Durante la storia millenaria della piccola e fortunata
repubblica di Ragusa, nessuna coltivazione fu più apprezzata e disciplinata di quella dell'uva;
se ne ricavava un vino costosissimo, com'era nel Medioevo per i vini
del Mediterraneo, preferiti in tutta Europa dalle persone piú abbienti
al posto di produzioni locali di scarsa gradazione.
Il Governo di Ragusa si preoccupava, quindi, di regolarne minutamente
produzione e consumo, contrastando con severità l'acquisto all'estero,
mentre imponeva in patria soltanto il consumo della produzione vinicola
strettamente locale, provincia per provincia; quindi, soddisfatte le necessità
delle navi e delle carovane in partenza e quelle dei presidi militari
e sanitari, l'autorità vendeva all'estero l'esubero, sotto lo sguardo
occhiuto dell'autorità doganale.
Ogni importazione era proibita, al punto che speciali ufficiali visitavano
le navi in arrivo provvedendo a distruggere le eccedenze di vino (individuate
con complicati calcoli); mentre altri ufficiali "giurando sui
Santi Vangeli di Dio", erano destinati a ricercare il vino contrabbandato sul territorio.
Neppure ci si dimenticava di regolare la vendita legittima dal produttore al negoziante; infatti,
sorgendo frequenti questioni riguardo il pagamento e le quantità consegnate,
la legge riconosceva più credito alla parola del produttore venditore, piuttosto che
all'ostessa acquirente, presunta bugiarda.
E perfino la conservazione del vino in casa era permessa e regolata in quantità diverse,
si trattasse di costruzioni di legno o di pietra!
Quel costosissimo rosso raguseo era circondato quasi dalla leggenda, narrandosi come i suoi filari
fossero stati utilizzati per ampliare il territorio della giovane repubblica, perché
l'ultimo vitigno segnava il confine, cosicché, appena possibile, se ne aggiungevano altri
di nascosto.
L'aneddoto pare risibile, se non fosse per quella legge del 1272 per cui
"il proprietario della vigna volta verso la montagna é
facolizzato a coltivarla verso l'alto a sua volontà",
lasciando proprio l'impressione che l'ampliamento della vigna costituisse,
appunto, un modo di acquisizione territoriale.
Naturalmente, in quelle leggi non si ritrovano soltanto curiosità, ma molte previsioni di buon senso per la conservazione del vigneto (i fittavoli dovevano zapparlo fino alla festa di S. Vito e dopo la vendemmia) o per rimediare all'interclusione dei fondi, col rispetto e il mantenimento degli antichi percorsi delle servitù, sebbene "durante la vendemmia chiunque possa prendere la via ritenuta migliore e più breve per raggiungere la città"; e anche l'ampiezza dell'accesso alla vigna era prevista nelle leggi del 1272, "tale da lasciare passare due cavalli carichi che si incrociassero".
Insomma, nei secoli la coltivazione dell'uva é rimasta sempre la più conveniente, sebbene
quel piccolo territorio costringesse, suo malgrado, la repubblica a importare grandi quantità di granaglie.
Fino a quando, nel 1487, si intervenne per legge, imponendo sia una limitazione temporale, fissata in dieci anni,
trascorsi i quali l'intero appezzamento andava destinato ad altra produzione.
Anche quando, nei primi anni del 1800, sopraggiunse malinconica la fine della repubblica
e il comandante dell'esercito napoleonico occupante domandò vettovaglie, il Senato di Ragusa, dove tutto era già stato rapinato
dai francesi e incendiato dai russi, rispose di potere ormai disporre soltanto di poco vino.
Cristiano Caracci
(ad Aldo e Laura Ariis e Anna Zuccolo, Clauiano 19 maggio 2006)
