Sulla costa orientale del golfo adriatico il sole tramonta dalla parte giusta, in mare. Tramonta, tuttavia, nonostante quelle cronache ottimiste del nobile Zamagna il quale, pure scrivendo intorno al 1860, neppure allora pare avesse compreso quanto di sconvolgente fosse accaduto il secolo prima, non a caso l’ultimo della Repubblica.
Certo, nel 1700 i Ragusei avevano continuato a navigare da par loro, ma soltanto in parte aiutati dalla sperimentata politica biagina di relazioni internazionali; scriveva, infatti, Stefano Skurla, quasi contemporaneamente allo Zamagna, come “nella guerra dell’indipendenza americana, e poi durante tutto il corso della rivoluzione francese, Ragusa quasi sola aveva in mano tutto il commercio, come nazione neutrale”. (1)
Le medesime favorevoli circostanze devono essere apparse anche ai documenti analizzati, oltre un secolo dopo Skurla, da un autorevole studioso italiano, per cui i fatti bellici del ‘700 dovevano ridare smalto e “significato alla neutralità ragusea” cosicché “gran parte del commercio del Mediterraneo orientale e dell’Europa balcanica torna a passare attraverso mani ragusee, tonificando l’intera vita economica della Repubblica dalmata”.(2)
Tuttavia le cose non stavano come dovevano apparire loro.
Il Senato raguseo, anzi, non seppe discostarsi dal proprio vecchio concetto di neutralità che, possibilmente, tendeva alla non ingerenza, nella convinzione di non dovere mai apparire in contrasto con nessuna potenza, né con lo stato di fatto.

Sia a favore del Granducato di Toscana come della Repubblica di Ragusa, operava, in quegli anni, in America, un diplomatico di razza, Francesco Favi, il quale con numerose lettere raccomandava il Senato di tentare di coltivare accordi commerciali con Filadelfia, sentendosi rispondere che Ragusa non riteneva di violare l’Atto di Navigazione del 1651 con cui Cromwell aveva monopolizzato il trasporto da e per l’Inghilterra e così per le colonie del Nuovo Mondo; senza mostrare, il Senato raguseo, di dare peso a tutto quel the gettato in mare.
Perfino alle trattative di Parigi, Favi avrebbe avvicinato John Adams, non ancora Presidente e Adams stesso riferisce il colloquio, in una lettera del 1783 e di avere replicato come ogni commerciante fosse benvenuto, dando a Favi l’indirizzo di un ufficio parlamentare.(3)
Un altro Raguseo residente in Vaticano, Anselmo Antica, raccomandava ancora nel 1790, alla Repubblica di tentare intese commerciali con gli U.S.A., insistendo con la curiosa e ben concreta argomentazione per cui in passato Ragusa si era convenientemente accordata con la Turchia quando ancora non era la potenza che sarebbe divenuta.
Comunque in quel suo denso seppur breve saggio, S. Skurla, forse perché non appartenente a quella nobiltà che nulla ha mai voluto concedere alle novità (e neppure a palesi dati di fatto), evidenzia l’insanabile decadenza demografica per cui, alla fine della Repubblica, rimanevano in tutto lo Stato 30.000 abitanti.
Una cifra naturalmente esigua, quasi incredibile, ma sempre sostanzialmente confermata da autori diversi: A. di Vittorio, tra gli studiosi italiani conta in 31.245 i Ragusei nell’anno 1807 (la Repubblica sarà abrogata il 30/1/1808) e da V. Stipetić (4), tra gli studiosi croati, indica, per il 1700, una popolazione di soli 26.067 abitanti.
Ancora più impressionante è il decremento che V. Stipetić indica in chiarissime tabelle da cui si evince nel 1500 una popolazione di 80.000 persone; Stipetić mostra altresì come, nello stesso periodo, in tutta la Dalmazia si fosse verificato il medesimo fenomeno (da 141.000 nel 1500 a 76.263 abitanti nel 1700). Tuttavia è facile considerare come un piccolo Stato, quale la Repubblica di Ragusa, abbia sofferto ben di più lo spopolamento rispetto al territorio di uno Stato assai più vasto come la Repubblica di Venezia che, anzi, spesso provvedeva a ripopolamenti, più o meno forzati.
