che noi, oggi, chiamiamo impropriamente bizantino, della cui caduta l'autore ci riferisce con le parole del Console Giovanni Giustiniano Longo. La capitale era stata espugnata, in un bagno di sangue dal giovane feroce condottiero ottomano. L'ultimo imperatore bizantino, un Costantino come il fondatore della città, dopo aver combattuto eroicamente, era scomparso per sempre tra il fuoco e il fumo degli incendi. La sapienza narrativa di chi porta il nome di Cristiano ci accompagnerà in un viaggio, drammatico, doloroso, spesso sconvolgente, nell'inferno in cui la devastante potenza militare ottomana e la ferocia dei suoi capi militari e delle bellicose truppe ha devastato le terre del Levante, il Mar Nero, l'Egeo, persino l'Adriatico. Gli Ottomani faranno sanguinose scorrerie nelle pianure friulane e venete, minacciando l'Austria.
L'esordio del racconto vede protagonisti i gatti custodi delle case popolate di topi che "perdono il pelo a ciuffo". E' forse una metafora necessaria per avvertire che qualcosa di misterioso e minaccioso si avvicina. Appare la città, d'impronta genovese che si affaccia sul mare e ha alle spalle la montagna. Vediamo i mercanti, i banchieri di S. Giorgio, i notai, gli assicuratori, Vi è il ricordo nostalgico di un tempo lontano in cui era bello navigare fino al delta e a Chilia tra canneti e arbusti, vedendo i gabbiani gettarsi sulle loro prede d'acqua. E' un pagina naturalistica, ricca di cromatismo. La voce narrante è quella del Console Giovanni Giustiniani Longo. il quale afferma con orgoglio che la sua città del Levante genovese, Caffa, somiglia a Genova, la Superba perchè anch'essa protetta dalla montagna. E' una lingua di terra che galleggia di fronte al mare.
Il Console Giovanni, scruta il mare deserto. Egli è il primo magistrato delle colonie del Mar Nero.Ha ritenuto opportuno limitare la navigazione delle coste al piccolo cabotaggio. Solo una grande nave potrà raggiungere il delta del Danubio.
La nave mandata a costeggiare le terre fino a Chilia ritorna. Un marinaio, Lorenzo da Finale parla con il Console Giovanni del viaggio appena concluso.
Le notizie riferite dal marinaio al console sono preoccupanti. Il console riunisce il consiglio nel buio della notte. Un coro di lamentele dei banchieri non più in grado di onorare le lettere di cambio per carenza di danaro, la descrizione della crisi dei traffici, di cui si dolevano i mercanti crearono negli animi dei presenti un clima di preoccupazione per il futuro. Su sollecitazione di tal Gregorio che aveva ricordato i doveri che incombevano sulla città, capitale delle colonie del Mar Grande, il consiglio decide di armare una nave.
Un tocco pittorico dell'autore: "Già l'aurora schiariva la luce pallida della luna e delle stelle" precede l'amaro risveglio del Console. La luce rosa dell'alba mostra vele avvicinarsi alla città. L'angoscia dei cittadini, con sguardi rivolti al mare si diffonde e cresce sempre più. Le navi sono grandi navi turche. Infatti diceva la gente, negli ultimi sei mesi, proveniente da Trebisonda.
La libertà di Caffa, la città del console Giovanni è finita. Il Mar Nero cosi ricco di miti e di leggende appartenenti alla cultura greca, che lo chiamava Ponto Eusino è diventato un mare turco.
I nuovi padroni Turchi hanno concesso al Console Giovanni l'uso del palazzo consolare soltanto per abitazione. Egli allora, per incontratre i consiglieri della città, usa l'espediente di concordare incontri apparentemente casuali nell'osteria di Guglielmo di Monfalcone, di sera e di notte.
Il console Giovanni riceve la visita del notaio Andea, un personaggio eminente della città, determinato a partire per raggiungere la Superba, l'ultimo suo sogno. Il console non obbietta nulla, lo saluta con: "certo ci rivediamo a Genova".
Ora voce narrante è Guglielmo il taverniere. Fuggito con il danaro dei suoi creditori nei territori tedeschi ha cambiato vita. Vende il miglior vino, rosso di Trebisonda, così che ha clienti anche d'inverno. Oltre alla vendita di vino, si occupa di intermediazioni nella vendita di giovani belle schiave tartare o russe a ricchi mercanti. Non lo turba la notizia che la schivitù è stata abolita nell'Adriatico.
Non intendiamo certo parafrasare il bel libro che abbiamo letto e meditato. Tra i personaggi che rendono vivo e vitale il racconto vi è un principe della famiglia imperiale dei Commeni, quella dinastia che fu resa famosa dal "basileus" Alessio, sapiente, valoroso, che la figlia Anna descrisse con amore filiale nella più importante opera storica e letteraria insieme, l' "Alexiade" nella cultura bizantina.
Il principe bizantino, fuggiasco dalle sue terre, s'incontra con il noaio Andrea.
Gli narra con un senso di profondo dolore, le terribili violenze dagli Ottomani alla popolazione di Constantinopoli. Racconta degli incendi che hanno devastato per giorni e giorni, le rive del Corno d'Oro. Non c'è alcuna speranza di salvezza per le isole vicine alla metropoli ora chiamata Instanbul. Il Mar Nero è, ora Kara deniz, un lago turco. Il principe esorta il notaio a seguirlo nella fuga verso l'Egeo tuttora genovese partendo da Trebisonda non ancora turca. Alcuni suoi fedeli lo aiuteranno nella fuga. Al notaio il greco concede due giorni per decidere se partecipare o meno alla fuga dal terrore turco. Dopo tanti tentennamenti, il notaio decide di seguire il principe. Egli narra in prima persona di essere giunto all'Egeo grazie all'opera preziosa degli uomini del principe Comneno che hanno consentito di lasciare silenziosamente Caffa su un'imbarcazione dipinta di nero per raggiungere Trebisonda, l'antica Trapezunte, che ha dato i natali a un umanista greco, Bessarione cardinale consigliere di Pio II il quale, donando la sua preziosa biblioteca alla Repubblica di Venezia ha offerto alla Serenissima il nucleo fondante della celebre Biblioteca Marciana.
Il notaio Andrea affronta una navigazione pericolosissima fino agli stretti. Superata l'isola su cui è la dogana turca, giunge dinanzi alla Costantinopoli di un tempo, che si specchia nel Corno d'Oro ed è sovrastata dalla mirabile cupola di Santa Sofia, il capolavoro immortale di Antemio di Tralle e di Isidoro di Mileto. Il genovese ammira commosso la grande torre di Pera, il quartiere genovese su cui sventola il vessillo di S. Giorgio. Il notaio riferisce al console le sue avventurose peripezie. Il console lo mette in contatto con Domenico, capo della famiglia dei Gattilusio, signore dell'isola di Lesbo che un tempo fu famosa per i grandi poeti lirici dell'Ellade, Saffo e Alceo.
L'incontro a Lesbo con i Gattilusio è imbarazzante per il notaio per gli evidenti contrasti tra i fratelli. L'ospite visita il palazzo d'estate della nobile famiglia. E' questa l'occasione offerta all'autore per descrivere con tocchi pittorici la splendida natura della bella isola bagnata dall'Egeo. La luna sospesa (quasi per sempre)nel cielo che "dipinge" le notti di un azzurro leggero. Il distendersi lieve dell'acqua. La brezza dell'Egeo placa le sofferenze morali, l'angoscia e la nostalgia dell'esule della sua amata Caffa.
L'io narrante ora è Niccolò Gattilusio, capo della famiglia dopo l'uccisione misteriosa di Domenico che pur sembrava aver ottenuto a Istanbul credito particolare nella Corte del Sultano. Egli ha nostalgia del Notaio Andrea che ha lasciato un bel ricordo di sè a Lesbo.
Ci narra che le isole del nord, molto vicine a Istanbul sono perdute. Giungono nell'isola profughi terrorizzati dalla disumana ferocia degli ottomani. Tra di essi vi è un turco, Selim, un giovane elegante, di ottima condizione sociale. Egli è, in realtà, un favorito del Sultano o "Ikbal" sfuggito alle insidie dell'Harem, alle trame ordite contro di lui dai rivali e, sopratutto, all'asfissiante gelosia del Sultano.
Gattilusio lo accoglie a condizione che si converta al cattolicesimo e lo affida a un sacerdote romano.
La voce narrante ci dice che ha mobilitato tutti gli uomini validi dell'isola rafforzando le difese verso il mare, nel castello di Mitilini e in quello di Molivo. Invia ambasciatori a Rodi, Mistrà in Francia al re di Castiglia e di Aragona, al duca di Borgogna e ovviamente al Pontefice e a Genova.
Il Gran Maestro dei Cavalieri di Rodi invia 70 cavalieri molto prestanti. Non giunge altro aiuto, erano stati abbandonati dalle potenze cristiane d'Occidente così come Costantinopoli è stata cinicamente lasciata al suo tragico destino.
Un solo uomo in Occidente, Papa Pio II, si era battuto vanamente per cinque anni dal congresso di Mantova del 1459 fino alla sua patetica morte, il 15 agosto 1464 ad Ancona, ove il papa, ormai agonizzante, si era illuso che lo raggiungesse una flotta promessagli da Venezia.
Appare ora dinanzi a Mitilini un'imponente flotta ottamana. Le truppe che difendono l'isola di Lesbo, con l'aiuto dei cavalieri di S. Giovanni, si battono eroicamente.
Giunge la notizia che una potente flotta veneziana naviga a poche miglia di distanza.
Un messaggero di Mitilini porta all'ammiraglio veneto una disperata richiesta di aiuto.
La cinica risposta è:”Vi raccomando a Dio”.
Il bombardamento della flotta turca cessa. Le difese cristiane sono travolte dall’esercito ottomano. Inizia il massacro di ufficiali e soldati valorosi, le violenze alle donne. I bambini sono destinati agli Harem o alla Caserma dei giannizzeri. Giunge Hahmud pascià, giovane, elegante.
Viene incatenato con gli altri prigionieri, Gattilusio, nel centro di Costantinopoli. Dopo alcuni giorni gli sono fatte indossare vesti pulite. Salite le scale e percorsi corridoi giunse in una sala ove ritrova suo cugino, Lucchino. E’ ordinato loro d’inchinarsi di fronte a un vecchio Ulema. Questi in arabo pronuncia la Sura di apertura poi, lentamente, in lingua turca, narra la storia della dinastia degli Osmanidi e della loro ascesa inesistibile da Bursa a Instanbul.
Il vecchio Iman esorta Niccolò a seguire l’esempio di Domenico. Lucchino ricorda che, torturato e ridotto allo stremo delle sue forze, si era sentito dire che avrebbe rivisto il cugino. Avrebbe quindi parlato con un vecchio saggio, di un’altra terra.
Lucchino sta cedendo alle lusinghe degli Ottomani perché tradito dall’Occidente. Ha saputo che il Corano afferma il rispetto per le religioni del Libro.
Niccolò si tormenta nel dubbio se abiurare o meno il Cristianesimo. Decide per il sì. L’Ulema spiega il rito della conversione.
Per giorni i cugini leggono il Corano. Lavati e vestiti alla foggia turca percorrono lunghi corridoi passando davanti a dignitari ottomani e, purtroppo, a cavalieri di Rodi, veneziani, ragusei. Cala su di loro il disprezzo dei cavalieri di Rodi e degli altri occidentali. Entrano nella meravigliosa “basilica” di Giustiniano sovrastata da una cupola di miracolosa grandezza e bellezza. L’interno appare grandioso. Percorsa una lunga corsia, i cugini giungono al centro della attuale moschea e pronunciano la “shahada”.
Rispondono poi affermativamente alla domanda se intendano convertirsi all’Islam. Recitano in arabo la prima sura prostrandosi ritualmente.
Conclusasi la cerimonia, i giannizzeri riportano i Gattilusio nelle loro stanze. Dopo alcuni giorni appare l’iman il quale promette che saranno riportati a Mitilini. Sbarcati nell’isola un gruppo di giannizzeri li prende in custodia. Giunti alla loro casa sono rinchiusi nelle celle in cui erano stati posti nel primo giorno di occupazione dell’isola. L’agghiacciante verità è evidente. Sono stati ingannati. Niccolò viene accusato di aver spedito una lettera a Genova durante la prigionia. Mahud Pascià, presente, a voce bassa, dice che Domenico e Selim sono stati vicini al cuore del Sultano. Ricorda allora Niccolò che Domenico si fermava troppo a lungo a Instanbul. Nel suo destino vi è dunque una tragica simmetria: convertito come Salim e ucciso come Domenico.
Niccolò descrive la terribile morte per strangolamento di Lucchino, mentre si prepara a morire impiccato. Così si spegne la famiglia dei Gattilusio.
L’ultimo racconto è “Mezzaluna d’Istria”. Voce narrante è un pittore, il quale ricorda con nostalgia il padre dall’umore allegro e dall’ironia gentile. La sua fama di pittore aveva superato i confini della città. I nobili lo volevano con loro a tavola. Egli sorprese tutti, quando nella chiesa di Vermo, dipinse una danza macabra di straordinario realismo, di notevole potenza drammatica, particolarmente funerea ed agghiacciante.
Una processione di scheletri dominava la scena con effetto terrificante. Quest’opera fu veramente
premonitrice. La minaccia turca, rappresentata all’inizio da feroci pirati che facevano le loro scorrerie fino alle porte di Venezia e poi piombavano nel territorio di terraferma della Dominante, seminando morte e distruzione, divenne più incombente. La minaccia ottomana raggiunse le montagne austriache.
Il padre del narratore lo aveva messo a bottega a Venezia, ove come a Firenze e Roma, stava nascendo la pittura del Rinascimento.
Il figlio ha notizia della sua morte a Venezia. Convocato dal provveditore di Capodistria, egli riceve l’incarico di affrescare la chiesa di Cristoglie. Gli viene ordinato di dipingere una danza macabra simile a quella paterna. Il provveditore aveva, infatti, apprezzato il talento artistico del padre di Mastro Giovanni e chiedeva quindi a quest’ultimo di realizzare un affresco che servisse di conforto a chi era potenziale vittima della ferocia dei Turchi e al tempo stesso di spiegazione e giustificazione dell’impotenza della Repubblica di Venezia, di fronte agli Ottomani. L’affresco avrebbe anche spiegato alla gente semplice, povera, assalita di notte dai predoni turchi, costretta ad asserragliarsi in chiesa o a nascondersi come bestie nelle cantine, che, purtroppo, tale orrenda realtà no poteva essere contrastata dai soldati di Venezia.
La stessa sorte stava, invero, toccando ai contadini austriaci. La morte avrebbe colpito ricchi e poveri. Nell’anno 1490 Mastro Giovanni composta l’opera, esce di scena.
La voce narrante è ora quella di un soldato ottomano, piccolo di statura che racconta la storia della sua vita. Rapito da bambino a Sarajevo, viene portato a Instanbul. Nella caserma dei Giannizzeri viene educato alla religione islamica nonché addestrato a usare la spada e l’arco e a far evoluzione a cavallo. Per la bassa statura è escluso dal predetto corpo d’elite.
Il gruppo di cavalieri di cui fa parte è giunto al confine orientale (Friuli) della Serenissima, partendo da Instanbul e passando da Sarajevo e Belgrado. Il giovane prova tutte le sofferenze della guerra, dalla dissenteria ai morsi notturni dei topi. Un morbo innominabile (la peste) semina il terrore tra i soldati ottomani, falciandone molti. I sopravvissuti sono chiamati a compiere una scorreria contro una città veneta.
Il comandante è saldo in sella al suo destriero e parla della fede, della guerra santa (la jihad) della gloria dell’impero, retto dal sultano Baiazet. Al tramonto il gruppo galoppa verso il paese vuoto. Esausti, i soldati raggiungono i carri. Il giovane soldato prova un senso  di straniamento nel silenzio della notte. La memoria gli fa ricordare una torre un campanile. La nostalgia della terra natale prende il sopravvento sulla ragione. Egli getta a terra le armi. Qualcuno forse lo vede. Si trasforma presto in un animale selvatico. Si procura il cibo ricorrendo a tutti gli espedienti possibili. Il nascondersi, il travisarsi gli pesano molto. Maledice il gesto istintivo di abbandonare i compagni e le armi.
Rifiutato dalle persone del posto, si trasforma in un ladro notturno e si inselvatichisce sempre più. Dorme all'aperto, al freddo. Raramente si bagna in un gelido torrente.
Vive nel terrore di essere scoperto e decapitato dai soldati ottomani. All'alba sogni dolci gli scaldano il cuore. Rammenta gli abbracci e baci i della mamma. Ricorda il padre tornare dai campi. Egli, che porta il nome di Mustafà, vede con la fantasia nostalgica i suoi cari rinchiusi nel "tabor". Guarda poi ardere il suo paese.
Questo racconto che descrive il terrore della gente friulana e della pianura veneta per effetto della spaventosa tempesta turca che tutto distrugge a suo passaggio, orrore che le due danze macabre di due pittori hanno preannunciato, ha un contrappunto nella storia melanconica, che si conclude drammaticamente, di un giovane cristiano bosniaco rapito da fanciullo dagli ottomani che avrebbero voluto far di lui un aitante giannizzero. La bassa statura del giovane lo fa diventare cavaliere. L'islamico, che in cuor suo sente ancora la nostalgia del cristianesimo, getta le armi e si trasforma in sordomuto per non essere riconosciuto dai cristiani autoctoni. Qui l'autore raggiunge la vetta più alta del suo modo di narrare lirico e drammatico al tempo stesso. Non è possibile sottoporre ad esame analitico queste pagine dolorose, commoventi, ricche di pathos che qualunque esegesi appannerebbe ingiustamente.
Giunto a questo punto chi scrive queste note sente il suo cuore invaso da un'ondata di nostalgia per la bella Rodi, ove ha vissuto fanciullo, dialogando con gli amici greci nella loro lingua. Quella nostalgia cantata mirabilmente dall'Odissea lo ha indotto a ricordare che la sua esistenza è stata scandita dalla presenza luminosa di tre mari. Il Tirreno ove sorge Capri, la sua culla natale. L'Egeo che bagna Rodi la bella. L'Adriatico su cui si affaccia Cervia, terra materna.
Lo scrittore ci fa sentire il respiro del mare, il suo profumo, la brezza dell'Egeo, la sua bellezza quando viene ammirato dall'alto a Ragusa, il colore del blu dell'Adriatico.
Ci mostra lo stupendo mare di Monemvasia, quella di Lesbo. Ci fa ascoltare il suono del vento che increspa le onde del Mar Nero.
Il terribile spaventoso mare che nel golfo ligure affonda la nave che trasporta il notaio Andrea da Caffa, uccidendo 76 persone e l'aspetto tremendo del pelago. Vediamo anche la penisola del Mar Nero e la foce del maestoso Danubio che sbocca con foce a delta nel Mar Nero. Questo mare interno e il Mar d'Azov, l'Egeo, l'Adriatico, sono come un tema sinfonico possente, dalla melodia avvolgente sono il leit motiv del libro in cui appaiono personaggi vivi, autentici, disegnati magistralmente dall'autore (i genovesi di S. Giorgio, i greci Comneni, i Turchi Ottomani e il patetico personaggio cristiano, costretto ad essere turco).
Ragusa appare come protagonista nell'Adriatico e ago della bilancia nei commerci di quel maree come ponte tra Ocidente e Oriente. La bellissima, operosa città, dopo 1492, è stata arricchita sotto l'aspetto commerciale dall'arrivo di abilissimi commercianti, ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna. Ragusa ha un filo diretto con la dirimpettaia Ancona.
A nord vi è Spalato, la città cui Diocleziano, nato nella vicina Salona, volle donare un grandioso palazzo imperiale. A Spalato, è nato un grande scrittore dalmata Enzo Bettiza, il quale, secondo chi scrive, pur avendo uno stile letterario assolutamente unico e inimitabile, può essere in qualche modo richiamato come nome tutelare dell'Adriaticoe di quella singolare Europa mediterranea che è la Mitteleurpea illirica. Ne "il libro perduto" egli ci affascina, offrendoci una Dalmazia collocata oniricamente tra il mito e la storia e tracciando un'epopea di frontiera seguendo il filo ideale delineato con il "Fantasma di Trieste", seguito poi da "Esilio". In quest'opera originalissima Bettizza traccia uno splendido affresco storico della Mitteleuropea dalmatica ed illirica.
Il libro che abbiamo cercato di commentare non solo è pregevole dal punto di vista stilistico, del contenuto, del ritmo narrativo ma, come opera "aperta", è ricco di stimoli e di suggestioni non solo letterarie.
L'opera in esame, infatti, ha andamento sinfonico che si esprime, come "crescendo" nei momenti di più alta drammaticità. I greci chiamarono "sinphonia" la consonanza (ottava, quinta, quarta) contrapposta alla "diaphonia" degli intervalli. Questa nozione perdurò lungo il medioevo. Dal XV° secolo in avanti il termine indica composizioni per strumenti. Haydn e Mozart le diedero un'aspetto organico. Beethoven le impresse tutela la sua potente fantasia creativa. Essa comprende quattro movimenti. Allegro, che puo essere preceduto da una breve introduzione grave (come è "due racconti ottomani"). Adagio (talvolta in forma di "lied"). Finale in forza di Rondò che può avere aspetti fortemente drammatici.
Concludo il mio discorso interpretativo con un richiamo nostalgico al mare che è fonte di musica e si fonde con la sinfonia che nasce dalle pagine del libro, che ho trovato bello e affascinante. Il mio animo di melomane è, cosi, pienamente appagato.

