Anche per motivi di spazio, è inutile riferire opinioni e leggende sulla fondazione di Ragusa, sull’origine del nome e su quello slavo di Dubrovnik; basterà dire come sicuramente le istituzioni, la cultura, insomma il profilo spirituale della città appaia quello di un municipium latino, risorto, in analogia con la vicenda di Aquileia e Rialto, dalle spoglie delle città romane di Epidauro e Salona, distrutte dagli Avari nel VII secolo.
Successivamente, Ragusa parteciperà, in continuo sviluppo, alle vicende della Dalmazia, condividendo la grande cultura veneta, attenta al contributo delle consuetudini slave, in rapporto, solitamente conflittuale, con le altre città costiere, Zara Sebenico Spalato Traù e Cattaro al meridione; Ragusa, tuttavia, quale Repubblica indipendente da Venezia (salvo quanto si dirà) rimarrà espressione di una propria cultura speciale che si esprimerà, in epoca medievale e moderna, in scelte e orientamenti costanti e, fino a un certo punto, apparentemente condivisi dalle elite come dalla società.
Tipicamente raguseo sarà l’orientamento alla neutralità, sostanzialmente disarmata, nella politica estera e nelle relazioni internazionali; di necessità simile posizione doveva essere garantita da una potenza d’area cui inevitabilmente si doveva un tributo, almeno un sostegno. Ragusa si contraddistinse sempre per una particolare cura nelle relazioni internazionali cui era destinata una adeguata rete diplomatica, mentre anche i commercianti residenti nelle numerose plazze (siti commerciali fissi, dove normalmente vigeva il diritto biagino, anche molto distanti dalla madrepatria) e i comandanti di nave erano tenuti a quelle incombenze, magari di informazione, ordinate loro dal Senato.
Particolare, poi, il mestiere del dragomanno, figura affascinante per cui era famosa la scuola ragusea; il dragomanno, infatti, non soltanto doveva essere un perfetto traduttore del turco (spesso del persiano), bensì un profondo conoscitore degli usi e regole del Serraglio per cui un dragomanno trascorreva la vita a Istanbul o in viaggio, magari al servizio di altri Governi, se autorizzato da Ragusa; dopo tutto, insomma, svolgeva le più delicate missioni diplomatiche, salvo l’intervento da Ragusa, in occasioni particolari, di un appartenente alla nobiltà.
Altra secolare, si può dire millenaria, caratteristica della Repubblica Marinara di San Biagio (protettore come Marco per Venezia) sarà quella di dedicarsi, con pari cure e attenzioni, sia alla mercatura di mare come a quella di terra, di talché una fase critica nei commerci mediterranei poteva trovar equilibrio coi successi dei traffici in Balcania.
Infine, altro costante atteggiamento raguseo fu quello religioso, di assoluta (e indiscutibile) fedeltà cattolica, seppur il territorio della città e poi dello Stato fosse circondato, dopo lo scisma, da Serbi ortodossi poi, addirittura, da Turchi musulmani. D’altra parte, Ragusa venne riconosciuta sede arcivescovile fin dal 754, con giurisdizione sulle diocesi di Stagno (la seconda città della Repubblica) e su altre diocesi della vicina Erzegovina.
Ancora, c’è da dire come la società ragusea sia stata sempre organizzata in tre strati sociali, rigidamente divisi, con inibizione di matrimoni misti, e cioè nobili, cittadini e artigiani, dalle rispettive funzioni rigidamente predeterminate.
Da ultimo, non si può tacere la costante ostilità, anche armata, della Serenissima nei confronti della piccola Repubblica sud-adriatica che, tuttavia, all’apice della propria fortuna commerciale, pare poteva vantare un tonnellaggio non inferiore a quello veneto, per non dire delle carovane, destinate ai traffici di terra.
Il territorio dello Stato di Ragusa è, certo, meglio rappresentato nelle antiche incisioni, anzitutto dei veneziani Coronelli (1690) e Salmon di pochi anni dopo.
In quelle carte, oltre al fascino della stampa antica, si possono riconoscere siti allora esistenti, identificandoli coi loro nomi; naturalmente una mappa moderna è precisa nei particolari, ma sovrabbondante di luoghi, strade, porti comunque chiamati con nomi non tradizionali.
In ogni caso, non è difficile individuare i confini della Repubblica di Ragusa, rimasti praticamente gli stessi dall’inizio del ‘400 alla caduta (31 gennaio 1808).