Di recente, anche un altro studioso italiano ha considerato l’andamento demografico della Repubblica, soprattutto per evidenziare il regime di apartheid imposto dalla nobiltà ragusea che, addirittura, non sposava fuori dalle mura della capitale, ignorando, naturalmente, le conseguenze genetiche di un simile comportamento; anzi, scrive ancora S. Bertelli, “l’ansia di mantenere intatto il patrimonio familiare doveva spingere molti maschi patrizi ragusei ad evitare il matrimonio” (5); eloquente è il numero degli sposalizi indicato negli anni da S. Bertelli: nel decennio 1500-1510, 74; tra il 1551 e il 1560, 45; soltanto 3 tra il 1621-30 .
Il cap. 18 del Liber Croceus, titolato Ordo de matrimoniis nobilium, proibiva, in data 19 marzo 1462, i matrimoni misti, disposizione abrogata soltanto nel 1666 con il cap. 328 Liber Croceus in data 3 novembre, titolato Super libero matrimonio nostrorum nobilium, che seguiva di pochi mesi la decisione 19 aprile n. 326 Liber Croceus, Super faciliori aggregatione vel nobilitatem.
Riprendendo la tabella del prof. Bertelli (pag. 94) leggiamo come nel quinquennio 1661-66 erano stati celebrati tre matrimoni e le disposizioni di legge sopra ricordate appaiono, ovviamente, rivolte ad affrontare il problema della denatalità e, addirittura, dell’impossibilità di comporre gli organi dello Stato, da mantenere sempre rigorosamente aristocratici; “…che qualunque volta accadesse, che alcuna delle casate o famiglie presente di nobili nostri è estingua, si dia apertura d’aggregare alla stessa nobiltà…” Liber Croceus, cap. 326, citato.
Incidenter, si può dire come in tale modo si formerà la nobiltà nuova, male sopportata dalla vecchia, e, curiosamente, la nuova sarebbe stata detta di Parigi, la vecchia di Salamanca, come si erano detti i rampolli dello Specchio, di consuetudine studenti in quelle Università, tra cui la spagnola era considerata tradizionalista e la francese, modernista.
Il prof. Z. Muljacic, in una lettura di accettazione del premio G. Galilei, ricordava il nome di Tommaso dei Bassegli (1756-1806) come quello “dell’unico vero illuminista di Ragusa”, anzi, come “uno dei pochi enciclopedisti nostrani” (6) (di Croazia).
Costui, ricorda ancora Z. Muljacic, scrisse soltanto in francese, probabilmente a mostrare la di lui simpatia per le nuove idee e per i partito francofilo che non troppo timidamente si esprimeva a Ragusa tra nobiltà e cittadini.
Infatti, parzialmente contrastando le convinzioni appena dette di Z. Muljacic, un altro storico slavo ci ambienta piacevolmente nella francezaria, con cui, nella parlata ragusea di allora, si intendeva il gusto, la moda, l’editoria, le letture, uno stile di vita, insomma, diffusosi a Ragusa già alla fine del ‘600 come una “gallomania”. Dice quello storico che “poco, anzi pochissimo, conosciamo della società ragusea di quel tempo (il XVIII secolo) e i suoi cambiamenti, la vita quotidiana e anche quello che per loro costituiva la vita culturale e letteraria” (7); tuttavia, l’autore pure ricorda, e anzitutto, il nome di Marino di Orsatto Sorgo (1692-1761) animatore della nuova vita culturale e anzi citato come “il più chiaro rappresentante dell’Illuminismo raguseo” (8) intorno al quale, nella sua villa di campagna, aveva radunato una vera Accademia, come si usava, cui non dovevamo essere estranei l’astronomo Ruggiero Boscovich (1711-1787) e il letterato Benedetto Stay (1714-1799) seppure entrambi sacerdoti ed entrambi ricordati nella “Galleria dei Ragusei illustri” rispettivamente da C. Cantù (9) e questo addirittura da N. Tommaseo.
Tuttavia, del grande scienziato, astronomo, matematico Boscovich, apprezzato nel mondo, il cattolico Tommaseo non evitò di scrivere come egli “in astronomia rifiutò la teoria di Copernico siccome opposta ai decreti della romana inquisiizone” (10), trattando la questione, specialmente, in uno scritto del 1746! “Eppur si muove” era stato detto nel 1633!