E Polis Friuli - 23/12/2009
"Due racconti ottomani" è il nuovo romanzo storico di Cristiano Caracci: uno spaccato di storia d'Europa durante l'invasione dell'Islam. di Lucia Burello
Racconti di "cose turche"

La "Danza macabra" di Giovanni da Castua, suggestivo affresco del 1490 che si trova nella chiesa romanica di "Santa Trinità" di Hrastovlje, villaggio vicino a Zagabria, è considerato uno dei tesori del patrimonio pittorico sloveno, dedicato ad episodi della tradizione cristiana secondo la tendenza iniziata, anni prima, in Francia nel Cimitero degli Innocenti di Parigi. E l'affresco è anche la scelta per la copertina del nuovo romanzo storico di Cristiano Caracci, puntuale cultore della secolare epopea del bacino mediterraneo che, con "Due racconti ottomani" edito da "Sbc edizioni", ci regala una squisita narrativa sullo sfondo delle dolorose vicende subite dalle colonie genovesi nel Mar Nero e nell'Egeo durante l'invasione turca e, a seguire, la penetrazione dell'Islam, ad onta della Serenissima, nei territori dell'Istria e del Friuli. Siamo nel 1453 e la conquista turca di Costantinopoli è come un terremoto per la politica estera della "Superba". A marzo a Gallipoli, i turchi radunano una flotta enorme: 250 unità si schierano di fronte alla capitale bizantina, mentre un'armata di 100 mila uomini si posiziona davanti alla città dalla parte di terra.
E' LA FINE: la capitale dell'Impero Bizantino, ormai ridotto ad una fazzoletto di terra, cade sotto le forze del nascente Impero Ottomano, e a poco vale al disperata difesa del contingente genovese della colonia di Galata che, condotta dal comandante Giovanni Giustiniani Longo, lotta al fianco dell'Imperatore stesso. Morendo, Longo lascerà le colonie genovesi sotto la poca illuminata guida di consorzi familiari. Lo scenario nel quale si dipanano le storie dei personaggi di Caracci, dunque, è il passaggio cruciale della nostra storia. Il più epico. Un impero cristiano che crolla sotto il giogo musulmano nell'indifferenza di tutto l'occidente, Vaticano compreso. Otto navi veneziane, infatti, cinque genovesi, una anconetana, una catalana ed una provenzale e 5 mila soldati saranno tutto ciò che Costantino XI riuscirà a pietire per essere aiutato. Attraverso i racconti di Caracci, dunque, storico attento ma anche godibile narratore, si respira l'atmosfera che, per due secoli, ha pervaso l'Europa sotto la pressione dell'impero ottomano, lento ma inesorabile, verso la sua conquista dell'occidente. Un periodo lungo e tormentato di offensive dal mare e nella terra ferma, e che mise in ginocchio la Serenissima spogliata, via via, di ogni suo possedimento. Il primo racconto di Caracci, dunque, è ambientato in Crimea, dove un notaio genovese è testimone della sciagura: gli ultimi giorni di libertà della città di Caffa. In seguito farà ritorno a Genova affrontando un viaggio difficile e avventuroso. Protagonisti della seconda storia, invece, sono i profughi istriani e friulani che cercano scampo dagli eserciti turchi e trovano precario rifugio nelle campagne.
Romanzo e diario vita a Dubrovnik
Un'antica famiglia
"La luce di Ragusa" Edito da Santi Quaranta è stato l'esordio letterario di Cristiano Caracci, avvocato udinese esperto di storia del diritto, un'evocazione di grande respiro delle vicinanze di una famiglia all'interno della città. A seguire "Nè turchi nè ebrei, ma nobili ragusei" edizioni della Laguna, saggio storico giuridico seulla Città Stato.

MESSAGGERO VENETO del 21/12/2009
UN NUOVO VOLUME DELL'AVVOCATO
Cristiano Caracci torna in libreria con "Due racconti ottomani"
L'avvocato udinese Cristiano Caracci, appassionato studioso della Dalmazia veneta dei secoli passati e - sopratutto - storico di Ragusa, questa volta si è spinto ancora più in la nelle sue ricerche. L'autore di Né turchi né ebrei, ma nobili ragusei e di La luce di Ragusa è tornato in libreria con un nuovo lavoro, Due racconti ottomani. Nel primo narra le vicende, poco note, delle colonie genovesi nel Mar Nero e nell' Egeo invase dai turchi e sottomesse all'Islam, ma non meno interessante è la seconda parte, che riguarda l'invasione ottomana dell'Istria e del Friuli appartenenti alla Repubblica di Venezia. Edito dalla SBC Communication di Ravenna, l'agile e documentato volumetto di Caracci ha tutti i titoli per meritarsi un posto di riguardo tra le strenne sotto l'albero. (m.bl.)

MESSAGERO VENETO del 19/12/2008
NOBILI, STORIA E LUCE DI RAGUSA LA BELLA "FIRENZE DELL'ADRIATICO" - UDINE
Oggi i volumi di Cristiano Caracci e domani teatro
Piccola, bellissima, collocata in un punto cruciale nel quale, lungo i secoli, ha dovuto fare i conti con la voracità espansionistica di tutti (citando alla rinfusa, romani, e poi veneziani, ungheresi, turchi, napoletani, francesi, austriaci, serbi). Eppure Ragusa, la croata Dubrovnik, non ha mai rinunciato alla grande voglia di autonomia. Si liberò dopo un secolo e mezzo del dominio della Serenissima preferendo stare sotto il re magiaro o il turco con cui trattare a suon di tasse la propria indipendenza, per garantirsi un ruolo di potenza marinara sull’Adriatico. Una storia affascinante, incuneata lungo il litorale dalmata venezianissimo, dovendo superare anche i colpi tremendi inferti da pestilenze e terremoti oltre che i graffi feroci della guerra, gli ultimi dei quali nei recenti anni Novanta quando le truppe jugoslave, soprattutto montenegrine, dalle alture l’hanno bombardata causando vittime e gravi danni ai suoi storici edifici. Ma poi, attorno allo Stradun, tutto è rifiorito e adesso Ragusa è diventata di nuovo gemma tanto da attirare gli investimenti immobiliari dei vip della finanza e del cinema. A raccontare questo mondo saranno due iniziative proposte dall’ Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Udine. La prima è in programma oggi, alle 17.30, nella sala San Cristoforo, in vicolo Sillio 4/B, dove saranno presentati i libri di Cristiano Caracci, l’avvocato civilista di Udine che in questi anni si è rivelato eccellente scrittore con opere dedicate appunto a quella che venne anche definita la Firenze dell’Adriatico, per l’armonia e la bellezza della sua struttura urbanistica e dei monumenti. Dopo un primo libro di contenuto storico, Né turchi né ebrei ma nobili ragusei, pubblicato nel 2004 dalle Edizioni della Laguna, Caracci si è riproposto nel 2006 con un romanzo, La luce di Ragusa, edizioni Santi Quaranta, che narra le vicende della repubblica marinara dalmata attraverso le vicende di una famiglia dominata dalla maestosa figura di Bernardo Gundulig. La città, orgogliosamente autonoma e mercantile, cresce così nelle pagine del libro immersa in una luce che è fisica e solare fino a diventare il simbolo distintivo di questo luogo. Oggi sarà Maria Carminati a illustrare questi libri, preceduta da un cortometraggio su Ragusa. Introduzione da parte di Silvio Cattalini. Domani invece, alle 16, al palamostre di Udine, pure con ingresso gratuito, il Gruppo teatrale per il dialetto diretto da Gianfranco Saletta presenterà I nobili ragusei, di Marino Darsa, versione italiana a cura di Lino Carpinteri e Mariano Faraguna. Si tratta di una famosa commedia, un gioiello della letteratura illirica con un intreccio divertente. Tutto comincia quando Barba Maroje, mercante raguseo, decice di mandare il figlio Maro a Firenze a comprare stoffe. Maro invece finisce a Venezia dove comincia una serie di equivoci. E poi l’immancabile lieto fine.

Difesa Adriatica - febbraio 2008
"Da noi il danaro o, magari, la poesia, altrimenti l'avventura, sono più apprezzate della bellezza femminile; infatti, nessuno può discutere il fascino e la castità ineguagliabile delle nostre nobildonne; [...] O, forse la meraviglia dei palazzi, l'abbondanza straripante delle botteghe, il numero spropositato di chiese chiostri conventi, l'accorrere e il discorrere per affari, ci distraggono, ci distolgono da pensieri lascivi e il contare perperi iperperi ducati fiorini zecchini oro turco, se è peccare di avidità, salva l'anima da altre tentazioni"
Udinese, Caracci è cultore della storia della Repubblica di Ragusa, alla quale ha dedicato un precedente volume. Alla sua prima opera narrativa, l'Autore si cimenta qui nella ricostruzioned'ambiente, entra nella cornice della vivace vita mercantile e culturale della città di San Biagio avvalendosi di uno stile colto ma fluido, attento ai dettagli e alle sfumature. Non manca, diffusa in tutte le pagine, una sottile aura d'esotismo, ispirata anche dalla più volte richiamata contiguità di Ragusa con la Sublime Porta. I Ppersonaggi e i paesaggi, cesellati con perizia, richiamano dalle profondità della storia l'evoluzione e la proiezione di una piccola ma agguerrita comunità nel grande scenario delle potenze europee.

Dubrovnik (Hr) 1-2/2006
Romanzo sulla Ragusa del rinascimento
Cristiano Caracci, La luce di Ragusa, Treviso, Santi Quaranta, 2005

Cristiano Caracci, avvocato di Udine, per la gran parte del pubblico in Italia conosciuto per il suo libro Né Turchi, né Ebrei ma Nobili Ragusei, nel quale è stata presentata in modo interessante la storia della città di Ragusa, dalla nascita fino al giorno d’oggi. Già con quest’opera pubblicata nel 2004 Caracci si è presentato come appassionato ricercatore e conoscitore della storia della città di Ragusa e il libro ha ottenuto un grande interesse da parte dei lettori e l’interessamento da parte degli esponenti accademici in Italia.

Il libro La luce di Ragusa, pubblicato nel 2005, è la prima opera narrativa dell’autore, anche questa ispirata a Ragusa e alla sua storia, com’è già sottolineato nel titolo. Tuttavia, mentre nell’opera di studio Né Turchi, né Ebrei ma Nobili Ragusei, Caracci fornisce un quadro completo e ampiamente documentato dello sviluppo di Ragusa, nel quale un particolare interesse è volto nei confronti delle sue istituzioni mondane e spirituali, nell’opera La luce di Ragusa riporta principalmente i suoi aspetti economici.
Vale a dire, l’aspetto insolito di questo romanzo storico deriva soprattutto dalla dipendenza di tutti gli elementi narrativi dalla rappresentazione dell’attività commerciale nella Repubblica di Ragusa nel periodo dalla fine del 15 secolo fino al grande terremoto del 1667. In questo modo il commercio è rappresentato in questo libro come la forza trainante principale di tutti i rapporti sociali e in tutte le sue attività sono coinvolti tutti i personaggi, dallo schiavo liberato nella parte iniziale del libro, attraverso quattro generazioni dei suoi discendenti maschi, fino al padrone Gundulig e il piccolo Biagio con il quale termina il racconto.
Considerando che ogni attività economica e commerciale è caratterizzata da una certa ripetitività, nello stesso modo anche la sua rappresentazione letteraria è strutturata in modo ciclico, attraverso prismi narrativi dei singoli personaggi.
La ciclicità della narrazione e l’evitare specifiche temporali più precise, ci porta alla conclusione che l’intenzione dell’autore non era tanto indirizzata alla descrizione di un periodo storico ben delineato, bensì al tentativo di ricostruire un mondo senza tempo dei commercianti ragusei. Infatti, anche se alcuni aspetti di quel mondo sono molto cambiati nel tempo (dal commercio principalmente marittimo si è sviluppato un forte commercio terrestre nei Balcani), l’importanza dell’attività commerciale nell’intera vita sociale della città è rimasta invariata nel corso dei secoli. Il sottolineare del suo ruolo nella formazione dei rapporti sociali, la concezione del mondo e le usanze dei vecchi cittadini di Ragusa era l’intenzione principale dell’autore.
Ciò spiega anche la particolare predominanza dei personaggi maschili rispetto a quelli femminili. Il romanzo infatti segue il destino di una serie di discendenti maschili di una famiglia, dall’ex schiavo, che con un estremo gesto di coraggio durante la peste a Šipan riesce ad ottenere la libertà, attraverso il figlio Dušan, che dopo l’infanzia in esilio ritorna a Ragusa, poi il nipote Marin che muore su una nave e, per ultimo, il pronipote che attraverso la conoscenza del padrone influente Gundulig entra nel mondo dei ricchi commercianti ragusei. Dopo la morte dell’ultimo discendente maschio della famiglia, la prospettiva narrativa si sposta per la prima volta nel romanzo su un personaggio femminile (Marija, moglie del defunto), e con ciò l’autore ci arricchisce questo mondo di predominanza maschile, con una visione e interpretazione femminile. Il personaggio di Marija è allo stesso tempo uno dei personaggi di maggiore successo nel romanzo, in parte anche perché nella costruzione del personaggio l’autore poteva concedersi una maggiore libertà rispetto alla creazione dei personaggi maschili, i quali sono principalmente determinati dalle proprie funzioni di classe. Infatti, considerando il suo ruolo passivo, da scrutatrice, negli avvenimenti in Bosnia, vissuti in qualità di moglie accompagnatrice, l’autore ha rappresentato le sue esperienze in modo retrospettivo e con tale distanza temporale è stata realizzata una certa distanza soggettiva nei confronti del modello di vita dominante dei commercianti ragusei del tempo.
Infine, si potrebbe dire che la mescolanza del racconto soggettivo e obiettivo è forse anche la caratteristica più interessante di questo romanzo veramente intrigante. Infatti seppure si tratta di un romanzo storico, l’aridità dell’esposizione è stata abilmente evitata con la narrazione in prima persona (anche se non si passa mai al discorso diretto) e con interessanti cambiamenti delle prospettive di narrazione che ci aprono la possibilità di molteplici interpretazioni di avvenimenti simili. Inoltre nella struttura narrativa sono state intessute in modo abile curiosità legali, economiche e di usanze della vecchia Ragusa, che illuminano in molteplici modi numerosi aspetti della vita quotidiana del tempo. In ogni capitolo è possibile trovare molti esempi del genere. Nel primo capitolo viene così riportata l’usanza dei cittadini di Ragusa di non legare i propri schiavi con le catene ai galeoni, com’era usanza nei “loro nemici”, e vengono anche descritte le procedure della circoscrizione della diffusione della peste, introdotte per la prima volta nella Repubblica di Ragusa. Più avanti nel capitolo Chio, viene menzionata un’usanza nobile dei cittadini di Ragusa che consisteva nell’assegnare la franchisie, una specie di asilo politico che veniva autorizzato a tutti gli appartenenti alla religione cattolica che lo richiedevano in città dal Rettore di Ragusa o all’infuori della Repubblica di Ragusa dai suoi diplomatici. In questo modo questo romanzo consente una nuova lettura della storia ragusea da una prospettiva più letteraria e soggettiva da quella che lo stesso autore ci offre nello studio storico precedente su Ragusa. In ogni modo, La luce di Ragusa è un libro degno dell’attenzione di una cerchia più vasta di lettori, in particolar modo di quelli che sono, come lo è l’autore, “innamorati di Ragusa e delle sue vicende”.
Katarina Dalmatin
(Traduzione dal croato di Interfax, Udine)

La luce di Ragusa / Cristiano Caracci - Treviso : Santi Quaranta, 2005 - 163 p. ; 22 cm. - (Il rosone ; 60). - ISBN - 88-86496-65-6.

Figlio (e nipote) di dentisti non ha saputo resistere alla sua passione per il diritto civile che ora coniuga alle ricerche storiche
L’avvocato "folgorato" sulla via di Ragusa
Cristiano Caracci, dai viaggi nel Mediterraneo agli studi su Dubrovnik


di Mario Blasoni

“Folgorato”, una trentina di anni fa, sulla via di Dubrovnik, l’avvocato Cristiano Caracci, civilista del foro di Udine, si appresta a commemorare, fra tre mesi, il duecentesimo anniversario della fine della Repubblica di Ragusa, decretata da Napoleone il 31 gennaio 1808.
La piccola grande città Stato marinara della Dalmazia era rimasta indipendente per mille anni, dall’ottavo secolo in poi, tranne due parentesi: quella veneta (150 anni) e quella ungherese (75 anni).
Appassionato di storia del diritto mediterraneo, Caracci ha studiato non solo le vicende di Ragusa, ma anche le leggi, a partire dagli statuti duecenteschi, che regolavano anche i commerci e ogni altra attività.
L’innamoramento per la “Firenze dell’Adriatico”, ha prodotto anche due libri che l’avvocato udinese, dopo viaggi e ricerche di qua e di là del “mare nostrum” (nei tempi d’oro della Serenissima, l’Adriatico era chiamato addirittura Golfo di Venezia!), ha pubblicato in questi anni: “Né turchi né ebrei, ma nobili ragusei” (2004) e “La Luce di Ragusa” (2005, con una seconda edizione nel 2006).
E lo ha fatto confutando alcune tesi della storiografia croata tendenti a sminuire l’influenza della civiltà italo-veneta su quelle terre. Mentre invece “non si possono negare – è la sua conclusione – alcune evidenze come le monete, le leggi, le lingue (al latino, dal 1400, subentrò l’italiano!)”.
Cristiano Caracci appartiene ad una importante famiglia udinese. Suo nonno Pietro, medico dentista, era arrivato dalla Sicilia per partecipare alla Grande Guerra nei reparti della sanità militare, poi era rimasto a Udine in servizio al lazzaretto di San Gottardo.
C’era la terribile epidemia di febbre spagnola e uno dei suoi pazienti gli disse: “Sto morendo, la prego di andare a salutare mia sorella…”. Il nonno Pietro – racconta il nipote – “esaudì il desiderio del poveretto: andò dalla ragazza, Margherita Cracco, udinese, che di lì a poco… divenne sua moglie!”.
Pietro Caracci aveva uno spirito avventuroso: nel 1912 aveva fatto la guerra di Libia e nel 1919 era andato a Fiume con D’Annunzio (“ma abbandonò presto l’impresa, anche perché si era da poco fidanzato con Margherita!”). Pietro ha avuto due figli: Piercarlo (1921-1998), dentista come lui (ebbero lo studio insieme in Via Vittorio Veneto, poi il figlio da solo in via Cavour sopra la libreria Moderna) e Maria Grazia, sposata al primario Luigi Sala.
Piercarlo Caracci era un uomo di vasta cultura (è stato, dal 1985 al ’93, presidente dell’Accademia udinese di scienze, lettere e arti) e ha insegnato storia della medicina nella neonata facoltà cittadina.
Sposato con la torinese Maria Prudenza, oggi 90enne, che aveva conosciuto quand’era alla scuola alpina di Aosta, anche lui ha avuto due figli: Cristiano, appunto, e Margherita, moglie di un medico e residente a Pordenone.
Dentisti, medici…e un avvocato che ha interrotto la serie. Cristiano è infatti avvocato e ha anche sposato una collega Monica Zamparutti, con la quale divide lo studio legale in via Gorghi.
“Non mi “sentivo” proprio medico – spiega Cristiano Caracci – e, dopo la laurea in giurisprudenza a Trieste, ho frequentato a Venezia un corso di politologia con docenti quali Giovanni Sartori e Nicola Matteucci (tra gli studenti il mio coetaneo Giandomenico Picco, futuro vicesegretario generale dell’Onu, e l’esponente radicale Marco Taradash )”.
“Poi – continua ancora nel suo racconto Cristiano Caracci – ho imboccato la strada dell’avvocatura: Lino Comand, mi ha introdotto nel suo studio e nella professione. Mi piaceva il civile, ma con un penalista come lui ero quasi ogni pomeriggio in carcere! Ricordo – era il 1974 – il caso Bacchetti, l’ex giocatore dell’Udinese diventato omicida per una questione di cessioni di giovani calciatori. Era tranquillo, lucidissimo, mi faceva pena e mi ispirava simpatia!”.
Ma Cristiano Caracci  è sempre stato un viaggiatore (passione condivisa con la sua signora): ogni estate in Grecia, spesso in Dalmazia, ma ha girato anche i Paesi arabi (“…e in Siria tornerei volentieri”).
E’, comunque, un esploratore del Mediterraneo, soprattutto orientale (“ma anche Malta è straordinaria”). Quando ha scoperto Ragusa-Dibrovnik (“un miracolo di bellezza per natura, arte e architettura”) ne ha approfondito la conoscenza, rilevando innanzitutto le analogie con Venezia, fondata dai profughi di Aquileia sfuggiti nel 452 ad Attila.
Sulla costa dalmata nel 615 gli Avari attaccarono Epidauro (oggi Cavtat) e Salona e gli abitanti si rifugiarono sulla costa, dove uno degli isolotti si chiamava Ragusium.
L’avvocato Caracci è rimasto affascinato dalle vicende di questa città, che nel periodo di maggior sviluppo raggiunse i 75mila abitanti e per quasi mille anni seppe mantenersi indipendente, destreggiandosi tra Bisanzio, l’Impero ottomano e la stessa Repubblica veneta, alla cui civiltà ha sempre attinto, ma della quale è stata storica e fiera avversaria sul piano politico ed economico.
Per questa cittadina è stato importante anche il periodo del dominio veneziano (1205-1358) quando Ragusa “si dotò di quelle istituzioni che ne fecero una repubblica e, specie nel diritto costituzionale, si uniformò a Rialto, organizzandosi in comunità aristocratica”.
Ed ecco, appunto, i “nobili ragusei” come recita il titolo del libro di Caracci… In Dalmazia, nel sesto secolo, sono comparse le popolazioni slave (“quasi dal buio della storia” annota Caracci), insediandosi a corona intorno al territorio raguseo. Gli slavi del Sud si diffusero enormemente, anche come fattore demografico, e si radicarono con opportune alleanze in quel crogiuolo di popoli e di contrasti che è sempre stata la penisola balcanica.
E dopo l’effimera Illiria napoleonica e la lunga dominazione austriaca, si riunirono nel regno di Jugoslavia e poi nella federativa di Tito. E oggi, dopo nuove guerre, ci sono gli stati indipendenti. E la Dubrovnik croata.
Nella sua bella casa in fondo a un vicoletto di via Grazzano, fra pareti ricoperte di stampe e antiche mappe delle coste adriatiche, l’avvocato Caracci ci mostra statuti, documenti, ritagli di giornali e riviste dell’800 (ma anche le recenti recensioni ai suoi due libri, del secondo dei quali, La luce di Ragusa, ha parlato ampiamente la rivista Dubrovnik di Zagabria).
E fa programmi. Alla fine del prossimo gennaio, come si è accennato, cadrà il bicentenario della fine della Repubblica di Ragusa. “Una ricorrenza triste, ma che andrebbe ricordata – sottolinea- anche in Italia, da sempre legata a Ragusa tramite la cultura: in particolare a Venezia, ad Ancona (primo porto italiano nei collegamenti con Dubrovnik) e in Friuli”.