All’estremo sud della Croazia è facile individuare il fiordo di Cattaro, confine meridionale anche di Ragusa il cui territorio, procedendo verso nord lungo costa, saliva fino a comprendere la penisola di Sabbioncello, altrimenti detta di Punta, oggi Peljesač; in acqua, Sabbioncello divideva le isole veneziane di Lesina a nord e di Curzola a sud, invece l’isola di Meleto (Mljet), leggendaria patria della ninfa Caljpso, era stata acquisita alla Repubblica, insieme a Sabbioncello e la città di Stagno, nel 1333, mentre una trentina di miglia al largo l’altra grande isola di Lagosta (Lastovo) col suo arcipelago, era ragusea fin dal 1216 (secondo altri, dal 1252); il mare territoriale comprendeva molte isole minori, anche abitate, mentre il naturale confine orientale, a terra, andava a corrispondere con le Alpi Dinariche, spartiacque col bacino danubiano e termine con l’Erzegovina (prima bosniaca, poi ottomana).
La Repubblica di Ragusa si trovava, così, quasi circondata da territorio (a nord e a sud) e mare veneziani, esposta, quindi, a ogni minaccia militare della Dominante; si comprende, allora, facilmente la grande importanza strategica della città di Stagno (Ston) cui la Repubblica dedicava cure e autorità particolari, essendo Stagno situata all’imboccatura di Sabbioncello, al confine coi territori veneti (e turchi) come a presidio delle grandi saline, ben riconoscibili ancor oggi.
Così, già alla fine del ‘400 erano stati compiuti i cinque chilometri di cinta di mura, per progetti di architetti fiorentini, tra i quali Michelozzo Michelozzi lavorò più di tutti, sia a Stagno come nella capitale.
Storicamente, la nuova città di Ragusa, apparteneva al territorio dell’Impero d’Oriente, al tema dalmaticum e a Costantinopoli si rivolse, naturalmente, la nuova comunità cittadina per contrastare, con successo, le costanti incursioni in Adriatico di pirati magrebini. Quando, tuttavia, il primo Normanno sbarcò in Albania e, successivamente, Roberto il Guiscardo affascinò anche gli abitanti della sponda orientale dell’Adriatico, parve ai Ragusei di poter abbandonare la protezione bizantina, che richiedeva servizio nell’esercito e tasse, e di voltarsi, invece, verso Occidente; Roberto morì improvvisamente, nel 1085, a Cefalonia in un villaggio ancora oggi chiamato Fiscardo. Tuttavia ciò non significò per Ragusa un definitivo ritorno a Bisanzio e ben si può ripetere come, nel corso dell’XI e XII secolo, Ragusa sia vissuta ad intervalli sotto il potere normanno o bizantino, magari con intervalli di piena indipendenza o, al contrario, subendo una prima, breve occupazione veneta (1171).
Ma fu la c.d. IV Crociata a segnare profondamente Ragusa. Nel 1205, dopo il saccheggio di Zara e Costantinopoli, Venezia prese Ragusa, seppure sotto la forma più blanda di comune autonomo, insediandovi, in ogni caso, un comes proveniente e nominato da Rialto. In tal modo, fino al 1358, Ragusa appartenne a Venezia, come le altre città dalmate, fino a quando tutto passò all’Ungheria. Furono, però, quei centocinquanta anni “veneziani” fondamentali per Ragusa; infatti, si affermò e consolidò, su modello veneto, un ordinamento giuridico sofisticato; il territorio della Repubblica fu portato quasi ai suoi confini, l’architettura sia civile che militare, come le belle arti, trovarono magnifico sviluppo. Ma, seppur brevemente, qualcosa in più va detto del maggior monumento di allora, monumento cartaceo, eppure di assai durevole consistenza. Il Liber Statutorum, monumento di cui si parla, pubblicato a Ragusa nel 1272 in una forma assolutamente organica per l’epoca, è diviso in otto parti; le prime due di materia costituzionale-amministrativa con le tipiche formule medioevali di giuramento pei pubblici ufficiali; quindi il processo, mentre il quarto libro è dedicato a famiglia e successioni; poi il quinto alla proprietà, diritti reali minori e affitto di fondi rustici; il sesto tratta materia criminale e la schiavitù; esclusivamente al diritto della navigazione è dedicata la settima e forse più originale delle parti; l’ultimo libro, come di consueto, tratta, si direbbe oggi, “varie ed eventuali” che non avevano altrove trovato sistemazione. Forse qui non è possibile offrire una compiuta definizione di “statuto”; ma almeno potrà dirsi fenomeno tipico italiano di quei secoli, per il cui tramite i comuni e le comunità esprimevano la propria autonomia raccogliendo per iscritto, seppur senza esaurirle, quelle consuetudini locali non contrastanti con una norma gerarchicamente superiore (nel caso nostro, le leggi veneziane, fino all’epoca in cui Ragusa vi fu sottomessa). Poi, venivano altresì rispettate le consuetudini proprie di comunità più lontane, nel caso le isole di Lagosta (statuto del 1310) e Meleto (statuto del 1345). Nel tempo, naturalmente, si sarebbe proseguito legiferando nelle più diverse materie, con la conseguenza di nuove raccolte di norme: il Liber Omnium Reformationum, il Liber Viridis, il Liber Croceus, principalmente. Completavano l’ordinamento di un comune, e così di Ragusa, gli statuti delle corporazioni di mestiere, le cui norme di comportamento erano obbligatorie per chi a quella corporazione fosse aderente. Da ricordare, in diversa materia, come risalga ai primi anni del XIV secolo un’altra istituzione fondamentale di Ragusa, cioè la zecca, la cui prima moneta conosciuta data 1337, seppur si abbia notizia di anteriori.
La pace firmata a Zara il 18 febbraio 1358 poneva termine, quanto meno per un rilevante lasso di tempo, al secolare scontro tra Venezia e Ungheria per il possesso della riva orientale dell’Adriatico. Tra l’altro, quell’accordo avrebbe direttamente riguardato Ragusa che, come le altre città, cadeva sotto dominazione magiara. Le complesse vicende della politica centro-europea in cui l’Ungheria era pure impegnata, le questioni provenienti dalla stessa corona d’Ungheria, cinta anche dagli Angioini di Napoli, l’ostilità non solo dinastica, spesso politica, di questa famiglia con quella di Lussemburgo, intanto salita al trono di Santo Stefano; indebolirono, insieme alla ricerca di rivincita veneziana, la posizione ungherese in Adriatico, fin quando il capitano del Golfo, Pietro Loredan, salpava da Rialto nel maggio del 1420 al comando della flotta per poi riferire come tutto l’intero Adriatico, fino a Corinto, fosse nuovamente in assoluta sovranità veneziana. Come ultimo regalo Re Sigismondo, ritirandosi, consegnava a Ragusa, nel 1413, il governo delle grandi isole di Brazza, Lesina e Curzola che, tuttavia, Ragusa non riusciva a mantenere indenni dallo strapotere veneziano.
Seguendo quei criteri di sempre, necessitati dall’impotenza militare e dalla scelta di neutralità, il Senato (organo dello Stato cui, in specie, erano affidate le relazioni internazionali) il Senato raguseo, a scanso di ricadere nell’abbraccio veneto dopo il disimpegno magiaro, profittando delle attività commerciali già consolidate, strinse rapporti di alleanza con la nuova potenza turco-ottomana, padrona del Kossovo nel 1394 e della Bosnia nel 1462, sottoscrivendo il trattato del 1458 che obbligava la Repubblica a pagare alla Porta un’annuale contribuzione per garantirsi, evidentemente, dai progetti veneziani di espansione anche a danno del territorio di San Biagio. Questo nuovo “protettorato” fu fortunato e longevo poiché, particolarmente per via di terra, i commerci ragusei ne trassero grande impulso, mentre l’indipendenza politica venne, praticamente, garantita fino ad epoca napoleonica, nonostante i grandi scontri del ‘500 o le varie ostilità austro-veneto-russo-turche del XVIII secolo.
Di quegli anni del ‘400 si deve, anzitutto, ricordare, in tanto diverse materie, la figura del più conosciuto commerciante raguseo, Benedetto Cotrugli, autore del “Libro dell’arte di mercatura” (1458) in cui molti leggono la prima trattazione della “partita doppia”, sebbene la maggior parte dell’opera sia dedicata ai doveri, anche privati, del commerciante, mestiere percepito dal Raguseo quasi di valenza pubblica. Né la nuova alleanza con la Turchia, nonostante la diversità di cultura e religione, ostacolò Ragusa nel progresso civile cristiano; e miglior esempio ne sarà la legge 27 gennaio 1416, Liber Viridis, cap. 162, con cui si proibiva a Ragusa il mercato degli schiavi e il loro trasporto con navi della Repubblica.
Cristiano Caracci, aprile 2005.