Certo, neppure nel saggio di N. Pantić l’ambiente biagino appare sicuramente progressista, dove l’Indice dei libri proibiti è ben custodito dai gesuiti con l’energico sostegno del Governo, mentre non dovevano essere indifferenti neppure le cure di uno dei maggiori Ragusei, Michelangelo Bosdari, vissuto in quegli anni, tra il 1654 e il 1729, “generale” dei cappuccini dal 1712 e grande di Spagna (11); pure, le opere di Corneille, Molière, poi Voltaire, Rousseau, Montesquieu erano conosciute e perfino, quasi clandestinamente, stampate a Ragusa. Non poco per una piccola Repubblica da sempre aristocratica. Ma l’ambiente era ormai irrimediabilmente sfavorevole; conclude N. Pantić: “La nobiltà ragusea, conservatrice, cristallizzata nella sua esclusiva aristocraticità in Europa già da tempo guardata con ironia…” (12); un giudizio, una frase limpida, che aiuta a capire molto, non tutto.
Comunque, appare difficile comprendere l’atteggiamento della Repubblica, dell’esigua popolazione, della classe politica e dei ceti dominanti nei confronti delle nuove idee e quindi della rivoluzione.
Viene da pensare che “il nuovo” in sé fosse una categoria sconosciuta all’inconscio collettivo raguseo; così ci si continuava a comportare nelle relazioni internazionali, ovviamente la prima preoccupazione biagina, per categorie e standards di sempre, ignorando che il nuovo mondo delle grandi potenze era esigente di scelte di campo, come neppure i grandi contendenti del passato, Carlo V e Solimano il Magnifico sopra gli altri, avevano preteso.
Così troviamo Ragusa a felicitarsi col nuovo Governo francese, caduto Luigi XVI, addirittura a mutuare al Direttorio nel 1798 la bella somma di 600.000 franchi, imponendo un’imposta ad hoc e perciò sopportando una rivolta nella regione di Canali.
C’è da dubitare, anzi non c’è da dubitare, sulla scarsa simpatia del Governo di Ragusa per il Direttorio; ma si riteneva come un tale sacrificio sarebbe stato ripagato sul piano politico, andando a costituire un credito morale a favore della Repubblica, un’assicurazione per le future relazioni diplomatiche con la Francia; neppure otto anni dopo l’esercito francese occupava Ragusa.
Ma il 1700 non fu soltanto un secolo di lumi spenti; nonostante tutte le contraddizioni, le difficoltà, l’inadeguatezza, Ragusa seppe lavorare con una diplomazia disarmata, cercare mercati seppure senza più “vele maestose”, con pochi denari e la sua esperienza.
“L’ambasciatore di Portogallo è giunto a Mecnes il 25 gennaio”, riferisce con lettera 22/3/1791 al Presidente Washington, Francesco Chiappe, console di Genova in Marocco, “il di lui regalo (all’Imperatore) è stato di broccati, damaschi, tele con oro, diverse seterie, panni fini, mussoline, cambraie fine, coperte dalla Cina, servizi per the, cioccolate, the e zucchero e in più tre fucili, quattro pistole, un orologio d’oro, un anello con zaffiro e contorno di brillanti, ed una guarnizione di brillanti per donna… Dopo pochi giorni… l’inviato di Ragusa venne senza seguito, e con picciolo regalo ed è pur stato bene ricevuto, e rispedito con due cavalli di regalo, e venti coperte di seta per la Repubblica” (13).
E’ forse interessante notare la diversa percezione che, della antica Repubblica, mostrava un Genovese, come il console Chiappe, o addirittura l’avidissimo Imperatore del Marocco il quale ben sapeva riconoscere e onorare il povero emissario raguseo.
Gli ultimi, gravi impegni, del 1700 sarebbero comunque stati affrontati dai Ragusei con strumenti antichi, gravati da un ceto politico incapace di adeguarsi al nuovo, disarmati di gloriosi eserciti marcianti, tuttavia pronti alle sfide da cui, forse, sapevano di dover uscire sconfitti.
Tra il 1600 e il 1700 la presenza austriaca nei Balcani si era fatta sempre più incisiva e la Repubblica, subita la prova di Kara Mustafà, concludeva nel 1684 un trattato, appunto, con l’Austria che poteva garantirla anche da Venezia e sempre mantenendo, in precario equilibrio, un rapporto preferenziale con la Turchia.
Comunque, doveva essere di grave imbarazzo per Ragusa il continuo rinnovarsi di guerre tra Austria, Venezia, Russia, Turchia, quando era ovviamente difficile mantenere la neutralità e ancora un’espressione di simpatia filo-ottomana.