L’avvocato annuncia per il 12 novembre prossimo l’apertura a Ragusa del vice Consolato onorario d’Italia (il Consolato è a Spalato, mentre a Zara c’è un’attiva comunità italiana), dove senz’altro l’avvenimento avrà la giusta eco. Purtroppo, lamenta Caracci, “nelle mie ricerche finora non ho trovato molta collaborazione nè all’Archivio di Stato della città dalmata e neppure all’Università di Zagabria. Non c’è molto feeling…”

 

 

Quaderni Vergeriani, II n. 2 - 2006
"Incontro con Ragusa"

Incontro con Ragusa
(a cura di Adriano Papo)

Adriano Papo: Nel corso di questo «Incontro con Ragusa» presenteremo due libri di Cristiano Caracci: Né turchi né ebrei ma nobili ragusei, uscito nel 2004 per i tipi delle Edizioni della Laguna di Mariano del Friuli (il libro è il terzo numero della collana di Studi e Documenti Italia-Ungheria), e La luce di Ragusa, apparso invece nel 2005 per i tipi dell’editore di Treviso Santi Quaranta. Cristiano Caracci è un avvocato, che è nato, vive e lavora a Udine;  coltiva da lungo tempo una grande passione, quella per la città dalmata di Ragusa, e da tempi più recenti quella per la scrittura, che si è concretizzata nei due libri che presentiamo questa sera. In particolare, La luce di Ragusa, è un romanzo storico, che ha già avuto una buona affermazione e un buon successo di vendite e di critica: è stato favorevolmente recensito da alcuni importanti quotidiani come «La Stampa», «Il Giornale» e «L’Osservatore Romano», nonché da «Il Piccolo» di Trieste per mezzo della penna del dottor Pietro Spirito qui presente. La luce di Ragusa sta per uscire nella seconda edizione, come è stato annunciato venerdì scorso dall’editore nel corso d’una presentazione in regione.
Ho concluso la prefazione del primo libro di Cristiano Caracci, Né turchi né ebrei ma nobili ragusei, riportando le parole d’un noto scrittore ungherese vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, Ferenc Herczeg, il quale, in un capitolo dei suoi racconti di viaggio Sulle ali dei venti, un libro uscito all’inizio del Novecento con delle accattivanti illustrazioni e dedicato appunto a Ragusa, che visitò nel corso d’una crociera lungo le coste della Dalmazia, ha – e non a torto – definito la città dalmata “un meraviglioso esempio della forza creatrice della latinità”. Anche il nostro autore, Cristiano Caracci, parla all’inizio del suo libro di “splendore della costa dalmata”, di “bellezze naturalistiche e artistiche” della Dalmazia, di “splendore della civiltà italoveneta”, cui Ragusa appartiene, anche se fu “coraggiosa e storica avversaria della Serenissima”. E forse appunto per essere e giustamente “un meraviglioso esempio della forza creatrice della latinità” Ragusa, nel corso della sua più che bimillenaria esistenza (esattamente due millenni e mezzo di storia a partire dal 593 a.C., data della fondazione dell’antica Epidaurum da parte di coloni greci), fu contesa da diversi popoli: slavi, bosniaci, veneziani, bizantini, normanni e anche ungheresi e turchi, per non parlare degli ostrogoti e degli avari e per limitarci al Medioevo e all’età moderna; poi sarebbero arrivati anche i francesi, i russi, i montenegrini e gli austriaci.
Dunque, Ragusa appartenne all’Ungheria, o meglio al regno di Croazia e Dalmazia, ch’era unito dinasticamente all’Ungheria. Va detto a questo proposito che fin dalla sua fondazione, il giovane stato magiaro si era espanso verso i Balcani, cercando uno sbocco al mare, cioè al mare Adriatico, di vitale importanza per il suo sviluppo economico. Nel 1091, la regina di Croazia e Dalmazia, Elena Trpimirović, rimasta vedova del re Demetrio Zvoinimiro, invitò nel 1091 il fratello (san) Ladislao I, re d’Ungheria, a prendere possesso del suo regno. Ladislao non se lo fece dire due volte e, compiuta la missione, sistemò su quel trono il nipote Álmos, approfittando del fatto che i bizantini erano distratti dall’espansione in Anatolia dei turchi selgiuchidi. Il successore di Ladislao, Colomanno il Bibliofilo, continuò l’occupazione della costa dalmata, contendendola all’influenza veneziana. Venezia aveva infatti ben presto capito l’importanza della Dalmazia quale potenziale base per gli scambi commerciali con la Grecia, con Costantinopoli e col Levante, e già a partire dal 996 aveva occupato Zara, Arbe, Veglia, Cherso e Ossero, territori che tenne anche dopo l’occupazione magiara (gli ungheresi occuparono invece la costa settentrionale della Dalmazia e la regione tra Sebenico e la Narenta con Spalato e Traù). Nel 1102, dopo la rinuncia di Álmos, Colomanno cinse anche la corona di Croazia e Dalmazia, sancendo quell’unione dinastica che, almeno tra l’Ungheria e la Croazia, sarebbe durata fino alla fine della prima guerra mondiale.
È plausibile quindi che anche Ragusa, con l’occupazione ungherese della Dalmazia, sia passata di diritto o di fatto sotto la sovranità magiara, prima di cadere sotto il dominio veneziano. Sennonché, prima del trattato di Zara del 18 febbraio 1358 che siglò il ritorno di tutta la Dalmazia dalla sovranità veneziana a quella magiara, non ci sono documenti i quali attestino rapporti diplomatici o politici tra la città dalmata e il regno magiaro; sappiamo però che, prima dell’arrivo dei tatari, la reliquia del braccio destro di Santo Stefano era stata trasferita da Nagyvárad a Ragusa, dove poteva essere conservata con maggiore sicurezza. Tale mancanza di contatti può anche essere dovuta alla lontananza di Ragusa dall’Ungheria, anche se un bano rappresentava a tutti gli effetti il re magiaro in tutti i suoi domini adriatici. Fatto sta che nel corso degli anni i legami tra i principi dalmati e il potere centrale si allentarono a tal punto che ne approfittò la Repubblica di Venezia per estendere il suo protettorato su gran parte della costa e delle isole della Dalmazia.
A ogni modo, i legami tra Buda e la Dalmazia si erano rinsaldati dopo l’ascesa al trono di Santo Stefano della dinastia angioina (inizio del XIV sec.), che da qualche decennio era già stabilmente insediata nel Regno di Sicilia. La Dalmazia, infatti, data la sua posizione nell’Adriatico quasi ‘dirimpettaia’ del regno napoletano, era una regione oltremodo importante per i commerci di quel paese con la Grecia e con Costantinopoli e quindi molto appetibile. Napoli era divenuta gelosa della fortuna commerciale di Venezia, che aveva approfittato delle crociate per espandere la propria influenza economica nel Levante.
Lo scontro tra Venezia e gli Angioini per la supremazia in Dalmazia e il controllo dell’Adriatico non si fece attendere: esso fu praticamente inevitabile allorché il pronipote del re di Sicilia Carlo II d’Angiò, Luigi I il Grande, già re d’Ungheria (1342-82) e di Polonia (1370-82), rivendicò pure la corona napoletana dopo la morte del fratello Andrea, che prima era stato associato al trono di Sicilia, poi era stato fatto uccidere dalla moglie, la regina Giovanna. La guerra, lunga e incerta, si concluse – come già s’è detto – con la pace firmata a Zara il 18 febbraio 1358: gli ambasciatori veneti “furono contenti di rinunciare” e “in effetti rinunciarono e – cita il trattato di pace – trasferirono in mani ungheresi tutte le città, le terre, le fortezze, le isole e i porti dalmati, nonché i diritti su tutta la Dalmazia, dal golfo del Quarnero a Durazzo, e, in particolare, cedettero le città di Nona, Zara, Scardona, Sebenico, Traù, Spalato e Ragusa e le isole di Cherso, Veglia, Arbe, Pago, Brazza, Lesina e Curzola”.
Tuttavia, già nelle trattative che precedettero la pace di Zara gli ambasciatori ungheresi avevano preteso “tutta la Dalmazia” e non certo in virtù della vittoria di Luigi il Grande, ma perché “i Veneti avevano posseduto indebitamente la Dalmazia, che invece spettava di diritto al re magiaro”.
Col trattato del 18 febbraio 1358 Ragusa si liberò quindi del dominio veneziano (cui era assoggettata fin dal 1205), e con quello successivo del 27 maggio 1358 essa promise fedeltà al re magiaro, impegnandosi a corrispondergli un tributo annuo di 5000 fiorini d’oro, oltre a quelli, ammontanti a 2500 e 500 fiorini, che doveva rispettivamente al despota di Serbia e al bano di Bosnia in cambio della loro protezione. S’impegnò altresì a fornire al sovrano magiaro una flotta navale, a far celebrare “tre messe solenni per tre volte l’anno in onore del re e dei suoi discendenti” e a offrire onorevole accoglienza (ovverosia “due pranzi e due cene”) nel caso in cui il re, o un suo successore, avesse soggiornato in città. Dal canto suo il re d’Ungheria promise di difendere Ragusa contro il re serbo, il bano di Bosnia e contro tutti i suoi potenziali nemici, e permise che essa conservasse tutte le consuetudini, le libertà e gli ordinamenti, nonché la giurisdizione sulle sue isole e i possessi di terraferma e, fatto più importante e presumibilmente la concessione più gradita alla città dalmata, il libero commercio con tutti, perfino con i nemici dell’Ungheria anche in caso di conflitto con essi. In effetti, Ragusa diventava una repubblica praticamente autonoma ma sotto protettorato magiaro.
La guerra tra Venezia e l’Ungheria riprese nel 1376: due blocchi sono ora contrapposti nell’Alto Adriatico: da una parte il re d’Ungheria alleato del patriarca d’Aquileia Marquardo di Randeck, il signore di Padova Francesco da Carrara, i della Scala signori di Verona, la Repubblica di Genova, secolare avversaria di Venezia; dall’altra parte Venezia con Napoli e i Visconti di Milano. La guerra fu ancora più cruenta di quella precedente; si combattè anche questa volta nella terraferma veneta. La guerra si concluse con la pace di Torino del 1381, che confermò la sovranità dei re magiari sulla Dalmazia. Ma Venezia, pur dovendo pagare un tributo al re ungherese, divenne padrona assoluta dell’Adriatico: si pensi che praticamente le navi ungheresi non potevano uscire dai porti dalmati.
Tutti i successivi sovrani ungheresi, da Sigismondo di Lussemburgo ad Alberto d’Asburgo e agli Jagelloni, ratificarono i privilegi ragusei, e Ragusa, pensando ai propri privilegi, rimase pertanto fedele all’Ungheria, anche se, dopo che i turchi ottomani avevano cominciato a farsi sentire sempre più minacciosi nell’entroterra dalmata, essa avviò una politica non ostile alla Porta. Va però fatto notare che era stato lo stesso Sigismondo di Lussemburgo, sempre ben disposto verso i ragusei, a sollecitare la Santa Sede a concedere alla repubblica dalmata il diritto di commerciare con gli ‘infedeli’.
Quando nel 1403 scoppiò un’insurrezione nei domini meridionali del Regno d’Ungheria e il re di Sicilia, Ladislao d’Angiò-Durazzo, appoggiato dal voivoda di Bosnia, Hervoja, rivendicò la corona ungherese, Ragusa si dichiarò neutrale: “La terra nostra è francha ad ogni uno et a grandi e a pizolli”, dichiararono con orgoglio i ragusei al principe Hervoja il 13 giugno 1403. Ragusa si rifiutò altresì di soggiacere al re di Bosnia, il quale, per piegarla alla sua volontà, inviò un esercito agguerrito contro la repubblica dalmata “a incendiare le case e i palazzi, a sradicare i vitigni e gli alberi, a depredare e a devastare tutto il territorio, a profanare e a distruggere le chiese”. La neutralità e la politica di pace sono quindi una costante della repubblica ragusea, che tra l’altro viene ben messa in evidenza nel libro di Cristiano Caracci.
I rapporti di Ragusa con l’Ungheria rimasero amichevoli anche sotto il regno di Mattia Corvino, il figlio di Giovanni Hunyadi. Per contro, si raffreddarono alquanto allorché  il re Mattia cambiò direttrice alla sua politica volgendosi a occidente. Quando Mattia morì, i ragusei chiesero che venisse eletto un sovrano capace di cacciare i nemici – leggasi i turchi – dal paese.
Sennonché, rimasta sempre più abbandonata a se stessa, nel 1514 la città di san Biagio decise di non pagare più le tasse al re d’Ungheria (due anni prima aveva però ricevuto dal sultano il diritto di commerciare con tutto l’Impero Ottomano versando alla Porta il 5% dei dazi doganali).
Dopo la battaglia di Mohács  del 29 agosto 1526, che segnò tragicamente la fine della potenza medievale magiara, Ragusa aderì alfine al Turco con la stessa lealtà che prima aveva manifestato ai sovrani ungheresi. I due nuovi re magiari, Ferdinando d’Asburgo e Giovanni Zápolya, entrambi eletti e incoronati dopo la disfatta di Mohács, fecero un vano tentativo di riconquistare la città dalmata: il primo promettendo di difenderla dal pericolo turco, il secondo pretendendo invece il pagamento delle tasse arretrate. Ragusa rispose soltanto a Ferdinando, informandolo che stava ormai pagando le tasse al sultano turco, in quanto signore di Buda e della maggior parte dell’Ungheria.
Anche sotto la dominazione magiara, Ragusa aveva quindi conservato la sua libertà e la sua autonomia; aveva soltanto accettato la protezione dell’Ungheria, perché aveva bisogno di un protettore per condurre i propri traffici liberamente. Ciò rispecchia l’aspirazione di questa città all’autonomia, alla libertà, al libero commercio, sentimento, che come ho scritto nella prefazione si percepisce chiaramente in questo libro di Cristiano Caracci. È un libro la cui lettura consiglio a tutti i presenti, perché si tratta di una lettura piacevole, interessante, agile; è un libro scorrevole che si legge tutto d’un fiato, senza sminuirne il valore, perché si tratta pur sempre d’una storia documentata di questa città e delle sue istituzioni. E di storie di Ragusa che ricordino la sua appartenenza alla civiltà veneta ce ne sono veramente poche in circolazione, tant’è che oggi molti hanno addirittura dimenticato il toponimo italiano di questa ‘perla dell’Adriatico’.

Diego Redivo: Il libro dell’avvocato Cristiano Caracci Né turchi né ebrei ma nobili ragusei non è un racconto storico minuziosamente articolato, che approfondisca cioè nei minimi particolari e dettagli le vicende di Ragusa, città praticamente sconosciuta ai più e di cui si parla quasi sempre in termini non corrispondenti alla sua realtà storica, com’è dimostrato dalla terminologia impropria con cui viene definita abitualmente – cioè Dubrovnik – nome non appartenente né alla sua bimillenaria storia né alla lingua italiana. Il libro è, invece, una sintesi volta a dare delle suggestioni che ne evidenzino le coordinate principali e il senso profondo di tale percorso. Inoltre, l’autore, fedele alla sua professione, guarda allo sviluppo di Ragusa dal punto di vista giuridico, cioè pone l’attenzione sulla storia delle sue istituzioni; un punto di vista particolarmente interessante poiché, essendo stata per lungo tempo una città-stato, attraverso l’analisi delle sue leggi, dei suoi regolamenti e delle sue istituzioni si delinea la creazione di una realtà da un lato alquanto particolare e originale mentre dall’altro s’individuano caratteristiche comuni ad altre situazioni. Ragusa, infatti, è una città che è tipica espressione di una civiltà di tipo adriatico e mediterraneo; la sua struttura istituzionale e la sua organizzazione politica ribadiscono costantemente l’appartenenza a questo tipo di civiltà. L’autore nota come questo suo profilo istituzionale si sia basato su una sorta di “aristocrazia pura” nelle sue forme di governo e come la composizione sociale fosse basata sulla nobiltà, sui cittadini e sugli artigiani. Dunque, Ragusa era politicamente una città aristocratica mentre nelle sue attività sociali era una città di tipo borghese, dedita alle attività liberali, ai commerci, agli scambi e alla circolazione d’idee. Una cultura politica e sociale, quindi, tipicamente occidentale.
Le suggestioni storiche proposte da Caracci prendono avvio dall’antica Epidauro, passando poi attraverso la latinità; analizzano il fondamentale legame con Venezia, periodo segnato dal 1205 al 1358 da un’appartenenza e da relazioni più o meno profonde in cui si delineano quelle istituzioni che fecero poi di Ragusa una repubblica autonoma. Il racconto dell’autore prosegue con il rapporto, già da altri ricordato, con l’Ungheria e la Croazia, con quasi due secoli di guerre veneto-ungheresi. Si giunge, quindi, al periodo della repubblica libera che è quello più glorioso, in cui si manifesta la civiltà tipica e originale di Ragusa. Si consideri che nella prima metà del ’400, Ragusa riesce ad ottenere una certa indipendenza dopo essersi smarcata in qualche modo dal protettorato ungherese, motivo per cui Venezia, quando torna alla riconquista di quel territorio, non può più annetterselo: ciò fa riflettere su quanto il potere economico di una città riesca a condizionare anche i rapporti di forza e i giochi diplomatici dei vari potentati circostanti. Un po’ come la Svizzera, che gode da secoli di una neutralità protetta da tutti data l’importanza che essa ha per i vari giochi dell’economia e della finanza internazionale.
Pressappoco in tale epoca iniziò l’influsso ottomano sui Balcani, soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli del 1453; dunque un altro elemento di incontro-scontro e di conflittualità che venne a inserirsi nella vita e nella realtà dell’area di riferimento di Ragusa e sono proprio questi gli anni in cui essa si precisa come repubblica libera e indipendente, diventando la cosiddetta ‘Firenze dell’Adriatico’. Dopo aver raggiunto l’apice, però, anche per Ragusa, come per tutte le realtà umane, iniziò la decadenza, in particolare per le conseguenze della scoperta dell'America e per la progressiva espansione dei commerci verso il nuovo continente, per cui il Mediterraneo cessò di essere il centro dei traffici internazionali. Ad aggravare la situazione vi fu, poi, la decisione veneziana di favorire la crescita del porto di Spalato in concorrenza proprio con Ragusa. Questa decadenza proseguì inarrestabile nel corso del ’700, secolo dei grandi cambiamenti politici e della fine del vecchio sistema, che avviò il mondo moderno con la rivoluzione americana e quella francese. Ciò comportò la fine dell’importanza politica sia di Venezia che di Ragusa. La bufera napoleonica sancì la nuova situazione annettendo nel 1805 Ragusa al regno d’Italia filofrancese e nel 1809 alle Province Illiriche.
A questo punto si ferma la ricostruzione storica di Caracci. Dopo, infatti, inizia un’altra storia, una storia in cui Ragusa appare del tutto marginale; la città tornerà ad avere risalto mondiale solo all’epoca della guerra nella ex Jugoslavia negli anni ’90 del XX secolo: il tentativo di bombardamento della città portò, infatti, allo sdegno della comunità internazionale e all’intervento del governo italiano che si adoperò per bloccare lo scempio che si voleva compiere nei confronti di una delle più sublimi perle storiche e artistiche dell’Europa mediterranea.
Delineato il percorso storico, restano da mettere ancora in evidenza alcuni tratti caratteristici del suo lungo cammino. La storia di Ragusa è, infatti, contrassegnata da un elemento determinante: tutte le sue azioni strategiche, politiche ed economiche sono volte alla conservazione di una sostanziale autonomia e indipendenza, nell’ambito di un territorio che si trovava circondato da nemici, etnie, influssi e spinte religiose di vario tipo. Ragusa, che sotto la protezione di san Biagio appartiene alla civiltà cattolica, a un certo punto viene a trovarsi sotto la pressione sia dell’ortodossia che dell’islamismo; ciononostante, la costante rimase sempre la ricerca della libertà e dell’indipendenza.
Infatti, nel campo religioso la sua appartenenza al cattolicesimo non le vietò di manifestare una certa autonomia nei confronti della Chiesa e ciò in particolare nei rapporti con la comunità ebraica, con cui le autorità ragusee furono molto tolleranti, oppure celebrando riti in odor di paganesimo. Dunque, anche se sottomessa al potere papale, di cui seguì certamente le direttive, a volte pare che Ragusa abbia fatto finta di dimenticarsene.
Pure le contrattazioni coi potenti di turno indicano il suo anelito all’indipendenza, fatto peraltro non dissimile da ciò che avvenne anche per altre città della costa. Chi mi ha preceduto ha, infatti, ricordato che Ragusa cercava un protettore che la salvasse dallo strapotere veneziano: niente di diverso da quello che successe a Trieste, che nel 1382 si diede al duca d’Austria per essere tutelata dal dominio veneziano con la promessa che gli Asburgo avrebbero garantito la protezione della città con un loro luogotenente residente nel castello di Duino, quindi ben lontano dalla cinta cittadina; soluzione che, di fatto, le permise di rimanere autonoma fino al XVIII secolo.
Un altro aspetto particolarmente importante e originale della cultura ragusea è la concezione sociale ed economica dei suoi abitanti, palese in particolare verso la metà del ’400. Infatti, Caracci ricorda che nel 1458 Benedetto Cotrugli scrisse il Libro dell’arte della mercatura; si tratta di un testo che non è solo un manuale del buon mercante, teso cioè a dare esclusivamente indicazioni su come fare buoni affari e su come far fruttare il commercio e la ricchezza, ma è invece un saggio che parla del mercante e della sua attività di scambio e di commercio coniugata con la concezione della casa, della famiglia, della religione, della vita morale e di relazione dei mercanti ragusei. Ci troviamo perciò di fronte a uno strumento che pone le basi per una civiltà in cui il commercio, lo scambio e l’incontro siano aspetti inscindibili dalle convinzioni morali e spirituali proprie degli esseri umani, costituendo così una struttura civile economica e culturale saldamente integrata.
Su queste basi (autonomia, indipendenza, creazione di una civiltà mercantile adriatico-mediterranea) si fondò, quindi, la ‘quinta repubblica marinara’, una repubblica che con le sue colonie e i suoi consolati, che le permisero di esercitare il controllo sui territori su cui s’irradiava il suo prestigio e la sua influenza, è stata in grado di lasciare la propria impronta nella storia, in un’area di confine che, nel tempo, venne sempre più ad essere una zona di frontiera politica, culturale, etnica e religiosa; contrasto che diventava sempre più marcato scendendo lungo la riva adriatica verso il sud dei Balcani. Nell’area dell’Adriatico orientale è sempre stata presente, infatti, una netta divisione tra la realtà culturale delle città costiere e quella del territorio circostante, al punto che Niccolò Tommaseo, riferendosi alla Dalmazia, ammonì che bisognava considerare le varie nazionalità anche sulla base del cibo e delle abitudini, perché, diceva, è attraverso l’aspetto culinario – indicatore di una cultura di riferimento - che si palesa la nostra appartenenza. Tommaseo, dunque, distingueva la civiltà dell’olio e del vino, tipica dell’area adriatico-mediterranea, da quella del sego e della birra, che apparteneva ai popoli dell’interno. Un elemento di netta distinzione che si rifletteva in tutte le città della costa staccandole, di fatto, dal territorio retrostante. Non è un caso che Ruggero (Fauro) Timeus, rivendicando la Dalmazia all’Italia alla vigilia della prima guerra mondiale, affermasse che dal punto di vista numerico gli italiani erano certamente minoranza ma che erano tuttavia la minoranza che da secoli, con i suoi usi, costumi e capacità, deteneva il monopolio “non solo politico e sociale ma anche quello dell’intelligenza”, in grado di rendere la costa dalmata una realtà saldamente collegata alla civiltà italiana.

Pietro Spirito: Lasciamo ora l’ambito storico ed entriamo in quello narrativo-letterario. Innanzitutto mi complimento con l’avvocato Caracci per la capacità di passare dalle stanze della storia a quelle della letteratura e della narrativa. La mia sarà una breve introduzione al romanzo. Comincio raccontando un episodio personale. A Ragusa ci sono stato una sola volta e in un brutto momento: era l’autunno del 1991, la città era assediata, c’era un’ipotesi di bombardamento pesante sulla città; il governo italiano era intervenuto, avviando quella che era stata battezzata la missione ‘Margherita’: era stato inviato un traghetto per evacuare più persone possibile dalla città che stava soffrendo perché sotto assedio. Io ero in un gruppo di giornalisti al seguito di questa missione. Quella è stata l’unica volta in cui ho visto Ragusa. Ricordo quando il traghetto è arrivato in porto ed è stato calato il portellone: ci siamo trovati di fronte a una visione di macerie e di tanta gente che era lì ad aspettare la nave. Dico questo perché leggendo il libro di Caracci mi venivano in mente due ricordi di questa esperienza: il primo è sicuramente la luce, la luce di Ragusa; ricordo questa luce radente, netta, capace di far risaltare i contorni delle cose: è veramente una luce particolare. Un altro ricordo che mi è venuto in mente leggendo le pagine di questo romanzo, che si occupa di vicende accadute molto in là nel tempo, è la figura di una persona, di un vecchio: scesi dalla nave eravamo andati a visitare dei sotterranei dove c’erano dei rifugi per gli sfollati; lì incontrai un vecchio con la barba bianca, stava insieme con la moglie. Il vecchio aveva uno sguardo molto dolce, e mi ricordo che, con uno sguardo in fondo sereno, diceva «Passerà». Ci sono dei luoghi, delle città che sono punto di snodo della storia, dove la storia è sempre a rischio di ‘corto circuito’. Hanno spiegato benissimo i relatori precedenti questo guazzabuglio della storia di Ragusa; la sua ricchezza, la sua identità, la sua posizione tra oriente e occidente ne fanno un posto privilegiato e nello stesso tempo un posto dannato, perché questi sono luoghi che poi in qualche modo devono pagare pegno alla storia e anche alla natura. Questa è l’impressione che ho avuto quindici anni fa di Ragusa, che allora era una Ragusa ferita, sanguinante, gli incendi, il fumo, c’era anche tanta paura; c’era il coprifuoco: a una certa ora tutte le luci scomparivano o venivano schermate. Questa è stata la prima volta che ho dato un significato alla parola ‘tenebra’, ho capito che cos’è una città nella tenebra. Ricordo però che c’era anche tanta bellezza, anche negli occhi della gente. La città stava vivendo un nuovo capitolo della sua storia così antica, così ricca e così sofferta. Perciò leggendo il romanzo di Cristiano Caracci è scattato subito in me quel meccanismo di riconoscimento, di empatia fra testo e lettore che i critici ben conoscono. Leggendo le vicende dei protagonisti di questo romanzo, questo passare da un tempo all’altro fra guerre, pestilenze, terremoti, fortune e  rovesci, mi tornavano appunto in mente le sensazioni provate allora in prima persona e nelle pagine del romanzo ho riconosciuto quei colori, quelle atmosfere e anche quelle emozioni. Questo – direi – è secondo me almeno uno dei compiti della buona letteratura: rappresentare il vero, una sorta di realtà senza tempo, di un luogo e di chi l’abita oserei dire a dispetto della storia, a dispetto dei tempi imposti dalla storia. E poi questi luoghi della storia sembrano fatti apposta per essere ‘ricamati su un arazzo’, ritratti in una successione di figure che raccontano storie, avventure, amori, guerre, sono fatti apposta per essere raccontati. Ecco quindi che il romanzo di Caracci mi faceva venire in mente anche questi preziosi arazzi con queste storie ricamati a fili d’oro e d’argento, queste vicende personali che s’intrecciano con le vicende vere.
Il romanzo racconta la storia di Ragusa tra il XIV e il XVII secolo, fino al terremoto del 1667, attraverso le vicende di alcuni dei suoi abitanti, di alcune famiglie. Si tratta di figure che generazione dopo generazione si passano il testimone in una narrazione corale attraverso gli anni: il primo è uno schiavo che ottiene la libertà, sposa una schiava anche lei liberata, insieme lasciano Ragusa per andare in Bosnia; il loro figlio Dusan invece tornerà nella città di San Biagio, generando un figlio, Marino, che a sua volta avrà un figlio, e così avanti in un alternarsi di vite e di voci che appunto ‘ricamano’ la storia di Ragusa, dei suoi commerci, delle sue disgrazie, morti, rinascite. Il filo che lega tutte le vicende, così come la storia di Ragusa, è la vita mercantile, dell’andare e del tornare, di un’anima delle genti e dei luoghi, dedita al proprio arricchimento, non solo però in termini monetari, perché è dedita anche alla propria crescita di civiltà. Questa attenzione al commercio è qualcosa di più – lo ha detto bene prima Diego Redivo –, non era soltanto un interesse monetario, era la crescita, la costruzione di un modo di essere, di un modo di stare, di una civiltà. E ciò è reso molto bene da questo romanzo, con tutte le sue voci.
Il racconto si sviluppa ora in prima persona, ora in terza persona, cosicché cambia anche un po’ il punto di vista; ciò dà prospettiva, movimento, spessore al racconto stesso, ed è una bella prova anche per un esordiente. Il racconto è infatti un mosaico di voci e di vicende, dove compaiono personaggi storici e personaggi anche inventati e dove vengono dipinti – l’autore è bravissimo in questo – paesaggi e momenti con grande nitidezza. Vorrei leggere un pezzo anche per far sentirte la voce del romanzo stesso:

Da noi il denaro o, magari, la poesia, altrimenti l’avventura, sono più apprezzate della bellezza femminile; infatti, nessuno può discutere il fascino e la castità ineguagliabili delle nostre nobildonne; mentre le cittadine, mogli e figlie di mercanti, sono facilmente coperte d’oro, di seta e pietre preziose da distogliere ogni sguardo dalla carne; le donne degli artigiani sono affari loro.
O, forse, la meraviglia dei palazzi, l’abbondanza straripante delle botteghe, il numero spropositato di chiese chiostri conventi, l’accorrere e il discorrere per affari, ci distraggono, ci distolgono da pensieri lascivi e il contare perperi iperperi ducati fiorini zecchini oro turco, se è peccato di avidità, salva l’anima da altre tentazioni.
E, dopo tutto, nascono belle le ragusee, senza aver poi bisogno di altri artificiali ornamenti, a migliorarne il naturale aspetto.
Mancano poi occasioni di confronto: chi ritorna da Istanbul, racconta soltanto di femmine informi, a trascurare le natiche enormi; quelle di Balcani, paiono smunte o puzzolenti; a Venezia, tutte sarebbero in gran confidenza con le alcove, ma questo lo si racconta soltanto tra uomini. (La luce di Ragusa, pp. 101-2)

Ecco, raccontando ciò a proposito delle donne ragusane, l’autore già crea un affresco, dipinge un  modo di essere e questa direi è buona letteratura.
L’autore è capace di evocare molto bene queste atmosfere, questi sentimenti, queste emozioni, tutte cose che ovviamente il resoconto storiografico è costretto a trascurare. Lo fa con uno stile che non è mai banale, una scrittura mimetica che evoca parlate e dialetti la cui eco non si è ancora spenta e che dà al racconto una musicalità e un’eleganza formale che non sono facili da raggiungere, soprattutto per un esordiente.
Concludo facendo un’ultima osservazione sulla fortuna del romanzo storico che oggi continua a essere insieme con qualche altro genere, soprattutto il genere giallo, un genere particolarmente adatto a rappresentare non solo il passato ma anche la realtà in cui viviamo, anche perché, se narrare significa mettere una storia in comune e mettere una storia in comune significa costruire l’esistenza di un ‘noi’, ecco che oggi il  romanzo storico assolve a questa funzione sociale proprio in virtù del recupero e della ricostruzione. E perché proprio in virtù di questo recupero e di questa ricostruzione si può parlare di una memoria comune. Appunto questo costruire un ‘noi’ è quello che fa Cristiano Caracci col suo romanzo La luce di Ragusa.

Fulvio Senardi: Inizierò raccontando come ho rotto il ghiaccio con questo libro. Io ho una modesta e marginale attività di critico letterario e qualche volta trovo degli spazi sui giornali o sulle riviste per scrivere le mie impressioni; quindi mi arriva a casa parecchia carta stampata. E un giorno trovo nella posta un pacchettino, lo apro, c’è questo libro e vedo l’autore Cristiano Caracci. L’avvocato Caracci ed io siamo soci della stessa Associazione che è l’Associazione Culturale «Pier Paolo Vergerio», per cui ci era successo di sedere allo stesso tavolo, di scambiare due parole o di partecipare alle discussioni. Avevo apprezzato lo spirito di socievolezza dell’avvocato ma non mi pareva un chiacchierone, per cui ho aperto il libro con una certa perplessità; poi come si fa sempre, il primo approccio viene suggerito ed aiutato dal risvolto di copertina e nel risvolto di copertina leggo “La luce di Ragusa si rivela, quindi, in questi tempi morti per la narrativa, un vero ‘piccolo’ capolavoro”. Ho detto «Ahi! Ci risiamo», e ho cominciato a leggere. Dopo qualche pagina dentro di me una vocina squillante ma perentoria ha detto: «Accidenti!» e non ho più lasciato il libro. Questa per dirvi l’impressione della prima lettura che è già un giudizio di valore. Io non amo tranciare giudizi, ma qualche volta bisogna avere anche il coraggio di uscire allo scoperto e dire se le cose ci sono piaciute o no. Poi il compito dello studioso è quello di ritornare sui propri passi, di analizzare il problema, avvalendosi di strumenti interpretativi sofisticati quanto volete, ma credo che l’impressione della prima lettura lascia dentro qualche cosa che in un certo senso orienta la direzione interpretativa. Quindi una prima lettura appassionata e rapidissima e poi ovviamente una necessaria seconda lettura. Nella seconda lettura manca quel pungolo del chiedersi dove va a parare il narratore, dove vanno a finire le storie, che svolgimento avranno le vite dei personaggi, e subentra un interesse, diciamo, più scientifico e più oggettivo. La chiave interpretativa che io userei per questo libro, forse una delle ragioni del suo fascino e una delle ragioni della risposta molto positiva sul piano del giudizio di gusto che ha trovato in me o forse no perché poi queste cose sono abbastanza misteriose, uno dei parametri che userei per interpretare questo libro è quello dello stimolante conflitto di due schemi letterari: da una parte lo schema letterario del romanzo storico, come ha giustamente messo in luce Pietro Spirito, che l’ha etichettato in questo senso, dall’altra parte invece lo schema del romanzo intimistico, del libro di confessione. Il romanzo storico ha avuto un successo straordinario nell’Ottocento, colui che ne ha secondo me più approfonditamente sviscerato ragioni, forme, temi è proprio il critico letterario ungherese György Lukács, che ha scritto appunto un libro straordinario sul romanzo storico che rimane ancora una pietra miliare per chiunque voglia affrontare quelle tematiche anche nella prospettiva o in riferimento al neo-romanzo storico. Soltanto, bisogna aggiungere, il romanzo storico moderno non è, e non potrebbe più essere come il romanzo storico dell’Ottocento così come descritto da György Lukács, perché il romanzo storico dell’Ottocento ha una tendenza verso lo storicismo e il sociologismo, cioè leggere un romanzo storico dell’Ottocento da Walter Scott a Manzoni significa quasi immergersi nella concretezza di una realtà che viene specificata e dettagliata in tutte le sue coordinate di ordine storico e sociologico e questa è una capacità, e una direzione di ricerca, che il romanzo storico moderno ha in gran parte perduto. Non dimentichiamo che la borghesia dell’Ottocento era una classe sociale in pieno rigoglio, nel momento più alto della sua espansione di civiltà e di cultura e quindi cercava le premesse di questa propria fortuna nel passato usando uno strumento narrativo che aveva appunto individuato nel romanzo storico. Come il sonetto è la chiave d’accesso alla sensibilità delle epoche patrizie da Petrarca fino al Cinquecento, così il romanzo storico dell’Ottocento era in qualche modo il cavallo di battaglia della borghesia ottocentesca, un modo per capire cos’era diventata, da dove veniva, quali erano i suoi compiti e le sue responsabilità, una maniera di mettersi allo specchio, insomma. Ciò non può più avvenire, per una serie di ragioni che sarebbe lungo spiegare. Ma questo schema del romanzo in qualche modo è ancora presente nel libro di Caracci; è presente perché innanzitutto lui proietta nel passato le vicende o meglio le va a pescare nel passato; individua due paletti cronologici molto ben definiti: inizia a parlarci della Ragusa degli anni di passaggio dal dominio veneziano al dominio ungherese e quindi ambienta una parte delle vicende alla metà del XIV secolo circa, e chiude il suo libro con una descrizione molto bella del terremoto del 1667 che rappresenta in qualche maniera la fine del periodo più rigoglioso della città. Campata storica che non è morta, inerte: dietro a questo scenario che lui evoca abilmente c’è infatti la presenza avvertibilissima per il lettore di una competenza storica come disciolta nell’atmosfera, competenza molto nutriente per il lettore cui Caracci dà dei suggerimenti senza però mai appesantire la narrazione: la quotidianità della guarnigione ragusea a Sabbioncello, le vicende varie e complesse, felici, qualche volta catastrofiche della mercatura, il rapporto mai facile, in una città snodo e punto di conflitto tra popoli e civiltà, con l’entroterra oppure con quelle altre potenze con le quali Ragusa spartiva in condominio l’Adriatico; poi ci sono riferimenti anche giuridici, a delle leggi che obbligavano per esempio gli schiavi liberati a mantenere un rapporto molto stretto di sudditanza nei confronti dell’ex padrone. Insomma c’è in questo libro una dimensione storica molto presente che non è tanto superficiale da farci parlare di ‘fantastoria’, un genere abbastanza alla moda, ma non è d’altra parte tanto incombente da essere oppressiva e prosciugare per così dire il piacere della lettura. Dove però subentra l’altro archetipo che secondo me prevale e costituisce il più grande fascino di questo libro è nella scelta del punto di vista. Apro una piccola parentesi: tutti noi quando scriviamo, anche coloro che non si pongono in modo consapevole il problema di un ben definito progetto di scrittura, ovvero quando prendiamo la penna in mano per scrivere una lettera, per scrivere una relazione, per scrivere una poesia, abbiamo dentro di noi degli archetipi di lettura, – perché siamo nell’epoca della scrittura, l’epoca di Gutenberg non è finita nonostante certi pessimi profeti – che sono l’esperienza che abbiamo fatto come lettori e che in modo più o meno consapevole si sono stratificati, vivono e operano in noi. Quindi, per tornare a Caracci, da una parte il romanzo storico e dall’altra un archetipo intimistico, “confessionale”, a partire dal quale uno scrittore dimenticando lo scenario storico e geografico dove ambienta la sua storia cerca di mettere a nudo qualcosa che lo riguarda profondamente in una dimensione intima psicologica esistenziale. Lo spostamento dal piano archetipico del romanzo storico al livello del racconto dell’io avviene nel libro di Caracci attraverso un artificio sfruttato secondo me in maniera magistrale. Un artificio che è anche documentato in altri libri scritti in questi anni come a dimostrare la puntualità epocale di questo punto di arrivo; penso all’ultimo romanzo di Magris, penso al romanzo di Péter Esterházy, Armonia coelestis; cioè, per spiegare meglio, il  romanzo ‘raguseo’ di Caracci è al novanta per cento un racconto in prima persona, e ciò legittima pienamente il fatto che emergano sentimenti, emozioni, impressioni, dove sicuramente lo scrittore mette qualcosa, molto?, della propria sensibilità. Ma il colpo di genio è quello di dare a questo personaggio che dice io una dimensione di esperienze sempre diverse; in altre parole noi, quasi in ogni capitolo, facciamo la conoscenza di diversi personaggi che parlano sempre in prima persona, che ci rivolgono la parola direttamente, se posso dire guardandoci negli occhi, ma questi personaggi sono in effetti tutti diversi, tutti diversamente collocati nella parabola storica, nella scala sociale, nel registro delle età. L’autore è infatti sufficientemente smaliziato – e qui l’etichetta ‘esordiente’ che lui ama usare per se stesso in qualche modo stride – per dare volta per volta a questo Io multiforme delle connotazioni particolari o di carattere o esperienziali in modo da farci capire che non è lo stesso io che ci ha parlato nel capitolo precedente. Quindi è come se lungo un arco di quasi trecento anni diversi personaggi prendessero la parola, capitolo dopo capitolo, senza però ovviamente specificare le loro generalità anagrafiche e confessassero qualche cosa di loro stessi, facendo percepire attraverso questa confessione anche degli elementi caratteristici della loro vita, del tempo storico che hanno vissuto, delle esperienze che hanno affrontato e di cui hanno sofferto. Questo passaggio dal racconto in terza persona che è caratteristico della modalità narrativa del romanzo ottocentesco a questo snodo di personaggi diversi ma che dicono tutti io prendendosi la forte responsabilità di parlare direttamente al lettore è uno degli elementi di grande fascino del romanzo. Ovviamente passando dal narratore in terza persona a un racconto di confessione e di memoria sia pure così sfaccettato e articolato e così ricco di nuove presenze si paga un prezzo, quello della panoramica d’insieme, tipica del romanzo storico. Se io infatti confesso qualcosa della mia vita, esteriore o intima, partendo da un punto di vista che viene pregiudizialmente dato come individuale e soggettivo ovviamente rinuncio a una visione panoramica; d’altra parte guadagno una fortissima complicità col lettore, la possibilità di trascinarlo nella mia storia e farlo partecipe delle mie vicende. Come se diventasse ‘complice’, o parte, di quell’Io che capitolo dopo capitolo si presenta sulla scena. Tornando al discorso sul romanzo storico dell’Ottocento e sulla sua consuetudine a raccontare in terza persona, è come se Scott, Manzoni, Dostojevski salissero su un campanile per descrivere il mondo intorno a loro, che brulica di vita e di esperienze. Il moderno romanziere dell’Io trova invece le tracce della molteplicità della vita dentro di sé, e così le riconduce, potremmo dire, a un denominatore comune. Questo è l’aspetto che più mi ha colpito nel romanzo di Caracci, che pur intonando da una parte una musica che è – se posso usare questa metafora – storica, dall’altra parte riesce abilmente a gettare il suo amo e ad attirare dentro la storia, fra le mura di Ragusa, i lettori che si sentono pienamente coinvolti perché volta per volta ascoltano delle confessioni che giungono fino nell’intimo del loro cuore e quindi ogni volta  partecipano della vicenda che in quel momento si sta raccontando. Ecco, è questa forse la posizione nella quale va collocato questo libro, se lo guardiamo dal punto di vista dei grandi schemi letterari. Un libro che, ma non solo per questa ragione, consiglio caldamente di leggere. Non voglio tirarla troppo per le lunghe, per quanto ci sarebbero molte cose ancora da dire, o da chiedere a Caracci: il libro è nato di getto, o si compone di parti scritte in momenti diversi e poi fuse in un tutt’uno? Non si avvertono punti di sutura, ma questo non basta per capire la genesi del libro. E poi, quali modelli hanno ispirato questo libro, da dove nasce il suo gusto raffinatissimo per un lessico non erudito, ma certo scelto con cura, con attenzione al ritmo e all’intonazione? Domande che lasciamo aperte, per dire invece un’ultima cosa a proposito della Luce di Ragusa: perché quello che mi sta a cuore, prima di concludere, è tentare di qualificare quello che i tedeschi chiamano Stimmung, cioè l’atmosfera del romanzo. La sua ‘luce’ particolare e inconfondibile, l’intonazione sentimentale che più marcatamente lo pervade. E l’atmosfera di questo romanzo si può riassumere, secondo me, in un sintagma molto semplice: intenerita nostalgia. Ciò che spira dal libro di Caracci è infatti un senso nostalgico e malinconico di paradiso perduto e forse ritrovato. Quel groppo alla gola che prende il lettore quando legge le storie di questo libro e si mette in sintonia con tutte queste persone che raccontano di sé e lo prendono nella rete delle proprie vicende, sentimenti, pensieri è in gran parte dovuto alla capacità di mettere in opera questo straordinario, eterno e un po’ malandrino artificio della letteratura che è la malinconia e la nostalgia. Vorrei leggere una decina di righe per mostrare un momento in cui, a parer mio, la Stimmung si rivela nel modo più aperto, offrendoci un primo tassello per l’interpretazione critica del libro e chiarendo anche meglio ciò che intendo dire: è il tramonto, giochi di luci e di ombre, miraggi forse del desiderio. E i rumori della natura mediterranea. Afose giornate che si ristorano al calar della sera: “Rimango solo a cena, seduto al tavolo dell’unica osteria del paese aperta sotto un pergolato nella sola, silenziosa piazza del villaggio. È l’ora in cui le cicale ammutoliscono; all’alba, il sole sarebbe tornato a scatenarle d’un colpo, tutte insieme, a ripetere ancora, tutte insieme, che comincia un altro giorno d’estate a Mestà, sull’isola dei lentischi, nel mare Mediterraneo. E tramonta lentamente, come accompagnasse quell’ammutolire, mentre da lontani stagni cominciano le rane; appare, scompare tra le diverse altezze dei tetti, dietro gli spigoli delle case, trascorre nella pergola di glicine e cambia colore per rifarsi rosso, a un soffio di vento; allora, si disegnano sui muri ombre vaghe, da non poter dire se fossero la coda dell’asino, di cui indovino gli zoccoli alle mie spalle o, magari, è l’immagine del mio braccio col bicchiere in mano; forse, si riflette il trafficare silenzioso della ragazza, mentre prepara la cena dentro l’osteria, già illuminata dalla lampada”. Beh, ditemi voi se questa è una pagina da esordiente.


Presentazione dei libri di Cristiano Caracci, Né turchi né ebrei ma nobili ragusei (Mariano del Friuli 2004) e La luce di Ragusa (Treviso 2005). Trieste, 24 maggio 2006. Interventi di Adriano Papo, Diego Redivo, Fulvio Senardi e Pietro Spirito.

 

INCONTRI CON L’AUTORE – 13/11/2006-
"La luce di Ragusa" in Sala Aiace

Sala Aiace- Udine-, presentazione del romanzo “La luce di Ragusa”, introduce il dr. Romano Vecchiet, direttore della civica biblioteca di Udine e trattazione del prof. Ulderico Bernardi, ordinario nell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

 

 

Messaggero Veneto 13/11/2006
"La luce di Ragusa" in Sala Aiace

 

Sarà presentato oggi pomeriggio, alle 18, in sala Aiace, a Udine, il romanzo La luce di Ragusa, di Cristiano Caracci, edito da Santi Quaranta. Romanzo e autore saranno presentati da Ulderico Bernardi, docente dell'Università Ca' Foscari di Venezia, mentre l'introduzione toccherà al direttore della biblioteca civica Joppi, Romano Vecchiet.
Dopo aver riscosso un lusinghiero successo con Nè Turchi nè Ebrei ma Nobili Ragusei, un excursus storico-istituzionale sulla città-stato di Ragusa- Dubrovnik, apprezzato da critica e lettori non solo per l'ampia e solida documentazione, ma anche per la raffinata qualità letteraria, l'avvocato udinese Cristiano Caracci ha rivisitato questa volta la storia della repubblica marinara adriatica che tanto ama in chiave decisamente narrativa, rivelandosi scrittore eccellente e originale con una prosa insolita, densa, evocativa.

 

Club Unesco Udine 13/11/2006
Ulderico Bernardi in Sala Ajace lunedì 13 novembre presenta il romanzo di Cristiano Caracci "La luce di Ragusa"

Lunedì 13 novembre 2006, alle ore 18.00, presso Sala Ajace di Piazza Libertà a Udine, per il ciclo degli "Incontri con l'Autore" organizzati dall'Assessorato alla cultura e dalla Biblioteca Civica "Joppi" in collaborazione con il Club Unesco di Udine, il prof. Ulderico Bernardi (Università Ca' Foscari di Venezia) presenterà il romanzo "La luce di Ragusa" di Cristiano Caracci, edito a Treviso da Santi Quaranta e giunto quest'anno in seconda edizione.
Introdurrà Romano Vecchiet, Direttore della Biblioteca Civica "V. Joppi" di Udine. Sarà presente l'Autore.
I mercanti ragusei, le loro relazioni commerciali nei Balcani e nel Mediterraneo, la maestosa figura di Bernardo Gundlig, la peste e il terremoto sono alcuni "fili" preziosi della tela intessuta da Cristiano Caracci all'interno de "La luce di Ragusa". Il romanzo ha una circolarità di evocazione incessante: una sorta di staffetta continua passa la mano ai diversi raccontatori dando vita a uno splendido diario, che è insieme storia di una famiglia attraverso più generazioni e storia originale di Ragusa-Dubrovnik, la famosa "piccola" repubblica marinara adriatica.
Cristiano Caracci è nato a Udine nel 1948, dove esercita la professione di avvocato civilista. Appassionato di storia del diritto mediterraneo, è innamorato particolarmente della storia di Ragusa. Nel 2004 ha pubblicato per le Edizioni della Laguna un breve excursus storico-giuridico sulla città adriatica dall'accativante titolo "nè Turchi nè ebrei ma Nobili Ragusei".
Dopo la presentazione, nell'anti sala Ajace, ci sarà un brindisi di commiato.

 

Udine comunica 13/11/2006
Incontri con l'autore: presentazione del romanzo 'La luce di Ragusa'

 

Lunedì 13 novembre 2006 alle ore 18,00 nella Sala Ajace di Piazza Libertà, per il ciclo degli "Incontri con l'Autore" organizzati dall'Assessorato alla Cultura e dalla Biblioteca Civica in collaborazione con il Club Unesco di Udine, il professor Ulderico Bernardi (Università Ca' Foscari di Venezia) presenterà il romanzo "La luce di Ragusa" di Cristiano Caracci, edito a Treviso da Santi Quaranta e giunto quest'anno in seconda edizione.
Introdurrà il dottor Romano Vecchiet, Direttore della Biblioteca Civica "V. Joppi" di Udine. Sarà presente l'Autore.
I mercanti ragusei, le loro relazioni commerciali nei Balcani e nel Mediterraneo, la maestosa figura di Bernardo Gundulig, la peste e il terremoto sono alcuni "fili" preziosi della tela intessuta da Cristiano Caracci all'interno de "La luce di Ragusa". Il romanzo ha una circolarità di evocazione incessante: una sorta di staffetta continua passa la mano ai diversi raccontatori dando vita a uno splendido diario, che è insieme storia di una famiglia attraverso più generazioni e storia originale di Ragusa-Dubrovnik, la famosa "piccola" repubblica marinara adriatica.
Cristiano Caracci è nato a Udine nel 1948, dove esercita la professione di avvocato civilista. Dopo la presentazione, nell'anti sala Ajace, ci sarà un brindisi di commiato.

 

Messaggero Veneto, 11/11/2006
"La luce di Ragusa" lunedì in sala Aiace
Il romanzo di Cristiano Caracci presentato da Ulderico Bernardi e Romano Vecchiet

di Mario Turello
Sarà presentato lunedì alle 18:00, in sala Aiace a Udine, il romanzo La luce di Ragusa di Cristiano Caracci, edito da Santi Quaranta. Romanzo e autore saranno presentati da Ulderico Bernardi dell'Università Ca' Foscari di Venezia, mentre l'introduzione toccherà al direttore della biblioteca Joppi, Romano Vecchiet.
Dopo aver ottenuto un lusinghiero successo con Nè Turchi nè ebrei ma Nobili Ragusei, un excursus storico-istituzionale sulla città-stato di Ragusa-Dubrovnik apprezzato da critica e lettori non solo per l'ampia e solida documentazione, ma anche per la raffinata qualità letteraria, l'avvocato udinese Cristiano Caracci rivisita la storia della repubblica marinara adriatica che tanto ama in chiave decisamente narrativa, rivelandosi scrittore eccellente e originale.
È un "piccolo" capolavoro, La luce di Ragusa. Tale è innanzitutto in grazia della scrittura: una prosa insolita, densa, evocativa, che molto esprime e molto più suggerisce in termini di sensazioni, di emozioni, di pensieri. Usa un linguaggio di controllata, sobria eleganza, Caracci, ma sconnette spesso, o piuttosto ricrea, la sintassi, in modo sorprendente, con effetti di felice oralità adattissima alla singolare successione di narrazioni quasi tutte in prima persona, ma praticamente mai in discorso diretto. Uno stile che investe i personaggi di consonanza empatica, rendendone gli stati d'animo con intensità mai sospetta di facile enfasi, e sa commuovere davvero.
È, ciascun io narrante, l'incarnazione della città bellissima, della coraggiosa repubblica marinara, della "virtù ragusea" di cui Caracci è innamorato e canta da rapsodo moltiplicandosi nelle voci dei suoi umanissimi eroi. Le loro vicende, i loro legami e retaggi parentali o amicali si saldano in tre secoli di storia di Ragusa, a cominciare dal passaggio dalla dominazione veneta a quella ungherese sino al terremoto del 1667, tracciando un arco di splendore e decadenza: ogni esistenza frammento ed esempio di una comunità tenace, intraprendente, più di altre luminosa.
È questa l'altra dimensione che fa grande questo libro: Ragusa assurge a utopia di un mondo pienamente umano, improntato a valori profondi di amicizia, di solidarietà, di laboriosità, di serietà, di misura, di saggezza; gli eroi di Caracci, umili o potenti, vinti o vincenti, sono tutti modelli positivi, luce possibile. e intenso è il loro rapporto con i luoghi, coi colori, gli odori i suoni della città, del mare, delle isole come Chio che profuma di lentisco. È, quella dedicata a Chio, la parte che più mi piace delle cinque di cui si compone questo romanzo sui generis, non perchè la più narrativamente compatta, ma perchè mi sembra che, come in un ologramma, contenga il tutto: anche la silenziosa, appartata Mestà, città «che non si può dire» è un luogo dell'anima: «Forse si può solo dire di quanto Mestà fosse bella e dolce, di come fosse addirittura lieto quel suo colore, quell'aspetto di arrocco a tutela di cose buone, di abitanti gentili e miti... »

 

Cultura globale 10/11/2006
U. Bernardi presenta il romanzo di Caracci “La luce di Ragusa”

Sala Ajace Udine lunedì 13 novembre ore 18.00
Introduce Romano Vecchiet Direttore della Biblioteca Civica “V. Joppi” di Udine sarà presente l’Autore.

I mercanti ragusei, le loro relazioni commerciali nei Balcani e nel Mediterraneo, la maestosa figura di Bernardo Gundulig, la peste e il terremoto sono alcuni “fili” preziosi della tela intessuta da Cristiano Caracci all’interno de “La luce di Ragusa”.
Il romanzo ha una circolarità di evocazione incessante: una sorta di staffetta continua passa la mano ai diversi raccontatori dando vita a uno splendido diario, che è insieme storia di una famiglia attraverso più generazioni e storia originale di Ragusa-Dubrovnik, la famosa “piccola” republica marinara adriatica.
Lunedì 13 novembre 2006, alle ore 18.00, presso Sala Ajace di Piazza Libertà a Udine, per il ciclo degli “Incontri con l’Autore” organizzati dall’Assessorato alla Cultura e dalla Biblioteca Civica “Joppi” in collaborazione con il Club Unesco di Udine, il prof. Ulderico Bernardi (Università Ca’ Foscari di Venezia) presenterà il romanzo “La luce di Ragusa” di Cristiano Caracci, edito a Treviso da Santi Quaranta e giunto quest’anno in seconda edizione.
Introdurrà Romano Vecchiet, Direttore della Biblioteca Civica “V. Joppi” di Udine. Sarà presente l’Autore.
Cristiano Caracci è nato a Udine nel 1948, dove esercita la professione di avvocato civilista. Appassionato di storia del diritto mediterraneo, è innamorato particolarmente della storia di Ragusa. Nel 2004 ha pubblicato per le Edizioni della Laguna un breve excursus storico-giuridico sulla città adriatica dall’accattivante titolo “Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei”. Dopo la presentazione, nell’anti sala Ajace, ci sarà un brindisi di commiato.
Venerdì, 10 Novembre, 2006

 

Biblioteca civica V. Joppi ultime notizie 09/11/2006
Ulderico Bernardi presenta in Sala Ajace il romanzo "La luce di Ragusa" dell'avvocato udinese Cristiano Caracci

Lunedì 13 novembre 2006, alle ore 18.00, presso Sala Ajace di Piazza Libertà a Udine, in collaborazione con il Club Unesco di Udine, il prof. Ulderico Bernardi (Università Ca' Foscari di Venezia) presenterà il romanzo "La luce di Ragusa" di Cristiano Caracci, edito a Treviso da Santi Quaranta e giunto quest'anno in seconda edizione.
Introdurrà Romano Vecchiet, Direttore della Biblioteca Civica "V. Joppi" di Udine. Sarà presente l'Autore.
I mercanti ragusei, le loro relazioni commerciali nei Balcani e nel Mediterraneo, la maestosa figura di Bernardo Gundulig, la peste e il terremoto sono alcuni "fili" preziosi della tela intessuta da Cristiano Caracci all'interno de "La luce di Ragusa". Il romanzo ha una circolarità di evocazione incessante: una sorta di staffetta continua passa la mano ai diversi raccontatori dando vita a uno splendido diario, che è insieme storia di una famiglia attraverso più generazioni e storia originale di Ragusa-Dubrovnik, la famosa "piccola" repubblica marinara adriatica.
Cristiano Caracci è nato a Udine nel 1948, dove esercita la professione di avvocato civilista. Appassionato di storia del diritto mediterraneo, è innamorato particolarmente della storia di Ragusa. Nel 2004 ha pubblicato per le Edizioni della Laguna un breve excursus storico-giuridico sulla città adriatica dall'accattivante titolo "Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei".
Dopo la presentazione, nell'anti sala Ajace, ci sarà un brindisi di commiato.

 

L'arena di Pola 30/10/2006
La luce di Ragusa
Crudezze, nostalgie e stupori sotto la luce di Ragusa

Nel suo torrentizio e indiscriminato presentare esordienti, l'editoria di questi ultimi anni non ha voluto separare il grano dal loglio. La recensistica (non parliamo di critica), quella che di «capolavoro» in «capolavoro» s'immedesima col mercato, nemmeno. Evidenziare un'eccezione in mezzo a una quotidiana eccezionalità è difficile, manon con questo romanzo. Ragusa era il nome italiano dell'attuale Dubrovnik e il libro di Caracci, oltre a celebrarne la luce, fin dal titolo, ce ne racconta i mercati e i mercanti, le relazioni commerciali, le figure, le feste e le tradizioni, la storia e l'anima. Il romanzo è generazionale e comincia con uno schiavo ai remi, scampato alla peste e fatto libero dal suo padrone in virtù di un delicato compito compiuto. Si sposa con una schiava pur essa liberta, ma ricade in cattività per la rapacità dei suoi signori. Emigra, o per meglio dire, fugge, ha un figlio, Dussan, mentre dove stanno il territorio passa di governo ai principi magiari che hanno sconfitto Venezia. Ora il romanzo procede per il sisseguirsi di tanti «io» narranti: da Dussan stesso che torna vogatore a Ragusa, a Marino suo figlio adottivo che si sposa con Maria e al quale cede il testimone della prima persona. Poi agiranno Bernardo Gundulig, l'illustrissimo e più grande personaggio del libro, Maria la moglie di Marino e così via.
Fortune che salgono e fortune che scendono, transazioni, affari, eredità, sequestri e dissequestri, atti e misfatti di notai e di notabili. Di nuovo la peste e infine il terremoto: una storia di famiglie parallela a quella grande dei dominii, delle guerre, dei destini internazionali. Storia di Ragusa e della sua luce, i cui tagli, spettri, rifrangenze e balenii, accompagnano urbane crudezze, nostalgie, fascinazioni e stupori.
Claudio Toscani da L'Osservatore Romano 25/1/2006

 

il Domenicale 7/10/2006

Storia antica di Ragusa
L’esordio raffinatissimo e colto di Caracci

Come in una staffetta, generazioni di padri e figli si passano il testimone della storia percorrendo una pista lunga circa due secoli.
Si tratta di una saga familiare e di un romanzo storico con protagonista la repubblica marinara di Ragusa, l’attuale Dubrovnik, ma anche di un diario. Infatti, in ogni capitolo un io narrante diverso intreccia un pezzo della trama di vicende umane drammatiche e prosaiche al contempo.
Si parte dalla storia d’amore e liberazione di due schiavi – a dettare il passo sono sempre fecondi legami d’amore tra un uomo e una donna – fino
ad arrivare alla peste e al terremoto del 1667. Tutto attraverso il filo conduttore di lunghi viaggi mercantili tra Oriente e Occidente. Per mare. Ma anche dal mare alla terra e poi ancora verso il mare, perché il suo richiamo è troppo forte, ma ancora più forte è quello di Ragusa, la città che ha ispirato la prima prova narrativa di Cristiano Caracci. L’autore, originario di Udine, di professione fa l’avvocato, ma coltiva una grande passione per la storia del diritto mediterraneo e in particolare per la città adriatica, tanto da dedicarle nel 2004 un saggio storico-giuridico intitolato Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei.
La luce di Ragusa è stata pubblicata invece nel 2005, ma in forza dell’apprezzamento riscontrato è stata ristampata quest’anno. Un testo per palati fini e pazienti, disposti a gustare la storia di mercanti d’altri tempi e ad assaporarne la suggestiva atmosfera ai barbagli del fuoco di un camino, magari durante un tramonto invernale. Lo stile, perché di stile studiato e personalissimo si tratta, denuncia molta cura e preparazione, e una doppia formazione giuridico- letteraria. Colto, raffinato e garbato, senza essere affettato e retorico, Caracci si avvale di un lessico forbito e di una sintassi asciutta ed essenziale, con qualche virtuosismo che le conferisce un ritmo antico, ingentilendola. È così che ci trasporta in un mondo epico, lontano eppure assai reale. Palpabile nell’umidità che sale dalle acque del mare. Ma anche un mondo innegabilmente spirituale, in cui gli uomini si muovono e lavorano per garantirsi la sopravvivenza e la salvezza.
Del corpo e dell’anima.

Elena Inversetti

 

Atipiche Letture ottobre 2006
TRAMA O CITAZIONE

I mercanti ragusei, le loro relazioni commerciali nei Balcani e nel Mediterraneo, la maestosa figura di Bernardo Gundulig, la peste, il terremoto sono alcuni “fili” preziosi della tela intessuta da Cristiano Caracci all’interno de La luce di Ragusa.
Ma ci sono altri “punti fermi”, altre cadenze, atmosfere, figure; altri personaggi a segnare l’opera. Il romanzo ha una circolarità di evocazione incessante: una sorta di staffetta continua passa la mano ai diversi raccontatori dando vita a uno splendido “diario”, che è insieme storia di una famiglia attraverso più generazioni e storia originale di Ragusa-Dubrovnik, la famosa “piccola” repubblica marinara adriatica.

NOTA DI LETTURA
Come in una staffetta, generazioni di padri e figli si passano il testimone della storia percorrendo una pista lunga circa due secoli. Si tratta di una saga familiare e di un romanzo storico con protagonista la repubblica marinara di Ragusa, l'attuale Dubrovnik, ma anche di un diario. Infatti, in ogni capitolo un io narrante diverso intreccia un pezzo della trama di vicende umane drammatiche e prosaiche al contempo.
Si parte dalla storia d'amore e liberazione di due schiavi - a dettare il passo sono sempre fecondi legami d'amore tra un uomo e una donna - fino ad arrivare alla peste e al terremoto del 1667. Tutto attraverso il filo conduttore di lunghi viaggi mercantili tra Oriente e Occidente. Per mare. Ma anche dal mare alla terra e poi ancora verso il mare, perché il suo richiamo è troppo forte, ma ancora più forte è quello di Ragusa, la città che ha ispirato la prima prova narrativa di Cristiano Caracci. L'autore, originario di Udine, di professione fa l'avvocato, ma coltiva una grande passione per la storia del diritto mediterraneo e in particolare per la città adriatica, tanto da dedicarle nel 2004 un saggio storico-giuridico intitolato Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei.
La luce di Ragusa è stato pubblicato invece nel 2005, ma in forza dell'apprezzamento riscontrato è stata ristampata quest'anno. Un testo per palati fini e pazienti, disposti a gustare la storia di mercanti d'altri tempi e ad assaporarne la suggestiva atmosfera ai barbagli del fuoco di un camino, magari durante un tramonto invernale.
Lo stile, perché di stile studiato e personalissimo si tratta, denuncia molta cura e preparazione, e una doppia formazione giuridico-letteraria. Colto, raffinato e garbato, senza essere affettato e retorico, Caracci si avvale di un lessico forbito e di una sintassi asciutta ed essenziale, con qualche virtuosismo che le conferisce un ritmo antico, ingentilendola. È così che ci trasporta in un mondo epico, lontano eppure assai reale. Palpabile nell'umidità che sale dalle acque del mare.
Ma anche un mondo innegabilmente spirituale, in cui gli uomini si muovono e lavorano per garantirsi la sopravvivenza e la salvezza.
Del corpo e dell'anima.

Il Dalmata agosto 2006

Il Dalmata agosto 2006

Avvocato di Udine, prima opera narrativa (in precedenza ha pubblicato un libro storico Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei) che rivisita la storia della Repubblica marinara in chiave romanzesca rivelandosi scrittore eccellente ed originale. Storia a più voci della famiglia Gundulig a Ragusa, è un delizioso romanzo storico per l'intreccio umano dei protagonisti del romanzo. È un piccolo capolavoro di cui parla Mario Turello sul Messaggero Veneto dicendo: "Tale è anzitutto in grazia della scrittura una prosa insolita, densa, evocativa che molto esprime e molto più suggerisce in termini di sensazioni, di emozioni, di pensieri. I personaggi si dipanano in tre secoli di storia di Ragusa, a cominciare dal passaggio dalla dominazione veneta a quella ungherese, sino al terremoto del 1667, tracciando un arco di splendore e decadenza: ogni esistenza è un frammento ed un esempio di una comunità tenace, intraprendente, più di altre luminosa."

Cristiano Caracci, La luce di Ragusa, ed. Santi Quaranta 2005, Per l'acquisto: Editrice Santi Quaranta, Via Muggia 7, 31100 Treviso, tel: 0422.433194, € 11,00.

 

Il Gazzettino 22/8/2006
Clauzetto

(lor.pad.) - Si è conclusa con un lusinghiero successo la terza edizione della "Settimana del Libro e degli Autori" curata dalla Biblioteca Civica di Clauzetto e dall'Associazione Culturale Amici della Biblioteca. (...) La manifestazione si è conclusa con la piacevole scoperta di uno scrittore fino a ieri sconosciuto, Cristiano Caracci, avvocato a Udine, che ha presentato, introdotto dal sindaco di Clauzetto, Giuliano Cescutti, il romanzo "La luce di Ragusa", edito da Santi Quaranta e in pochi mesi già giunto alla seconda edizione.
Caracci, appassionato di storia del diritto mediterraneo e particolarmente innamorato della storia di Ragusa (altrimenti detta Dubrovnik) ha intrattenuto il pubblico raccontando della bellezza di questa città, della sua storia e della particolare forma di diritto da essa elaborata, suscitando in molti il desiderio di andare a scoprire la particolare luce di Ragusa.

 

La Vita Cattolica 12/8/2006
"L'estate tutta da leggere"

(...)Ma anche il viaggio intelligente può diventare un’avventura da sogno, e quella che vi proponiamo non occorre andarla a cercare chissà dove, perché è lì, pronta, dietro l’angolo di casa. Prima però dovete leggere l’affascinante libro di Cristiano Caracci, autore nostrano di Udine, edito da Santi Quaranta. “La luce di Ragusa” (oggi Dubrovnik), dei suoi abitatori, dei suoi mercanti, dei loro viaggi, dei riti, delle feste e delle atmosfere che si vivevano in quella città e che, credetemi, affascineranno anche voi.
La penna di Caracci scivola leggera, accattivante sulle pagine del libro, ciascuna delle quali è una scoperta, e la storia di questa fiera repubblica marinara diventa realtà che si perpetua davanti agli occhi incantati del lettore. Dopo, ma solo dopo aver letto questo libro andate a visitare Ragusa, e scoprirete come tutti coloro che ci sono stati, nello “stradun” affollato di gente, lungo le geometriche, altissime mura che costeggiano il mar di Croazia, la luce, fisica e solare, della città di Ragusa.
(...)
a cura di Roberto Iacovissi

 

RADIO 24 – il Sole 24 Ore 06/08/2006
Un libro tira l’altro
di Salvatore Carruba

E restiamo da quelle parti con un libro che ci riporta in una città di cui si è molto parlato in questi ultimi giorni; abbiamo letto anche nelle cronache mondane, perché è diventata una delle mete turistiche più mondane di quest’anno, Dubrovnik e ci riporta lì “La luce di Ragusa” di Cristiano Caracci, (editrice Santi Quaranta, 168 pagine, 11 €). Dubrovnik è appunto Ragusa, la Ragusa di Dalmazia, la celebre città repubblica, capitale di traffici ma anche centro di un grande attività culturale, letteraria e artistica, la cui tradizione è rievocata in questo romanzo di cui è autore uno scrittore non professionista, di professione fa l’avvocato, che però da alcuni anni sente il fascino di Ragusa, di Dubrovnik, e ha dedicato già diversi studi, diversi titoli, a questa città; questo è un romanzo che ci riporta al momento d’oro della bellissima città croata.

 

Rocca 01/08/2006
Cristiano Caracci
La luce di Ragusa
Ed. Santi Quaranta Treviso 2005, pp. 163

Un “viaggio” a Ragusa, nelle tradizioni della repubblica marinara, la storia e la vita della città e dei suoi mercati e della sua gente.
E’ il romanzo di Cristiano Caracci, appassionato da sempre di storia del diritto mediterraneo – Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei il suo primo libro, nel 2004 – come si evince da titoli e contesti un autore particolarmente attirato dalla piccola repubblica marinara adriatica di Ragusa – Dubrovnik.
La luce di Ragusa è romanzo dallo stile fluente e poetico nello stesso tempo: “Al buio – così come apre il libro – smuovo la cenere con un bacchetto cercando l’occhio di un tizzone; tremo dal freddo e il mio braccio, la mano, le dita, il bacchetto tremano; così, proprio quando mi pare di aver visto un baluginio, quel tremolio intirizzito del bacchetto ricopre la perla” (p. 11). L’Autore racconta dei mercanti ragusei, del loro commercio nei Balcani e nel Mediterraneo, della peste e del terremoto e della figura di Bernardo Gundulig, personaggio affascinante e misterioso: “A mezzogiorno di quel febbraio, in chiesa, al suo banco in prima fila, lo sfarzo dei vestiti […] splendeva come i paramenti del vescovo e dei concelebranti; catene d’oro gli pendevano dal collo e dai polsi, il grande rubino al dito, l’alta cintura d’argento così finemente lavorata alla moda turca a stringere la preziosità esagerata delle stoffe rosse e dorate indossate sotto la giacca di zibellino portata aperta; tutto mostrava l’enorme ricchezza di quel redivivo rimasto senza amici in città e che a nessuno rivolgeva la parola, fissando l’altare” (p. 61).
Il pregio della descrizione delle immagini è nel regalare al lettore la sensazione di avere di fronte, come in un film, tutto quello che legge e sente così da poter vivere quell’atmosfera: il profumo del mare, la vista delle navi nel porto, l’estate che sta per finire, il sole e la luce di Ragusa, appunto, anche se si parla di un tempo ormai lontano, Caracci è ben riuscito nel suo intento di emozionare e affascinare. E ci accorgiamo piacevolmente che dalle pagine traspare un forte sentimento e un amore grande verso la terra che egli ci descrive.

Ilenia Beatrice Protopapa

 

Letture
Anno 61 Quaderno 628, Giugno - Luglio 2006

IN BREVE
Un Sud di crudezze, nostalgie e stupori

Tramite un procedimento a “testimone” (sono tanti gli “io” narrati che si  passano la trama di mano in mano), Cristiano Caracci esordisce con La luce di Ragusa  (Santi Quaranta, 2005, pagg. 163, euro 11,00).
D’impianto storico-generazionale, di quella che oggi è l’attuale Dubrovnik, il romanzo ci racconta mercati e mercanti, figure e feste e tradizioni, la storia e l’anima e soprattutto la luminosità.

c.tos.

 

EST-OVEST Radio Uno 07/07/2006
di Sergio Tazzer

Un intreccio di storie, di eventi, di raccontatori, in un romanzo avvincente dal titolo "La luce di Ragusa", autore Cristiano Caracci, edito da Santi Quaranta.
Dubrovnik-Ragusa, la piccola repubblica marinara adriatica sulla sponda orientale, è il palcoscenico e anche la protagonista del romanzo; mercanti ragusei, le loro relazioni commerciali nei Balcani e nel Mediterraneo, la maestosa figura di Bernardo Gundulig, ma anche la peste e in sovrappiù il terremoto, sono i fili preziosi della filigrana intessuta dallo scrittore che dà voce a molti mettendo insieme, alla fine, una storia di famiglia traverso più generazioni e che si confonde con la storia di Ragusa; città autonoma, mercantile nella luce dell’Adriatico, tagliata dallo stradun, il corso principale lastricato che conduce al porto; le mura, le chiese ricche di opere d’arte, i palazzi aristocratici, Caracci sa tracciare vita, storia, anima della città - stato fra mercanti e popolani, tra feste e tradizioni, con una scrittura avvolgente e con un intreccio di grande fascino. Questa è "La Luce di Ragusa".

 

Messaggero Veneto 26/05/2006
Chi c'era

Nell’ambito della manifestazione “Pensieri e sapori” in villa Ariis a Trivignano si è tenuta la presentazione del romanzo di Cristino Caracci  “La luce di Ragusa”. All’incontro hanno partecipato oltre all’autore il pittore Giorgio Celiberti, il vicesindaco di Trivignano Anna Zoccolo, l’editore Ferruccio Mazzariol, Laura Prevedello Ariis e Aldo Ariis che si è occupato dell’approfondimento enologico dell’incontro

 

Il Piccolo 24/05/2006
«Incontro con Ragusa» descritta da Caracci alla Lega Nazionale

Oggi alle 18 nella sede della Lega Nazionale (via Donata 2) “Incontro con Ragusa”, manifestazione promossa dall’associazione culturale italo-ungherese del Friuli Venezia Giulia “Pier Paolo Vergerio” in collaborazione con la Lega Nazionale nel corso della quale verranno presentati i libri di Cristiano Caracci “Né Turchi, né Ebrei ma Nobili Ragusei” (Edizioni della Laguna” e “La luce di Ragusa” (editore Santi Quaranta). Interverranno Adriano Papo, Diego Redivo, Fulvio Senardi e Pietro Squirito. Sarà presente l’autore.

 

Vos di Pais
Anno II n.3, Maggio- Giugno 2006

Un nuovo romanzo
"La luce di Ragusa" è il titolo del libro di Cristiano Caracci, edito da Santi Quaranta, editrice di Treviso, che verrà presentato il 26 maggio '06, in Biblioteca, alle 20.45

Si tratta di un singolare romanzo storico. Ragusa era il nome italiano dell’attuale Dubrovnik, piccola repubblica marinara adriatica e il libro di Caracci, oltre a celebrarne la luce, fin dal titolo, sotto forma di diario, racconta la storia di una famiglia, (dal capostipite, schiavo), attraverso molte generazioni, perciò il romanzo procede per il susseguirsi di tanti “io” narrati. Ma è Ragusa la vera protagonista del romanzo, città di vicenda in vicenda, cercata e abbandonata, ma sempre amata dai singoli protagonisti. “La luce di Ragusa” racconta la storia e l’anima della città, e dei suoi orgogliosi abitanti; un mondo umano, ricco di quei valori di solidarietà, amicizia e laboriosità che, assieme alle sue case, ai palazzi, alle barche, e agli intensi ed abbaglianti colori del mare, ne costituiscono, appunto, la luce che dà il titolo al libro.

 

Pubblinews 14/4/2006
“La luce di Ragusa”. Un romanzo avvincente di Cristiano Caracci
LA STORIA DI UNA CITTÀ NOBILE E DEI SUOI ABITANTI

A distanza di un anno dall’excursus storico-giuridico sulla singolare città-stato di Ragusa (Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei, edizioni della Laguna, 2004), Cristiano Caracci licenzia la sua prima prova narrativa con un originale affresco sulla piccola grande repubblica marinara adriatica, affidando il suo impegno per i tipi di una casa editrice trevigiana, di raffinata qualità, qual è, appunto, l’Editrice Santi Quaranta fondata dallo scrittore Ferruccio Mazzariol. La luce di Ragusa si distanza dalla moltitudine dei romanzi in circolazione, per una ragione che è poi il suo aspetto più sorprendente: la capacità di una scrittura alta, colta, senza mai abbandonarsi alla retorica o accademismo. Il suo linguaggio corre spedito alla meta, non inciampa nei ghirigori del descrittivismo fine a se stesso, dal momento che predilige l’asciuttezza concreta, ma allo stesso tempo turgida di emozioni.
Il romanzo s’impone, tra l’altro, per la sua struttura circolare, cioè l’autore non si ferma a contemplare, a minuziare luoghi e personaggi, ma s’affida alla libera escursione favorendo ed innescando così una molteplicità di situazioni sempre diverse, nonostante la matrice sia unica.
A voler semplificare potremmo dire che ai margini si sviluppa una specie di “giornale di bordo”, un “diario” che al suo interno contempla le vicende di più generazioni che vivono nella malinconia della luce straordinaria della città d’origine, alla quale si sentono vicini, anche quando la vita impone loro rotte inusuali.
Parallelo si snoda, altresì, un percorso di empatie, a livelli multipli, che si intreccia in un tutt’uno alla storia di Ragusa, una città di cui il Caracci si fa rapsodo innamorato e sensibile.
E’ evidente che Caracci riesce a catturare, attraverso una scrittura limpida e forbita, l’anima dei luoghi ragusei, dove colloca e fa vivere i suoi eroi, pieni d’umanità, perciò anti-eroi, nel senso che essi non compiono gesta o imprese di titanico spessore, ma rappresentano la unicità di un mondo che si trova a combattere, a gioire, a soffrire, ad amare, proprio come accade a tutti noi. Essi finiscono, nonostante ciò, con l’essere archetipi di un mondo e di una cultura, con la capacità di sapersi ritagliare un proprio spazio di autonomia, fatto di piccole verità e di minimi vantaggi.
C’è da dire, inoltre, come tutte le pagine siano attraversate e pervase da un senso di nostalgia prepotente, che se per un verso rallentano la conoscenza, dall’altro innescano un processo di suggerimenti ricchi di nuovi approdi. Così dal primo capitolo all’ultimo, questi anti-eroi avranno il potere di raccontare e di raccontarsi, di proiettarsi nei luoghi amati-odiati, per conoscere le verità intime e spesso sconosciute alle “storie” ufficiali, ma soprattutto di avvicinarsi sempre di più alla propria condizione di uomini, fatti di carne e di sangue.
Il racconto, tenuto sempre in prima persona, con un io referente, si dipana senza intoppi, liberamente articolato e severamente controllato. Che è poi una qualità rara in tempi come i nostri, che amano indulgere più alla sciatteria linguistica e contenutistica. E fosse solo per questo, noi ci auguriamo che Caracci si senta stimolato a darci in futuro altre prove, belle e pulite, come questa splendida “luce di Ragusa”.

Angelo Lippo

(Pubblicato anche su Literary)

 

Il Giornale 25/3/2006
ALBUM Cultura & Spettacoli
IL ROMANZO
Quando l’antica Ragusa illuminava l’Adriatico

GUIDO MATTIONI

Triste è l’uomo (o la donna) senza un luogo dello spirito. Privo cioè di uno di quei punti, anche minuscoli sulla carta geografica, forse perfino apparentemente insignificanti agli occhi di tutti gli altri esseri umani, ma dove è bello – intimamente, individualmente, sempre caparbiamente – anche soltanto sognare di potervi un giorno vivere o dove più concretamente sperare di ritornare al più presto.  Per una visita, per un abbraccio, per un bacio.
Perché il luogo dello spirito, in fondo, altro non è che questo: un secondo amore nascosto, un adulterio lontano, un peccato comunque confessabile. Perché assolutamente lecito, casto, innocente. E il luogo dello spirito, l’illibato tradimento di Cristiano Caracci, classe 1948, avvocato udinese, uomo di vasta cultura, oltreché scopritore tardivo del proprio talento letterario, è senz’ombra di dubbio quella che fu l’antica Ragusa. O Dubrovnik, come è stata poi ribattezzata in idioma più gutturale e senza dubbio meno dolce della lingua italiana. Ma questa, come si sa bene, è tutta un’altra storia.
La storia che invece qui interessa (e che ha fatto innamorare Caracci) è quella passata, quando Ragusa, era un vivace porto sull’Adriatico, cresciuto via via fino a diventare una florida repubblica marinara popolata da quell’irrequieta zente de mar, apolide per natura e mercantile per alterazione genetica, si trattasse dell’ultimo dei barcaioli o del più ricco gestore di empori. Quando la città era un luogo quasi magico, sospeso tra Oriente e Occidente. Ma sospeso anche in quella luce tersa, dorata, che ha fatto innamorare l’autore e che non a caso dà il titolo a questa sua seconda opera (La luce di Ragusa, Santi Quaranta, pagg. 162, euro 11). La prima di narrativa dopo Né Turchi né Ebrei ma nobili Ragusei, un saggio storico-giudirico proprio sull’antica città-stato. Anche se non lo dice, Caracci, friulano di nascita e piemontese per parte di madre, rivela però nel suo scrivere e descrivere (ma in fondo, appunto, nel suo amare quel luogo) l’influenza predominante – un fenomeno di ritorno – del sangue del nonno paterno, siciliano di Partanna. Così si spiegano sia il suo privato e accanito inseguimento della luce e del profumo salmastro del Mediterraneo appena ha un’occasione di vacanza, sia questo suo amore pubblicamente trasformato in parole, pensieri, capitoli. Luci e profumi che accompagnano – quasi si vedono, quasi si sentono, proprio come ad aprire una finestra su quel porto – anche l’intreccio umano dei protagonisti del romanzo, dipanato lungo un filo narrativo in cui tanti protagonisti si alternano a staffetta, percorrendo le generazioni. Su tutti uno, Bernardo Gundulig, uomo maestoso e dal nome già intrigante. Ma di più non diremo, perché questa è la sua storia.

 

Il Nostro Tempo 19/2/2006
NARRATIVA
Delizioso romanzo storico dell’esordiente Cristiano Caracci

STORIA A PIU’ VOCI DELLA FAMIGLIA GUNDULIG A RAGUSA, PICCOLA REPUBBLICA MARINARA
LUCA DESIATO

I racconti di terre e città che si affacciano sul Mediterraneo, il mare nostrum dei Romani, possiedono sempre il fascino di vecchie storie ritrovate. «La luce di Ragusa» dell’esordiente Cristiano Caracci è un piccolo bel romanzo storico recentemente edito dall’editore trevisano Santi Quaranta. E’ questa una storia a più voci della famiglia Gundulig e di altre in qualche modo affini o imparentate che alle proprie vicende personali intrecciano la storia grande sullo sfondo: quella di Ragusa piccola Repubblica marinara e perla dell’Adriatico, l’odierna città croata di Dubrovnik.
Una città vissuta dapprima sotto il dominio e poi sotto l’influsso di Venezia, della quale conserverà per sempre il marchio di lingua, abitudini, mentalità e arte, e ben presto affrancatasi da quella per la ricchezza dei commerci e divenutane rivale, sotto la protezione del taumaturgo san Biagio. Una storia che inizia nel Rinascimento e si dipana per un paio di secoli. Le voci che si alternano sono quelle di mercanti, ma anche di schiavi e piccoli salariati.
Racconti di fatica ai remi, di carico e scarico di merci nei fondaci, bruta convivenza con la terra e gli animali delle stalle. E storie di peste, la morte nera che a ondate cicliche ara con la sua falce le città della costa e le isole dalmate. Tempi di eroismi, come la spedizione per potare in salvo l’ultimo rampollo di famiglia nobile ragusea.
Ma anche possibilità per lo schiavo capace di tale coraggiosa impresa di raggiungere come premio la libertà, l’ingaggio come marinaio, il ritorno a terra: la vita contadina fino a che Dusan, il figlio giovane, spinto dal miraggio vorrà tornare nella magica Ragusa a cercare fortuna. La fortuna arriderà, con le possibilità del commercio.
Le generazioni si susseguono, suo figlio sarà soldato, il nipote marinaio, il pronipote mercante affiliato e poi socio del ricchissimo mercante Bernardo in fuga dalla Bosnia conquistata dagli ottomani. Sarà l’agiatezza sognata, per lui, e le generazioni che seguiranno.
A tali storie si intersecano quelle del dragomanno Niccolò, ambasciatore del senato raguseo presso il sultano di Istanbul, ormai centro del Mediterraneo dopo la conquista turca delle isole greche e della penisola balcanica fin quasi a Vienna e all’Ungheria.
Oppure la storia del mercante Pietro Ruschi che farà affari lucrosi con la vendita della pregiata resina, o coi genovesi di Chio prima che l’isola venga occupata dagli ottomani. La crisi strisciante del commercio esploderà nel Seicento, al momento dell’apertura delle rotte commerciali oceaniche di Spagna, Portogallo e Olanda verso le Americhe. La decadenza di Venezia e delle Repubbliche marinare coinvolgerà anche la luminosa città di Ragusa.

Interessante, nel romanzo di Caracci, la rievocazione storica basata su documenti d’epoca, la panoramica della vita, degli usi e la mentalità di quella gente dalmata, dei costumi metà slavi e metà veneziani, delle ricchezze saggiamente amministrate, degli splendidi fondali di architetture di palazzi nobili, chiese, chiostri e conventi riecheggianti la Serenissima (il mitico stradùn, il corso dell’odierna Dubrovnik), infine delle imprese mercantili, un occhio alla cristianità e un occhio all’Islam, in competizione ma anche in sofferta convivenza e dialogo, un tema oggi decisamente attuale.

 

La Provincia 17/2/2006
CulturaSpettacoli
CARACCI E LA LUCE DI RAGUSA

I mercanti ragusei, le loro relazioni commerciali nei Balcani e nel Mediterraneo, la maestosa figura di Bernardo Gundulig, la peste, il terremoto sono alcuni"fili" della tela intessuta da Cristiano Caracci all’interno de «La luce di Ragusa» (Santi Quaranta, 164 pagine, 11 euro).

 

Il Gazzettino 9/2/2006
GIORNATA DEL RICORDO
Istria e Dalmazia, tre libri sulla memoria, fra rabbia, paura, nostalgia e speranza

[…]
Fra gli altri libri incentrati su queste zone, segnaliamo anche “La luce di Ragusa”, scritto dall’avvocato e storico udinese Cristiano Caracci …un romanzo che… ricostruisce, tramite le vicende di una famiglia che attraversano varie generazioni, la storia, la cultura, le feste, le relazioni, della cittadina dalmata.
[…]

Sergio Frigo

 

La Sicilia 6/2/2006
CARACCI
Il sogno senza dimora

LUISA TRENTA MUSSO

«La luce di Ragusa» storia di profughi e di memorie della città dalmata, la Dubrovnik di oggi

Prima è la notte degli schiavi, la frusta del padrone e del capovoga, la peste, il terremoto, la ferocia degli invasori. E’ il tetro contesto storico nel quale Cristiano Caracci scopre la “luce” di Dubrovnik, la “piccola” repubblica marinara adriatica; materia vibrante del suo recente romanzo “La luce di Ragusa” (Editrice Santi Quaranta) dentro una forma raffinata e molto originale. Lo scrittore cede il proprio io narrante ai personaggi, i figli di Dubrovnik che di questa hanno vissuto sulla propria pelle, di generazione in generazione, la storia amara e solare. Sono i marinai, i mercanti, i padroni. E’ lo schiavo profugo che della sua terra ha memorizzato le albe e i tramonti, l’inabissarsi della luce nella notte, il canto del “gallo sconosciuto in cima alla montagna”. E i sentori con i quali “tenta”, insieme alla sposa, di raccontare al figlio il mare trapiantandoglielo inconsapevolmente nel sangue.
E’ qui, in questo quadro – nel dramma di lacerazioni che vi è implicito – la possibilità dell’uomo di uscire dal tunnel della schiavitù e dichiarare il proprio diritto alla libertà. E’ la lunetta di luce della quale lo scrittore si impossessa per consegnarla al lento movimento di recupero. E non una tessera gli sfugge della figura su cui, forte di un acuto senso storico, ha puntato il suo obiettivo: la Ragusa dalmata con le sue feste, il suo “stradun”, le sue tradizioni, il suo commercio, il santo protettore. E il sonno senza sogni degli schiavi.
E’bastato un niente per scavare un nido nella mente intorpidita dalla fatica. Forse per altri sogni e per altre immagini. Un niente di sasso portatore di una timida storia d’amore.
“…E lei mi chiuse nel pugno un piccolo sasso bucato, un sasso bianco di quelli scavati dalle conchiglie che mangiano le rocce”.
E’ la poesia. Anch’essa profuga dal luogo di crudeltà in cui fortunosamente è germogliata. Né la si può estrapolare dalla sua matrice di sofferenza essendovi incarnata. E’ anch’essa la ferita viva dello sradicamento, la rivalsa straziata di un sogno senza residenza. E’ anche il pudico no alla violenza. Il sintomo inequivocabile di una forte volontà di vita. Di certo l’elemento equilibrante del romanzo di Cristiano Caracci. La luce, appunto. Non solo di Ragusa. Ma di tutte le città dell’uomo.

 

Messaggero Veneto 31/01/2006
I LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA
NARRATIVA

1.
Camilleri - La pensione Eva
MONDADORI
2.
Hosseini - Il cacciatore di aquiloni
PIEMME
3.
Mastrocola - Che animale sei?
GUANDA
4.
Steel - Una preghiera esaudita
SPERLING
5.
Caracci - La luce di Ragusa
SANTI QUARANTA

 

La Vita Cattolica 30/1/2006
LIBRI
La luce di Ragusa

Edito da Santi Quaranta l’esordio letterario di Cristiano Caracci
Romanzo e diario allo stesso tempo, che recupera, in una evocazione di grande respiro, le alterne vicende di una famiglia all’interno della storia della città

Capita raramente, amico lettore, di leggere libri così affascinanti ed intensi come questo, che alla lettura regalano una sensazione di compiutezza e, assieme di grande stupore. Quello di cui parlo è, in tutti i sensi, una scoperta: in primis, per l’autore, Cristiano Caracci, avvocato in Udine, alla sua prima prova letteraria, ma che già si era fatto conoscere con un breve excursus storico-giuridico sulla singolare città-Stato di Ragusa/Dubrovnik («Né turchi né ebrei, ma nobili ragusei», edizioni della Laguna), amata dall’autore di un intenso amore, e poi per via della originalità del racconto narrato, quasi saga di una famiglia ragusea, che attraversa tre secoli di storia della repubblica marinara adriatica, principiando dalla dominazione veneta fino a quella ungherese, per arrivare fino alla peste ed al terremoto del 1667, in un incalzare di vicende, storie, splendori e decadenze, all’interno della quale si compone l’incanto letterario di frammenti personali che si compongono e si scompongono, scompaiono e riappaiono in una sorta di esemplare mosaico storico ed umano, che solo una grande capacità narrativa ed una approfondita conoscenza storica possono compiutamente comporre.
“La luce di Ragusa”: questo è il titolo del libro di Cristiano Caracci, edito da Santi Quaranta, editrice in Treviso; un libro singolare, si è detto, romanzo e diario allo stesso tempo, che recupera, in una evocazione di grande respiro, le alterne vicende di una famiglia all’interno della storia della amata città di Ragusa, la piccola repubblica marinara adriatica dove, prima della liberazione degli schiavi (ed i primi protagonisti di questo libro erano tali anche loro), i suoi vogatori, alle navi, «erano liberi, non incatenati ai remi come gli schiavi dei nostri assalitori»; orgogliosa città, Ragusa, ed orgogliosi i suoi abitanti che in essa si identificavano, comunità solidale che assurge, più che a metafora, ad utopia della città perfetta, di un mondo pienamente e totalmente umano, ricco di quei valori di solidarietà, amicizia e laboriosità che, assieme alle sue case, i suoi palazzi, le barche, lo «stradun» e quegli intensi ed abbaglianti colori che paion perfino storditi, ne costituiscono, appunto, la luce che dà il titolo al libro.
Sono schiavi, vogatori, muratori, ma soprattutto mercanti e navigatori che intessono relazioni commerciali con territori che vanno dai Balcani al Mediterraneo, spesso sottoposti alle insidie di altre flotte, come quella veneziana; sono le feste, le ricorrenze del santo patrono della città, San Biagio, le tradizioni della sua gente, i turchi e le alterne fortune dell’esistenza a costruire la storia di questi uomini coraggiosi e caparbiamente legati alla loro terra, all’interno della storia di una città, autonoma e mercantile, la cui immagine si racconta sempre più nitidamente agli occhi del lettore, incastonata, come un gioiello, nell’aura di una luce trasparente e luminosa al tempo stesso, così da trasparire, dalle pagine di questo libro, quasi come metastoria, espressione di un nostalgico luogo dell’anima dove tutti i suoi figli, prima o poi, vogliono ritornare.
Al fascino di queste storie, un altro fascino si accompagna, amico lettore, ed è quello di una scrittura avvolgente e penetrante, di una prosa densa, insolitamente evocativa, ricca di rimandi e di immagini, certamente inusitata nella odierna letteratura, mai esercizio di bravura, che sa offrire come poche altre una partecipazione emotiva vivissima che fa di quest’opera, come troverai scritto nella presentazione, un vero, piccolo capolavoro, e del suo autore, Cristiano Caracci, sconosciuto fino a ieri, un autentico, straordinario scrittore; un cantore in grado di illuminare, con la fervida luce della sua scrittura, anche quella di una lontana, quasi mitica città che improvvisamente riappare, sconfiggendo l’oblio della storia, viva e palpitante come non mai, segnando anche la vita dello scrittore, lontano, come l’ultimo protagonista del libro, dal mare di Ragusa.
ROBERTO IACOVISSI

LA LUCE DI RAGUSA, di
Cristiano Caracci, Santi Quaranta, Treviso 2005, pp. 163, euro 11

 

Il Friuli 27/1/2006
lo scaffale

LA LUCE DI RAGUSA
di Cristiano Caracci – Santi Quaranta

I mercanti, le vie carovaniere verso i Balcani e le rotte attraverso il Mediterraneo, la peste, il terremoto sono accadimenti della storia di Ragusa-Dubrovnik che segnano il ritmo della narrazione in questo romanzo storico che ha la particolarità di avvicendare via via le voci narranti. Si tratta quasi di una staffetta, dunque, che sotto forma di diario racconta la storia di una famiglia, dal capostipite, schiavo vogatore, attraverso molte generazioni. Ma è Ragusa la vera protagonista del romanzo, città di volta in volta, di vicenda in vicenda, cercata e abbandonata, ma sempre amatissima. Lo stesso amore che, per la città dalmata, prova l’autore e che trapela dalle pagine. Cristiano Caracci, infatti, dopo il saggio storico-documentario “Né turchi né ebrei, ma nobili ragusei”, rimane nella piccola repubblica marinara ma si dedica al romanzo, creando un affresco efficace e poetico di Ragusa nel corso dei secoli.

 

L’Osservatore Romano 25/1/2006
SCAFFALE
La luce di Ragusa
Crudezze, nostalgie e stupori sotto la luce di Ragusa

Nel suo torrentizio e indiscriminato presentare esordienti, l’editoria di questi ultimi anni non ha voluto separare il grano dal loglio. La recentistica (non parliamo di critica), quella che di “capolavoro” in “capolavoro” s’immedesima col mercato, nemmeno. Evidenziare un’eccezione in mezzo a una quotidiana eccezionalità è difficile, ma non con questo romanzo. Ragusa era il nome italiano dell’attuale Dubrovnik e il libro di Caracci, oltre a celebrarne la luce, fin dal titolo, ce ne racconta i mercati e i mercanti, le relazioni commerciali, le figure, le feste e le tradizioni, la storia e l’anima. Il romanzo è generazionale e comincia con uno schiavo ai remi, scampato alla peste e fatto libero dal suo padrone in virtù di un delicato còmpito compiuto. Si sposa con una schiava pur essa liberta, ma ricade in cattività per la rapacità dei suoi signori. Emigra, o per meglio dire fugge, ha un figlio, Dussan, mentre dove stanno il territorio passa di governo a prìncipi magiari che hanno sconfitto Venezia. Ora il romanzo procede per il susseguirsi di tanti “io” narranti: da Dussan stesso che torna vogatore a Ragusa, a Marino suo figlio adottivo che si sposa con Maria e al quale cede il testimone della prima persona. Poi agiranno Bernardo Gundulig, l’illustrissimo e più gran personaggio del libro, Maria la moglie di Marino e così via. Fortune che salgono e fortune che scendono, transazioni, affari, eredità, sequestri e dissequestri, atti e misfatti di notai e di notabili. Di nuovo la peste e infine il terremoto: una storia di famiglie parallela a quella grande dei domìnii, delle guerre, dei destini internazionali. Storia di Ragusa e della sua luce, i cui tagli, spettri, rifrangenze e balenii, accompagnano umane crudezze, nostalgie, fascinazioni e stupori. (Claudio Toscani)

Cristiano Caracci, La luce di Ragusa, Treviso, Santi Quaranta, 2005, pp. 163, € 11,00.

 

RAI 3 - TG regionale 17/1/2006 delle ore 14.00
Libri
La luce di Ragusa di Cristiano Caracci

La dott.ssa Micoli, nella sua rubrica letteraria andata in onda nel TG regionale del 17 gennaio 2006, ore 14.00, ha segnalato tra i libri consigliati della settimana “La luce di Ragusa” di Cristiano Caracci, romanzo ambientato nella piccola repubblica marinara adriatica, evidenziandone la copertina.

 

Messaggero Veneto 13/12/2005
I LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA
NARRATIVA

1.
Caracci - La luce di Ragusa
SANTI QUARANTA
2.
Castellaneta - Polvere di stelle
MONDADORI
3.
Brown - La verità del ghiaccio
MONDADORI
4.
De Luca - Sulle tracce di Nives
MONDADORI
5.
Nemirovsky - Suite francese
ADELPHI

 

Il Piccolo 6/12/2005
UN LIBRO, UNA CITTÀ
La luce dell’antica Ragusa nel racconto delle sue genti

di Pietro Spirito

Ci sono città che sembrano fatte apposta per essere ricamate su un arazzo, ritratte in una successione di figure che raccontano storie, avventure, amori e guerre: la storia di un luogo e della sua gente.
Ragusa (Dubrovnik) è senza dubbio una di queste, e il romanzo di Cristiano Caracci, “La luce di Ragusa” (ed. Santi Quaranta, pagg. 163, 11 euro) fa venire in mente proprio i preziosi e antichi arazzi, con le storie ricamate a fili d’oro e d’argento.
Il romanzo racconta le vicende di Ragusa fra il XIV e il XVII secolo, fino al terremoto del 1667, attraverso le vicende di alcuni dei suoi abitanti, figure che generazione dopo generazione si passano il testimone in una narrazione corale attraverso gli anni. Il primo è uno schiavo, che ottiene la libertà, sposa una schiava anche lei liberata e insieme lasciano Ragusa per andare in Bosnia. Il loro figlio Dussan tornerà invece nella città di San Biagio, generando a sua volta un figlio, Marino, che a sua volta avrà un figlio e così avanti, in un alternarsi di vite e di voci che ricamano – è la parola giusta – la storia di una città, dei suoi commerci, delle sue disgrazie, morti e rinascite.
L’autore, Cristiano Caracci, vive e lavora a Udine, è di professione avvocato, e questa è la sua prima opera narrativa. Caracci si è già occupato di Ragusa pubblicando l’anno scorso il saggio “Né turchi né ebrei ma nobili ragusei” (Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli, pagg. 120, 15 euro), dove in otto capitoli corrispondenti ai principali avvenimenti della città nel tempo (dalle origini e la fondazione risalenti al 615 d.C., titolato “Dopo Epidauro”, fino a “Tempi moderni” con le armate napoleoniche nel 1808), l’autore offre un “agile e documentato panorama storico-istituzionale della città adriatica”, come è stato definito (Adriano Papo).
Se nel saggio Caracci evidenzia le tappe principali della millenaria vita della Repubblica biagina – in particolare la condizione di una comunità cattolica, circondata prima da serbi ortodossi e poi dai turchi islamici -, nel romanzo la traccia principale è quella della vita mercantile, dell’andare e del tornare, di un’anima – delle genti e dei luoghi – dedicata al proprio arricchimento, non solo in termini monetari.
E’ un bel romanzo, questo di Caracci, capace di evocare con grande efficacia atmosfere, sentimenti, emozioni: tutto ciò che di solito il resoconto storiografico è costretto a trascurare.
E il libro esce in una bella edizione: dietro la sigla di Santi Quaranta c’è la figura di Ferruccio Mazzariol, egli stesso scrittore, uno degli ultimi editori-artigiani ancora in circolazione, di quelli che cercano i libri come diamanti in una miniera, scavando con fiuto e con pazienza lontano dai filoni più affollati fino a individuare la pietra giusta, quella da cui nascerà un piccolo gioiello. Come appunto è “La luce di Ragusa”.

 

Messaggero Veneto 6/12/2005
I LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA
NARRATIVA

1.
Caracci - La luce di Ragusa
SANTI QUARANTA
2.
Baricco - Questa storia
FANDANGO
3.
Magris - L’infinito viaggiatore
MONDADORI
4.
De Luca - Sulle tracce di Nives
MONDADORI
5.
Nemirovsky - Suite francese
ADELPHI

  

Messaggero Veneto 1/12/2005
Album cultura spettacoli & società
Domani a Udine
“La luce di Ragusa ” si presenta ai lettori

Domani, alle 18, alla Libreria Friuli, Hans kitzmueller presenterà il libro di Cristiano Caracci La luce di Ragusa< (Santi Quaranta Editore, 163 pagine, 11.00 euro). Dopo aver ottenuto, lo scorso anno, un lusinghiero successo con Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei (Edizioni della Laguna, 120 pagine, 15.00 euro), un excursus storico-istituzionale sulla città-stato di Ragusa-Dubrovnik apprezzato dalla critica e dai lettori non solo per l’ampia e solida documentazione, ma anche per la raffinata qualità letteraria, l’avvocato udinese rivisita la storia della repubblica marinara adriatica che tanto ama in chiave decisamente narrativa, rivelandosi scrittore eccellente e originale.
di MARIO TURELLO

Non sbaglia e non eccede, Ferruccio Mazzariol, scrittore ottimo e “piccolo” editore di qualità, nel presentare La luce di Ragusa come un “vero «piccolo» capolavoro”.
Tale è innanzitutto in grazia della scrittura: una prosa insolita, densa, evocativa, che molto esprime e molto più suggerisce in termini di sensazioni, di emozioni, di pensieri.
Usa un linguaggio di controllata, sobria eleganza, Caracci, ma sconnette spesso, o piuttosto ricrea, la sintassi, in modo sorprendente, con effetti di felice oralità adattissima alla singolare successione di narrazioni, quasi tutte in prima persona, ma praticamente mai in discorso diretto. Uno stile che investe i personaggi di consonanza empatica, rendendone gli stati d’animo con intensità mai sospetta di facile enfasi, e sa commuovere davvero.
E’, ciascun io narrante, l’incarnazione della città bellissima, della coraggiosa repubblica marinara, della “virtù ragusea” di cui Caracci è innamorato e canta da rapsodo moltiplicandosi nelle voci dei suoi umanissimi eroi. Le loro vicende, i loro legami e retaggi parentali o amicali si saldano in tre secoli di storia di Ragusa, a cominciare dal passaggio dalla dominazione veneta a quella ungherese sino al terremoto del 1667, tracciando un arco di splendore e decadenza: ogni esistenza frammento ed esempio di una comunità tenace, intraprendente, più di altre luminosa.
E’ questa l’altra dimensione che fa la grandezza di questo libro: Ragusa assurge a utopia di un mondo pienamente umano, improntato da valori profondi di amicizia, di solidarietà, di laboriosità, di serietà, di misura, di saggezza: gli eroi di Caracci, umili o potenti, vinti o vincenti, sono tutti modelli positivi, luce possibile. E intenso è il loro rapporto coi luoghi, coi colori gli odori i suoni della città, del mare, delle isole come Chio che profuma di lentisco.
E’, quella dedicata a Chio, la parte che più mi piace delle cinque di cui si compone questo romanzo sui generis, non perché la più narrativamente compatta, ma perché mi sembra che, come in un ologramma, contenga il tutto: anche la silenziosa, appartata Mestà, città “che non si può dire” è un luogo dell’anima: “Forse, si può solo dire di quanto Mestà fosse bella e dolce, di come fosse addirittura lieto quel suo colore, quell’aspetto di arrocco a tutela di cose buone, di abitanti gentili e miti…”.
C’è da augurarsi che La luce di Ragusa abbia la buona accoglienza che merita, e si senta Caracci stimolato a darci altri libri belli come questo, che fa bene senza essere (si veda il finale) consolatorio. Libri rari, di questi tempi, e necessari.

  

Il Gazzettino 24/11/2005
LA STORIA
“La luce di Ragusa ” dell'avvocato scrittore

La luce. Punto di approdo di una vita, a volte scoperta troppo tardi, guida di un’esistenza. Ragusa è la “luce” dei personaggi del romanzo storico di Cristiano Caracci, avvocato civilista a Udine, appassionato cultore di Storia del Diritto italiano, sensibile all’arte e alla letteratura. Attorno a Ragusa ha creato la sua storia, più storie che si accavallano e attraversano generazioni, intersecano vicende, eventi reali. Il regno di Buda, l’impero Ottomano, la repubblica di Venezia, la repubblica marinara di San Biagio fanno da cornice al suo romanzo: “La Luce di Ragusa”, edito da Santi Quaranta.
Cristiano Caracci si è presentato sulla scena letteraria nel 2004 con “Né turchi, né ebrei ma nobili ragusei”. Allora, ha ripercorso origini e splendori di una civiltà a noi vicina ma non sempre conosciuta; ha indicato “la virtù di una buona politica sempre rivolta alla pace tanto diversa da quella degli Stati delle Comunità contemporanee”.
Ora, si è avvantaggiato delle conoscenze storiche per disegnare i suoi personaggi inserirli nel corso del tempo, incastonando eventi tragici e felici, ricavando un quadro vivo e palpitante. Sono schiavi, mercanti, signori, uomini d’arme, donne di popolo, dame. E’ sempre presente nel romanzo, quasi si trattasse di un’ossessione, in questo caso dolcissima, il mare, la Luce di Ragusa, la città che ha stregato l’autore.
Si legge nella presentazione: “Il romanzo ha una circolarità di evocazione incessante: una sorta di staffetta continua passa la mano ai diversi raccontatori dando vita a uno splendido diario che è insieme storia di una famiglia attraverso più generazioni e storia originale di Ragusa-Dubrovnik, la famosa piccola repubblica marinara adriatica”.
Accanto all’uomo di legge si scopre uno scrittore.

  

Forum News (versione italiana) 23/11/2005
Letture
La luce di Ragusa di Cristiano Caracci

Cristiano Caracci già autore di “Né turchi, né ebrei ma nobili ragusei” torna in libreria con “La luce di Ragusa”. Protagonista del romanzo è la piccola-grande repubblica marinara adriatica Ragusa-Dubrovnik, con la sua vita, la sua storia, le sue traduzioni, le sue feste, i suoi mercanti; si tratta di un autentico capolavoro, fluente e bellissimo. All’amico Cristiano Caracci i complimenti del Forum delle città dell’Adriatico e dello Ionio. Il volume di 176 pagine può essere richiesto a 11,00 euro all’editore SANTI QUARANTA (tel. 0422-33194, 0422-545440) o per e.mail (info@santiquaranta.com).

  

Sistema Italia 09 ottobre 2005
L'antica Rhausium (Ragusa), oggi Dubrovnik, sulle coste meridionali della Dalmazia, fu fondata nel VII secolo. Passata sotto dominio veneziano dal 1205 fino al 1358 e successivamente sotto dominazione ungherese nel 1403 diventò repubblica libera (anche se continuò a pagare le tasse al re d'Ungheria fino al 1514), quindi nel 1526 si sottomise volontariamenteagli ottomani, ma mantenendo di fatto sempre larga autonomia.
Occupata da Napoleone nel 1807 fu trasformata in ducato ed unita al Regno Italico. Con la restaurazione nel 1815 fu assegnata all'Austria insieme all'intera Croazia della quale nei tempi moderni ha seguito i destini.
Alla storia di questa città r a quel "governo dell'intelligenza" che le permise di mantenersi di fatto autonoma ed arrivare a quello splendore che le fece definire la "Firenze dell'Adriatico" è dedicato questo bel libro dell'avvocato udinese e storico dilettante, ma attento appassionato, Cristiano Caracci.

  

Realtà Industriale Ottobre /2005
L'antica Rhausium (Ragusa), oggi Dubrovnik, sulle coste meridionali della Dalmazia, fu fondata nel VII secolo. Passaata sotto dominio veneziano dal 1205 fi no al 1358 e successivamente sotto dominazione ungherese nel 1403 diventò repubblica libera (anche se continuò a pagare le tasse al re d'Ungheria fi no al 1514), quindi nel 1526 si sottomise volontaraimente agli ottomani, ma mantenendo di fatto sempre larga autonomia.
Occupata da Napoleone nel 1807 fu trasformata in ducato ed unita al Regno Italico. Con la reastaurazione nel 1815 fu assegnata all'Austria insieme all'intera Croazia della quale nei tempi moderni ha seguito i destini.
Alla storia di questa città e a quel “governo dell'intelligenza” che le permise di mantenersi di fatto autonoma ed arrivare a quello splendore che la fece definire la “Firenze dell'Adriatico” è dedicato questo bel libro dell'avvocato udinese e storico dilettante, ma attento e appassionato, Cristiano Caracci.

  

L'Arena di Pola 25/2/2005
A cura della redazione di Milano,
diretta da Pietro Tarticchio,L'Arena riporta integralmente, a pag.7, l'articolo di Stenio Solinas apparso su "Il Giornale" del 2/11/2004

  

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Novità in Libreria

(…) Cristiano Caracci Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei Edizioni della Laguna, pagine 102, euro 15 (gci) Ragusa la città della costa dalmata non quella siciliana _ è protagonista di un libro scritto da un avvocato che ha la passione della ricerca storica.
Gli anni della leggendaria “Firenze dell’Adriatico” incominciano con la fuga degli abitanti dell’antica Epidauro che, incalzati dagli Unni, si rifugiano su un’isola di nome Ragusium e danno vita a una repubblica marinara di notevole potenza. Caracci attraversa le questioni storiche, giuridiche e religiose che si affollano intorno a questa città dalle sue origini fino alla fedeltà all’Ungheria e poi all’impero ottomano.

  

Il Friuli 3/12/2004
Lo scaffale

NÉ TURCHI NÉ EBREI, MA NOBILI RAGUSEI
di Cristiano Caracci – Edizioni della Laguna

Per secoli a Ragusa (oggi Dubrovnik) si è parlato latino e successivamente toscano, benché le terre che la circondavano, dopo la caduta dell’Impero romano, appartenessero già agli Slavi.
Questo libro cerca di fare chiarezza su una storia vicina ma poco conosciuta: quella di una repubblica marinara che rivaleggiò con Venezia pur essendole sottomessa, che preferì al governo della Serenissima quello del Re d’Ungheria, che tenne a bada i tentativi di dominazione turca con la diplomazia, raggiunse prosperità economica e sociale, costituì una roccaforte del diritto romano in una terra invasa da popolazione barbariche finché, all’inizio dell’Ottocento, dovette sottomettersi al dominatore d’Europa, Napoleone.
Da avvocato, Caracci fornisce un accurato compendio giudiziario a documentare la storia di Ragusa da lui tracciata, ma il testo ne risulta appesantito e la lettura a volta intricata per chi non sia un appassionato e un fine conoscitore delle vicende della bella città dalmata.

  

Il Giornale 2/11/2004
Album Cultura & Spettacoli
Ragusa riaffiora dalle acque dell'oblio

Un libro di Caracci dedicato alla «Firenze dell'Adriatico»
«Né turchi né ebrei ma nobili ragusei»: una navigazione lungo i secoli alla riscoperta di Dubrovnik

Stenio Solinas
Né Turchi né Ebrei ma nobili Ragusei (Edizioni della laguna, pagg. 118, euro 13) di Cristiano Caracci racconta una di quelle pagine di frontiera e di confine dimenticate nel mare magnum dei conflitti fra grandi imperi e degli scontri fra civiltà, eppure significative nella loro capacità di indicare una via alternativa rispetto alla strada maestra che le nega e/o le ingloba. Ragusa, che ormai si chiama Dubrovnik, ha alle sue spalle un secolo veneziano, un secolo ungherese, un secolo turco, tutti legati fra loro dal sottile quanto indistruttibile legame di una repubblica autonoma che conserva le sue leggi, i suoi costumi, la sua religione, in una parola la sua libertà.
Per definire un tale stato di cose l'autore parla di «governo dell'intelligenza in luogo di quello delle armi» e la definizione è quanto mai appropriata visto che essa si situa all'interno di un percorso storico dove i conflitti, le invasioni, le annessioni, le capitolazioni, le torture e i massacri si susseguono a un ritmo incalzante e ogni passaggio di potere affonda in un paesaggio di rovine. Nel recuperare e commentare i documenti che testimoniano questa capacità di mantenere ferma la rotta dell'autonomia nel mare magnum delle concentrazioni imperial-nazionali Caracci offre al lettore uno spaccato di diplomazia e di intelligenza, di duttilità e di carattere quale è raro trovare in altre pagine, e altre pieghe, dimenticate della storia.
La fine del dominio veneziano nel 1358 consegna la città di Ragusa all'influenza magiara, ma già allora lascia alla repubblica dalmata un'autonomia che le permette addirittura il commercio con i nemici dell'Unghheria anche in caso di conflitto.
Nel passaggio di consegne fra la Serenissima e il nuovo protettore la Repubblica porta con sé le sue istituzioni e la sua architettura, modellate su quelle di San Marco, la sua fede religiosa. La sovranità magiara dura sino alla metà del Cinquecento, ma è via via più nominale che reale: già all'inizio del Quattrocento Ragusa è repubblica libera e autonoma, alla sua fine è quella «Firenze dell'Adriatico» realizzata da architetti locali e italiani, scalpellini di Sebenico, pittori e letterati.
Anche con il Turco nelle vesti di nuovo protettore, lo stile della città non cambia, né la sua fede, né la sua capacità di convivere fianco a fianco con confinanti più grandi, più potenti, più litigiosi, riuscendo a non scontentarli e a salvaguardare se stessa.
Né Turchi né Ebrei ma nobili Ragusei racconta insomma una navigazione plurisecolare che termina solo quando, mutati irrimediabilmente gli equilibri geopolitici e venuti alla ribalta nuovi soggetti storici, la mappa del mondo occidentale si fa troppo diversa perché in essa si possa continuare a navigare a vista.
Ragusa scompare negli oceani dei nuovi Stati nazionali, nelle tempeste di due guerre mondiali. La Dubrovnik che ne ha preso il posto è il pallido ricordo di una storia esemplare.

  

La Vita Cattolica 9/10/2004
STORIA

Le vicende della bella Ragusa

La «tradizione culturale italiana è ricca di figure che possono essere definite "grandi dilettanti" che offrono contributi spesso fondamentali alla conoscenza", mossi da passione e interessi culturali, che esulano spesso dall'attività professionale praticata». Questa definizione di Marino De Grassi, editore del libro e colto bibliofilo, si adatta perfettamente a Cristiano Caracci, autore del bel libro sulla storia di Ragusa, l'odierna Dubrovnik.
Avvocato, cultore di storia del diritto italiano, è soprattutto innamorato di Ragusa e delle sue vicende. Difficile dargli torto per chi abbia una volta passeggiato lungo la cerchia di mura lunga 2 chilometri e percorso le strette calli in salita, che si affacciano su panorami marini mozzafiato, dove il blu cobalto del mare contrasta con le pietre dorate delle costruzioni.
Nel volume di agevole e facile lettura, Cristiano Caracci descrive i più importanti avvenimenti della città: dall'abbandono della antica colonia greca di Cataro alla fondazione di Ragusa, l'adesione alla IV crociata, dalla dedizione alla corona magiara, argomento approfondito da Adriano Papo in prefazione, all'indipendenza della città dopo la fine della monarchia ungherese, dallo splendido rinascimento raguseo alla concorrenza del porto di Spalato e al terremoto del 1667. Questi due ultimi fatti minarono le sorti della città marinara finché nel 1808 Napoleone sancì la fine della repubblica indipendente di Ragusa, pochi anni dopo aver decretato la fine dell'eterna rivale, Venezia accomunata dallo stesso destino dopo secoli di lotte.
Con un occhio attento agli aspetti legislativi e istituzionali, l'autore descrive una repubblica ragusea che riuscì abilmente e pacificamente a destreggiarsi tra vicini pericolosi: la Repubblica di Venezia, che tentò in tutti i modi di minarne i traffici marittimi confiscandone le navi, e l'impero turco di religione mussulmana.
Ragusa fin dal sec. XIV aveva invece decretato l'italiano come lingua ufficiale dello stato, rigorosamente cristiano tanto da scegliersi come protettore San Biagio, la cui immagine decora tuttora tutte le porte della città. Ragusa fu dunque una enclave italiana e cristiana, circondata da popoli slavi e maomettani.
Ragusa, di lingua e cultura latina riuscì tuttavia a convivere con le popolazioni circostanti, slave e ortodosse e fu da sempre alleata fedele del regno di Ungheria, legato a sua volta, con gli angioini di Napoli e con il rinascimento italico. La città fu il naturale sbocco dei Balcani verso l'Adriatico e intrattenne fitti rapporti con lo stato della chiesa, cui faceva comodo un presidio contro il pericolo turco.
Motto della repubblica fu «Non bene pro toto libertas venditur auro» (la libertà non si vende per tutto l'oro del mondo) e fu scelto come modello il paladino Orlando, che campeggia nella piazza principale.
Ragusa amministrò saggiamente la sua libertà, barcamenandosi tra vicini potenti, facendosi quasi scudo della sua arrendevolezza e capacità di trovare compromessi. Protesse così gli ebrei cacciati da Spagna e Portogallo, vietò il mercato degli schiavi, espresse una classe dirigente amante del bene comune, anche se le istituzioni erano piuttosto attardate. Nel testo si mettono in evidenza particolari che la dicono lunga sulla civiltà ragusea: qui si inventò l'istituto della quarantena delle navi per meglio tutelare gli abitanti dalle pestilenze, che menavano strage in Europa e si giunse a rimborsare il valore delle suppellettili bruciate agli appestati.
Il libro è completato da una appendice, curata da Giovanni Gardernal, con gli indici degli statuti cittadini. Raffinata è anche la veste tipografica delle Edizioni della laguna con una serie di riproduzioni di litografie del 1883, mappe, costumi d'epoca.
La storia di Ragusa si ferma al 1808, chissà che non possa essere stampata anche la continuazione dall'annessione all'Impero asburgico alla guerra degli anni Novanta, che tanti danni inflisse alla cittadina.

G.B.

"NÉ TURCHI NÉ EBREI, MA NOBILI RAGUSEI"
di Cristiano Caracci
Edizioni della Laguna
pp. 118, euro 15

  

La Stampa 31/7/2004
FRONTIERE

UN LIBRO AL GIORNO
Ragusa fortunata perchè amò la pace

Luigi Grassia
Per mille anni a Ragusa, quella che sta in Dalmazia, si è parlato latino, e per secoli toscano (la lingua ufficiale) benché le terre fuori le mura fossero già slave alla caduta dell’Impero Romano.
E’ una storia misconosciuta: nel Medioevo questo minuscolo pezzo d’Italia oltre Adriatico segue passo passo la vita civile ed economica della Penisola, si erige a libero Comune, conserva gelosamente la sua autonomia quando deve pagare tributi a Venezia, ai re d’Ungheria o addirittura ai Turchi; solo Napoleone, infine, spazza via l’ordine antico, ma l’italianità sopravvive al dominio austriaco e alla nascita della Jugoslavia per estinguersi solo con la seconda guerra mondiale, dalle cui macerie emerge la croata Dubrovnik.
Forse quello che sbalordisce di più è l’apparente mancanza dei difetti congeniti dell’italianità: qui non ci sono discordie civili se non composte pacificamente; non esiste rivalità di campanile, se non con la troppo ingombrante Serenissima; però alle armi fra le due città non si arriva mai, perché lassù in Paradiso i patroni san Marco e san Biagio compongono di persona i contrasti fra la grande e la piccola repubblica marinara, e se proprio non ci riescono si picchiano fra loro, risolvendo la disputa in alto loco e senza spargimento di sangue.
Addirittura, nella storia di Ragusa mancano nomi di politici o condottieri militari locali degni di essere ricordati, perché qui le cariche pubbliche si ricoprono per compiere un dovere civico al servizio della collettività e non per ambizione personale o per lanciarsi in avventure.
Volendo sopravvivere mille anni in una terra così difficile, trovandosi ricchi di commerci, di navi e di oro in mezzo a barbari e bramosi vicini, è indispensabile ricorrere di regola a una raffinata diplomazia, del genere «mi piego ma non mi spezzo»; tuttavia le guerre, per quanto rare, non sono un tabù assoluto per Ragusa.
In effetti la Repubblica ne combatte qualcuna, però solo per motivi nobili: ad esempio per difendere il diritto all’asilo dei rifugiati, di cui qualche (pre)Potenza straniera pretende la restituzione; oppure perché la città deve partecipare a qualche crociata, a cui per ragioni di onore non si può proprio sottrarre.
Ma guerre per conquistare una piazza forte, per rubare mercati a qualcuno, per tiranneggiare popoli stranieri o per rovinare un vicino insolente, proprio non se ne combattono.
Da non credere. Comunque anche questa è una risorsa, perché Ragusa risulta simpatica ai re, agli imperatori, ai papi e ai sultani e pare che in diverse circostanze difficili
si salvi appunto grazie a questo e null’altro.
L’autore mantiene quello che promette: «un tentativo di comprensione di un’esperienza tipicissima», la «divulgazione di una bella storia forse un po’ troppo appartata»; con le parole dello scrittore magiaro Ferenc Herczeg, ci propone in Ragusa «un meraviglioso esempio della forza creatrice della latinità».

  

Il Gazzettino 26/7/2004
FRONTIERE


C. Yriarte, il chiostro del Convento dei Domenicani Ragusa (1883)

RAGUSA Perla magiara e serenissima
Un libro di storia dall'avvocato udinese Cristiano Caracci, appassionato ed esperto ricercatore

Marino De Grassi, editore della ‘Laguna’, lo definisce un grande dilettante. Dilettante, certo, perché in verità il mestiere di Cristiano Caracci è avvocato del foro di Udine.
Ma anche grande, perché la sua passione per la storia lo ha portato a pubblicare un libro straordinario e avvincente su Ragusa. Il titolo dell’opera è ‘Né turchi né ebrei ma nobili ragusei”. I testi, composti con linguaggio chiarificatore che genera progressive curiosità, sono impreziositi da diverse riproduzioni di stampe d’epoca.

  

Messaggero Veneto 19/7/2004
APPUNTAMENTI E INCONTRI
CHI C’ERA

La sala congressi di palazzo Kechler era gremita per la presentazione del libro: “Né turchi né ebrei ma nobili ragusei”, scritto dall’avvocato udinese Cristiano Caracci (nel riquadro).
Un pubblico attento, anche non udinese, con numerosi veneziani, ha ascoltato la presentazione dell’editore avvocato Marino De Grassi (La Laguna) e del prefatore, professor Adriano Papo.
Quest’ultimo si è soffermato sul capitolo riguardante i rapporti fra la repubblica di Ragusa e l’Ungheria.
L’autore ha poi brevemente descritto il territorio e le città minori di quella che è stata la millenaria repubblica marinara di San Biagio.

  

Forum News (versione italiana) 5/7/2004
Il libro

Né Turchi né Ebrei ma nobili Ragusei

Per i tipi delle Edizioni della Laguna di Mariano del Friuli, è uscito il volume “Né Turchi né Ebrei ma nobili Ragusei” di Cristiano Caracci.
E’ la storia dell’antica Ragusa, oggi Dubrovnik, nel periodo che va dal 593 a.c. ai tempi moderni. E’ il lavoro attento di un cultore della materia che ama tantissimo la città di S. Biagio.
Il volume può essere richiesto alla Casa Editrice (fax +39-0481-69540), costo 15 euro.

nobili di Ragusa

  

Il Gazzettino 23/6/2004
LA STORIA

«NE’ TURCHI NE’ EBREI, MA NOBILI RAGUSEI»

Mille e più anni di storia. Compendio di arte e cultura. Ragusa, l’attuale Dubrovnik, sulla costa Dalmata, Repubblica Marinara di San Biagio, sta a Venezia, Repubblica Marinara di San Marco, come una viola sta a un’orchidea. E’ un fascino diverso, discreto ma non meno ricco e culturalmente importante.
L’avvocato Cristiano Caracci è rimasto stregato da Ragusa e dalla sua storia, una «bella storia, forse troppo appartata».
In un volume che sarà presentato domani, alle ore 18.30, nel salone centrale di palazzo Kechler, in piazza XX Settembre, dal titolo «Né turchi né ebrei ma nobili ragusei», (Edizioni della Laguna) quasi uno slogan che ben rappresentava l’aspirazione di Ragusa alla valorizzazione della propria identità, ha ripercorso origini e splendore di una civiltà a noi vicina ma non sempre conosciuta, ha indicato le «virtù di una buona politica, sempre rivolta alla pace, tanto diversa da quella degli Stati delle comunità contemporanee; una politica, non temendo i giudizi di valore e le dichiarazioni di aperta simpatia, esemplare anche per i nostri giorni».
Cristiano Caracci è uomo di legge, avvocato, appassionato cultore di Storia del Diritto Italiano, sensibile all’arte e alla letteratura.
Stregato dall’arte e dalla cultura ragusea, è rimasto affascinato, né poteva essere diversamente, dalla finezza giuridica degli antichi ragusei che nel 1272 partorirono un proprio «statutum».
E non poteva mancare un accenno al processo «che – scrive Caracci – almeno in epoca matura appare progredito e originale formandosi su due gradi di giudizio».
La pubblicazione di antiche stampe completa un libro la cui prefazione è stata affidata al professor Adriano Papo che ha trattato un aspetto particolare della storia ragusea: «La dedizione di Ragusa alla corona d’Ungheria».

  

Messaggero Veneto 19/6/2004
Presentazione il 24/06/2004
Libro di storia su Ragusa scritto dall’avvocato Cristiano Caracci

«Violenza sulle donne: chiunque usi violenza contro una donna, provato il fatto, è condannato a pagare cinquanta denari. Non pagando verrà accecato, salvo matrimonio consensuale. In quest’ultimo caso anche la pena pecuniaria è abolita».
C’era anche questo nell’ordinamento giuridico raguseo del 1272. E c’è anche questo – tradotto dal latino – nella parte finale del libro di storia e diritto che l’avvocato udinese Cristiano Caracci ha appena scritto per le Edizioni della Laguna.
Il testo – dal titolo «Né turchi né ebrei ma nobili ragusei» - è già in libreria e sarà presentato giovedì 24, alle 18.30, a palazzo Kechler dal professor Adriano Papo (autore della prefazione intitolata “La dedizione di Ragusa alla corona d’Ungheria”) e dall’avvocato Marino De Grassi, l’editore. Caracci sarà presente anche al successivo aperitivo.
Il libro – si legge nella prefazione – è un «agile e documentato panorama storico-istituzionale della città adriatica», oggi Dubrovnik.
L’autore è definito come «un appassionato cultore di Storia del diritto italiano e innamorato di Ragusa e delle sue vicende».