Simpatia pur sempre necessitata dall’incombere veneziano; simpatia magari ricambiata, non certo gratuita, neppure sul finire del ‘600.
La pace di Carlowitz concludeva una guerra disastrosa per la Turchia che aveva dovuto scontrarsi con la più potente delle alleanze tra Austria, Venezia, Russia e Polonia; fu un disastro in cui la Turchia andava a perdere Ungheria, Transilvania, Peloponneso, Podolia, Ucraina, Azov.
Anche della guerra veneto-turca (1715-1718) va detto brevemente qualcosa, pur non avendo, naturalmente, coinvolto Ragusa quale belligerante.
Allora, come era stato per Candia, la guerra venne per semplice e univoca dichiarazione turca.
(Era secolare tradizione che, in occasione del primo consiglio dei ministri dell’anno, i Turchi decidessero le guerre da intraprendere nei dodici mesi a venire).
Ben presto, la flotta turca prese Tino, nelle Cicladi; Egina, nel golfo Saronico; e in Argolide, Corinto, Nauplia e, infine, la Morea tutta; dopo secoli di lotta, a Venezia rimanevano soltanto le Ionie.
Quando già si temeva la perdita totale, nonostante la vigorosa resistenza di Corfù, la Serenissima, di sorpresa e di necessità, strinse alleanza con l’Austria e il principe Eugenio non deluse.
Invece, deluse e, insomma, fiaccò Venezia per sempre la pace richiesta dai Turchi e firmata nel 1710 a Passarowitz; alla Repubblica non venne riconosciuto, in pratica, nulla di più di quanto avesse già prima della guerra, mentre il trattato prevedeva esplicitamente l’obbligo di Venezia a permettere agli Ottomani libere comunicazioni proprio con Ragusa.
Unico riconoscimento riservato a Venezia fu l’allargamento del territorio di fascia costiera dalmata (“acquisti nuovissimi”) mentre si conservava la linea Grimani a tutela di Ragusa.
L’esito della guerra mostrava, infine, come in Adriatico il nuovo protagonista, alla lunga vincente, fosse l’Austria e di ciò, a Venezia e a Ragusa, non restava che prenderne atto.
In occasione della quarta guerra austro-turca, il Senato raguseo compì, probabilmente, il suo primo, grave errore di valutazione, coltivando, seppur in segretezza, un rovesciamento di alleanze.
Così, quando l’Austria venne pesantemente sconfitta a Vis e Bagnaluka e poi costretta al trattato di Belgrado del 1 settembre 1739, con una certa ironia, il pascià di Bosnia, prontamente omaggiato da Ragusa con seta, cavalli, zucchero e limoni, comunicava alla Repubblica: “Ho il piacere di informarvi…”; non restava che fare buon viso e rispondere dell’ “immensa gioia con cui abbiamo ricevuto…”, consegnando altri regali al pascià e ai suoi emissari (cfr. Z. Sundrica 16) e spedendo a Sarajevo, in pieno inverno, il suo migliore dragomanno, Michele Zarini, il quale, durante le soste del viaggio, di cui il suo diario, sente da tutti parlare astiosamente dei Ragusei, traditori che avevano soccorso i Tedeschi con denaro, fermando in porto polvere da sparo destinata ai Turchi, dicendoli nemici della Porta, così evidentemente mostrando come i segretissimi maneggi filo-austriaci elaborati dal Senato e dal dr. Pietro Bianchi, rappresentante raguseo a Vienna, erano, invece, ben noti a tutti.
Serafico per le recenti schiaccianti prime vittorie, il pascià di Bosnia, ricevendolo il 7 dicembre 1737, tranquillizzava il dragomanno Zarini che mai la Porta aveva dubitato dell’antica fedeltà; ma criticando gli “ucelatori delle occasioni”, ricevendo più volte con gran cortesia l’emissario raguseo e licenziandolo con la raccomandazione: “Direte da parte mia ai vostri Signori che procurino di mantenere la loro fedeltà ed integrità verso la sublime soglia con quella candidezza del cuore lasciatali dai suoi maggiori” e minacciando: “che si guardino fortemente di non acconsentire alle suggestioni di qualche diabolica persuasione, perché se ciò si scoprirà…” (17).
Un delizioso duetto diplomatico, con cui, per Ragusa, si concludeva un affannoso 1737.
Cristiano Caracci
Note: